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Fotografia.it

Fotosintesi. Fotografie dalla collezione Carla Sozzani

Paolo Namias | 10 Gennaio 2026
Alice Springs, “Helmut and model, Rue Aubriot”, Parigi 1976 Copyright/ Courtesy: Helmut Newton Foundation
Alice Springs, “Helmut and model, Rue Aubriot”, Parigi 1976 Copyright/ Courtesy: Helmut Newton Foundation

Il titolo è una metafora potente: come le piante trasformano la luce in energia vitale, Carla Sozzani ha raccolto immagini che trasformano la luce in pensiero, emozione e memoria.
Ecco una serie di storie che raccontano questa collezione e le sue opere.

L’esposizione, curata da Maddalena Scarzella, presenta una selezione di 150 opere provenienti dagli archivi della Fondazione Sozzani di Milano, proponendo un percorso che esplora la Collezione Carla Sozzani attraverso una inedita chiave di lettura che trova nella metafora della fotosintesi la sua definizione più efficace: come la luce viene convertita in energia vitale, così Carla Sozzani ha saputo dare nuova vita al linguaggio fotografico, creando espressioni visive originali.

Le riviste che ha diretto e gli spazi che ha fondato, come 10 Corso Como e la Fondazione Sozzani, sono diventati vere e proprie piattaforme d’innovazione che hanno plasmato la cultura visiva dagli anni ’80 ad oggi. In oltre cinquant’anni di carriera Carla Sozani ha raccolto una prestigiosa collezione che attraversa tutte le epoche della della fotografia: dal reportage al ritratto, dalla fotografia di moda al paesaggio, dalla performance allo StillLife.

Attraverso le opere di settantatré artisti, l’esposizione presenta un’ampia varietà di opere, dalle iconiche forme vegetali di Karl Blossfeldt (1865-1932), alle auto- rappresentazioni di Urs Lüthi (1947); dagli studi sulle nuvole di Alfred Stieglitz (1864-1946), ai nudi di Helmut Newton (1920–2004), dal provocatorio e ironico autoritratto di Man Ray (1890–1976) ai soggetti sospesi nel tempo di Sarah Moon (1941); dai forti e drammatici contrasti tra luce e ombra di Horst P. Horst (1906-1999), alle atmosfere eteree di Paolo Roversi (1947), dai fotomontaggi di László Moholy-Nagy (1895 – 1946), alle visioni pop e surreali di David LaChapelle (1963).

Horst P. Horst, "Hands, Hands, Hands…”, New York 1941 Horst P Horst, Vogue, © Condé Nast
Horst P. Horst, “Hands, Hands, Hands…”, New York 1941 Horst P Horst, Vogue, © Condé Nast

Guida alla lettura dell’immagine
Hands, Hands, Hands…
Horst P Horst
1941, Vogue © Condé Nast

E’ una delle opere più enigmatiche e affascinanti di Horst P. Horst, ed è un pezzo centrale della collezione di Carla Sozzani.
Scattata nel 1941, questa foto rappresenta un momento di transizione personale di Horst che aveva appena lasciato la sua vita parigina e il suo amore, il barone George Hoyningen-Huene. Mentre il mondo crollava nella guerra, Horst si rifugiava in studio per creare immagini di una perfezione assoluta e distaccata; queste “mani” sembrano voler afferrare qualcosa che sta sfuggendo, immagine simbolo di un’epoca d’oro (quella dell’Alta Moda parigina degli anni Trenta) che stava scomparendo per sempre.

Il gioco del “Trompe-l’œil”
A prima vista, l’immagine sembra un intreccio armonioso di mani; in realtà, delle cinque mani tre appartengono a manichini e solo due sono umane. Horst amava confondere l’osservatore.
Con questa foto voleva dimostrare che con una giusta illuminazione, ciò che è artificiale può diventare vero; questo concetto si sposa perfettamente con il titolo della mostra della Sozzani, Fotosintesi, dove la luce è l’elemento che dà vita alla materia.
Horst scattò questa foto poco dopo essersi trasferito a New York per sfuggire all’occupazione nazista di Parigi; in quegli anni frequentava assiduamente Salvador Dalí, di cui era grande amico, e la stilista Elsa Schiaparelli.

Il Surrealismo di quegli anni era ossessionato dalla frammentazione del corpo; l’idea di isolare le mani dal corpo trasforma l’oggetto in un feticcio artistico. “Hands, Hands, Hands…” è considerato l’omaggio di Horst alle teorie surrealiste sull’inconscio e sul sogno. Nonostante questo la costruzione dello scatto è quasi matematica; Horst, che aveva studiato architettura con Le Corbusier considerava ogni fotografia come una struttura. Si dice che Horst passasse ore a regolare le ombre con piccoli specchi e riflettori per ottenere una profondità vellutata; per lui, la bellezza non era nel soggetto, ma nelle  proporzioni.
Le mani sono disposte seguendo una linea curva che guida l’occhio in un movimento infinito, una tecnica che chiamava “la geometria della grazia”.

Karl Blossfeldt, “Eranthis Cilicica”, 1929 Courtesy Karl Blossfeldt. Archiv / Stiftung Ann und Jürgen Wild, Pinakothek der moderne, München
Karl Blossfeldt, “Eranthis Cilicica”, 1929 Courtesy Karl Blossfeldt. Archiv / Stiftung Ann und Jürgen Wild, Pinakothek der moderne, München

Guida alla lettura dell’immagine
Karl Blossfeldt
Eranthis Cilicica
1929 Courtesy Karl Blossfeldt

Karl Blossfeldt non si considerava un fotografo, ma un professore di disegno; non voleva fare “arte”, usava queste foto per mostrare ai suoi studenti che la natura aveva già inventato tutte le forme del design e dell’architettura; diceva spesso: “La pianta non deve mai essere valutata solo per il suo aspetto effimero, ma per la sua logica costruttiva”.
Karl Blossfeldt usava una macchina fotografica rudimentale per ingrandire i dettagli delle piante e mostrarli ai suoi studenti come modelli di design e architettura. La fotografia “Eranthis Cilicica” è una delle icone della mostra “Fotosintesi”. Dietro questa immagine apparentemente semplice si nascondono storie affascinanti che mescolano artigianato, ossessione accademica e un successo arrivato quasi per caso.

La foto è stata scattata con una fotocamera auto costruita; Blossfeldt non era un fotografo professionista, ma professore di scultura e si costruì una fotocamera di legno dotandola di ottiche che gli permettessero  di ingrandire i soggetti fino a 30 volte. Per l’epoca, vedere un fiore come l’Eranthis a tale ingrandimento era come guardare attraverso un microscopio magico; la pianta non era più un organismo fragile ma diventava un affascinante oggetto di design. Le foglie (brattee) che circondano il fiore formano una sorta di collare che ricorda una corona regale.

Blossfeldt scattò l’Eranthis e migliaia di altre immagini per oltre trent’anni a solo scopo didattico, tenendole chiuse nelle aule della scuola d’arte. Fu il gallerista Karl Nierendorf a “scoprirlo” e a convincerlo a pubblicare il libro Urformen der Kunst (Forme originarie dell’arte) nel 1928 e improvvisamente Blossfeldt divenne una celebrità, a 63 anni. I surrealisti e i filosofi (come Walter Benjamin) ne rimasero folgorati: vedevano in quelle foto la prova che la natura fosse il primo e più grande artista “astratto”.

CAMeC – Centro d’Arte Moderna e Contemporanea, La Spezia
Fino a 22 marzo 2026
Paolo Namias

Paolo Namias
Direttore editoriale delle pubblicazioni di Rodolfo Namias Editore
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