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Fotografia.it

Letizia Battaglia: le “foto di silenzio”

Paolo Namias | 3 Gennaio 2026

Presentato nel 2024 al Jeu de Paume di Tours e al festival internazionale Rencontres d’Arles nel 2025, il progetto è stato aggiornato e arricchito arrivando a comprendere alcune fotografie inedite, oltre a 22 riviste con cui la fotografa ha collaborato e delle quali, in alcuni casi, è stata anche fondatrice, nonché un docufilm sulla sua vita.

Letizia Battaglia esordisce tra Palermo e Milano all’inizio degli anni Settanta, realizzando reportage sull’evoluzione dei costumi per diverse riviste italiane per le quali scriveva articoli e scattava fotografie. Il periodo più noto del suo lavoro inizia qualche anno dopo, a Palermo, sua città d’origine dove torna a vivere definitivamente nel 1974; inizia qui la sua storica collaborazione con il quotidiano L’Ora, segnata dalle fotografie sui tragici eventi di mafia che hanno insanguinato il capoluogo siciliano per più di un decennio. Immagini divenute drammaticamente celebri, nelle quali la cronaca si unisce alla denuncia, in una coraggiosa interpretazione del lavoro di fotoreporter, peraltro realizzato da una donna all’interno di un mondo prevalentemente maschile.
A fianco di questi scatti che hanno reso Letizia Battaglia una fotografa nota in tutto il mondo, la mostra vuole mettere in luce anche il suo desiderio di ritrarre Palermo e la Sicilia nella varietà della loro anima: documenta e racconta con amore e gioia la miseria e la nobiltà, la bellezza dei volti, le tradizioni e le feste religiose, restituendo anche un importante resoconto della vita in un ospedale psichiatrico.
Le immagini, che non sono solo scatti rubati alla vita di tutti i giorni, diventano icone e simboli di un territorio ferito e fiero, intriso di contraddizioni dove la violenza convive con la grazia e il dolore con una struggente vitalità.

Vincitrice nel 1985 del prestigioso premio di fotografia W. Eugene Smith, Letizia Battaglia si è aperta al mondo (dall’Unione Sovietica agli Stati Uniti, dalla Turchia all’Islanda) mantenendo però salda la propria poetica, che lei stessa descrive in questi termini: “La fotografia diventa o, meglio, è la vita raccontata: m’infilo in una fotografia che è il mondo, cioè, io divento il mondo e il mondo diventa me”.
Dalla metà degli anni Ottanta Letizia Battaglia ha affiancato all’attività di fotografa un diretto impegno politico e civile: assessore nella giunta di rinnovamento guidata da Leoluca Orlando nel capoluogo, consigliere regionale, ha fondato riviste, una casa editrice e, nel 2017, il Centro Internazionale di Fotografia nei Cantieri Culturali alla Zisa, tutti impegni che offrono una nuova prospettiva sulla sua storia e produzione. Letizia Battaglia muore a Palermo il 13 aprile 2022.

Villa Airoldi, Letizia Battaglia
“A Villa Airoldi fotografavo l’indifferenza. Era quella l’arma più forte della mafia: la Palermo ‘bene’ continuava a ballare mentre la città moriva.”

A Villa Airoldi fotografavo l’indifferenza
Quello del Capodanno a Villa Airoldi del 1985 non è solo un servizio fotografico, è uno dei capitoli più potenti della narrazione che  Letizia Battaglia ha fatto di Palermo. In quegli anni, la città era dilaniata dalla seconda guerra di mafia, ma all’interno dei saloni nobiliari la vita scorreva come se il sangue nelle strade appartenesse a un altro pianeta.
Letizia Battaglia non ha mai fotografato solo i mafiosi, ma la “mafiosità”, quell’atteggiamento di potere esibito e di distacco dalla realtà comune. Se il lavoro per L’Ora portava Letizia a fotografare tanti morti ammazzati dai Corleonesi, la sera del 31 dicembre decise di entrare a Villa Airoldi per documentare l’altra faccia di Palermo: la vita della nobiltà e dell’alta borghesia. Letizia raccontava spesso come si sentisse un’intrusa con la sua Leica al collo e mentre gli invitati brindavano al nuovo anno, lei cercava nei loro volti la traccia di quella decadenza morale che permetteva alla mafia di prosperare nell’indifferenza. Con queste immagini Letizia voleva sottolineare non lo scandalo plateale, ma la noia, e le sue foto di quella serata ritraggono persone elegantissime, ma profondamente tristi o assenti. Foto in cui si vede una gioventù dorata che balla sotto i lampadari di cristallo, ignara (o incurante) del fatto che, a pochi chilometri di distanza, si stava preparando il Maxiprocesso che sarebbe iniziato l’anno successivo (1986).

Letizia chiamava queste immagini “foto di silenzio”, un’espressione che era anche una sintesi di quella filosofia che ispirava la sua opera; se le foto di cronaca nera erano per lei “urla” (il rumore delle sirene, dei pianti, degli spari), le “foto di silenzio” erano quelle in cui Letizia cercava di  curare le ferite di Palermo.
Usava il bianconero in modo crudo; non c’erano luci morbide che abbellissero i soggetti, il flash “schiaffeggiava” la realtà mettendo a nudo le rughe, il trucco pesante e l’artificiosità dei gioielli.

Il Carnevale del 1986
Il Carnevale del 1986

La “Normalità” della Follia.
Via Pindemonte si identifica con l’ospedale psichiatrico di Palermo e questa fotografia del 1986 rappresenta uno dei momenti più alti e commoventi del lavoro di Letizia Battaglia. Se le foto di mafia erano il suo “dovere”, le foto scattate in manicomio erano la sua “necessità”. Letizia non entrava in via Pindemonte in cerca di un reportage d’assalto, per circa tre anni (tra la fine degli anni Settanta e la metà degli Ottanta) ha passato ogni giorno due ore della sua pausa pranzo all’interno del manicomio. Per farsi accettare, diceva di aver fatto la “ruffiana”: giocava a palla con i pazienti, organizzava laboratori di teatro e proiezioni cinematografiche. Coinvolse persino sua figlia  Patrizia, che fece rasare a zero perché potesse partecipare a uno spettacolo teatrale insieme ai pazienti, mescolandosi a loro in un atto di estrema vicinanza umana.
La foto della festa di Carnevale cattura un momento di rottura rispetto alla Legge Basaglia, che nel 1978 aveva stabilito la chiusura dei manicomi, ma la cui applicazione a Palermo era lentissima. In quegli anni i pazienti continuavano a stare spesso in uno stato di abbandono; la festa di Carnevale era l’unico momento in cui potevano indossare una “maschera” che, paradossalmente, li rendeva più “normali” agli occhi del mondo esterno. Letizia amava questi momenti perché vedeva nei “matti” una purezza e una verità che non trovava nei salotti della nobiltà (come a Villa Airoldi) o nei corridoi del potere.

Letizia parlava spesso del suo legame personale con l’ospedale psichiatrico:  “Ero attratta dalla follia perché io stessa ero stata psicologicamente male, per tre anni ero stata in analisi. In via Pindemonte cercavo i miei simili.” Per lei fotografare il Carnevale in manicomio non era documentare il grottesco, ma restituire dignità; voleva che quelle persone “abbrutite e non onorate” dalla società apparissero bellissime e protagoniste della loro vita, almeno per il tempo di uno scatto.

E’ di questo periodo la tragica storia di Graziella, una paziente che Letizia conobbe quando aveva 22 anni (ma in manicomio da quando ne aveva 4). Letizia cercò di “salvarla”, portandola a casa sua e dandole da mangiare e dormire sperando che il contatto con il mondo “esterno” suscitasse in lei una reazione positiva; Graziella però le disse: “Voglio rimanere ammalata tutta la vita, voglio tornare in manicomio”. Per Letizia fu un dolore immenso, la prova che le sue ferite erano troppo profonde perchè bastasse l’amore a farle rimarginare.

La foto di Via Pindemonte si lega a una storia che riguarda il fotografo Josef Koudelka; Letizia lo portò con sé all’interno del manicomio: Koudelka fece molti scatti, colpito dall’intensità di quel luogo, ma non pubblicò mai nulla di quel servizio. Letizia lo raccontava con un pizzico di rammarico, quasi a sottolineare quanto fosse difficile per chiunque “reggere” il peso umano di quel posto.
Paolo Namias

La mostra
Gianfranco Brunelli, vicepresidente della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e direttore delle Grandi Mostre, sottolinea come l’esposizione dedicata a Letizia Battaglia rappresenti un significativo capitolo del percorso intrapreso dalla Fondazione per valorizzare i maestri della fotografia contemporanea, avviato nel 2023 con la retrospettiva dedicata all’americana Eve Arnold.
La mostra è accompagnata dal volume monografico dedicato a Letizia Battaglia (1935-2022)
Formato 23 x 28 cm, 264 pagine, cartonato, italiano/inglese, € 38,00
Letizia  Battaglia. L’opera: 1970-2020
a cura di Walter Guadagnini,
Fino a 11 gennaio 2026
Museo Civico San Domenico, Forlì

Paolo Namias
Direttore editoriale delle pubblicazioni di Rodolfo Namias Editore
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