Maurizio Rebuzzini: quale differenza tra una buona fotografia ed una scadente
A metà settembre dello scorso anno Maurizio è stato trovato senza vita. Ho ritrovato una intervista che Progresso Fotografico gli aveva dedicato; mi fa piacere ripubblicarla come riconoscimento al suo contributo alla fotografia
Paolo Namias

Maurizio Rebuzzini è una personalità originale nel panorama fotografico italiano. E’ stato fotografo (e lo tuttora), ma non è per questo che è noto. E’ editore e direttore di FOTOgraphia, che egli stesso definisce “mensile di riflessione fotografica”. E’ docente di Storia della Fotografia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Brescia; è curatore della sezione di storia degli apparecchi fotografici presso il Museo Nazionale Alinari della Fotografia.
Ma non sono questi i motivi per cui abbiamo chiesto la sua opinione sulla Slow Photography; Maurizio ha soprattutto una grande esperienza del mondo della fotografia che vive con passione e nello stesso tempo guarda con disincanto da almeno 45 anni.

Cosa è per te la Slow Photography?
Ho scoperto l’idea di Slow Photography in occasione di un incontro con Beppe Bolchi, fotografo noto per la fotografica a foro stenopeico e a sviluppo immediato; Beppe ha dato vita insieme ad altri autori ad un “manifesto” dedicato alla Slow Photo, ovvero una fotografia più meditata.
Ho partecipato a diversi incontri sulla fotografia stenopeica e vi ho trovato persone animate da passione ed una visione chiara e consapevole. Con questo non voglio assegnare etichette, non si tratta di autori “duri e puri” che considerano inferiore ogni altra pratica fotografica.
Il loro intento è quello di reagire al modo di fotografare che ha preso piede oggi e che vediamo ad esempio nelle immagini postate sui social media, immagini a cui si dedica un rapido sguardo e che poi scompaiono dalla memoria.
Il termine di Slow Photo è un chiaro riferimento a Slow Food, ma questo ha poca importanza.

Da dove occorre ripartire quindi per avere una fotografia più progettuale e riflessiva?
Credo che uno dei mali di cui dobbiamo liberarci è quello di considerare la fotografia come un genere derivante dalla pittura. Non viene detto, ma è così ancora ai giorni nostri. La fotografia non dipinge ciò che ci passa davanti, la fotografia è nella gran parte dei casi una “mise en scene”. Più che altre forme d’arte la fotografia prende vita dal teatro, da cui la necessità di una progettualità; l’intervento del fotografo esiste ed è quasi sempre riconoscibile anche negli scatti più noti.
Dietro ad una fotografia c’è sempre un progetto, anche in quelle apparentemente rubate per le quali il fotografo non ha costruito “un set”, ma ha atteso il verificarsi di una situazione favorevole allo scatto. Posso citare ad esempio la celebre immagine di Henri Cartier Bresson che ritrae un uomo che salta una pozzanghera, o quella della presa di Iwo Jima. La scelta del momento dello scatto è esso stessa frutto di progettualità.
Per quale motivo negare che una fotografia possa essere costruita, pensata, così come un testo? In fin dei conti la fotografia è illusione. Una fotografia che mostra una piazza conosciuta non è “Piazza Tal dei Tali”, è una “Fotografia di Piazza Tal dei Tali”.

Ma allora come distinguere tra una fotografia valida ed una che non lo è? Insomma, quando una fotografia può essere considerare buona?
Prima di tutto va evitato il vuoto formalismo. Mettere in atto regole ferree senza chiedersi il motivo di tali scelte è una vera tragedia, è quello che uccide la fotografia. Sono le scelte e la cultura dell’autore a rendere valida una fotografia. Quando parliamo di “slow” in realtà non ci riferiamo al tempo che ci vuole per realizzare l’immagine; “slow” vuole dire piuttosto “sensata”, non lenta.
Quando fecero notare a Picasso che avesse impiegato solo una manciata di minuti per realizzare un proprio disegno, egli rispose che il tempo era stato di 40 anni e pochi minuti. Questo per dire che il background del fotografo contribuisce in modo sostanziale alla nascita del progetto.

E per quello che riguarda la scelta dello strumento?
Lo strumento è fondamentale in fotografia, ma bisogna intendersi; il mezzo fotografico richiede rispetto ed è importante che il fotografo abbia un rapporto particolare con la propria attrezzatura. Questo rapporto non deve però diventare esclusivo e prevalere su tutto il resto. Che una foto sia stata fatta con il banco ottico, con il foro stenopeico o con un apparecchio Polaroid non garantisce in alcun modo che sia valida. Se una foto è scadente, è scadente e basta.
Celebre è la storiella che narra di due amici dei quali l’uno, il fotografo, mostra all’altro una stampa completamente nera. All’amico sembra solo un rettangolo nero, ma il fotografo sostiene che si tratta di un gatto nero fotografato in una galleria al buio, su un mucchio di carbone, grazie a sensibilità astronomiche. L’amico si convince di essere davanti ad una foto meravigliosa. Non funziona in questo modo.
E per citare ancora la fotografia a foro stenopeico, io non nutro alcuna antipatia per il pinhole, ma spesso questo diviene l’ultima spiaggia per chi non ha nulla da dire fotograficamente. Ci sono eccellenti progetti realizzati con il foro stenopeico, ma nascono dall’esigenza di usare proprio questo strumento, per le sue caratteristiche tecniche, e non per de-responsabilizzarsi dall’esigenza di produrre qualcosa di sensato. In fotografia, insomma, il mezzo non giustifica i risultati.
Questo non significa ovviamente che occorra rinunciare all’artigianalità della fotografia; il fotografo deve conoscere le potenzialità e limiti del proprio strumento di lavoro, deve saperli utilizzare al meglio.

Quando si parla di fotografia d’autore si pensa immediatamente al bianconero; sei d’accordo?
Questo non è un bene, ma nemmeno un male. Forse dipende dal fatto che il bianconero è assolutamente una invenzione della fotografia; prima non esisteva, come per altro non esiste in natura, almeno per gli esseri umani.
Il bianconero è molto funzionale all’interpretazione; posto che ogni scatto fotografico assolve sempre alla propria funzione, in quel determinato fotogramma ognuno vi legge ciò che vuole, ciò che la propria cultura e la propria storia gli fanno leggere. Il bianconero lascia maggiori spazi di interpretazione all’osservatore e lo porta più facilmente a guardare in se stesso.
Detto questo, nemmeno il bianconero deve essere una religione! Come ho chiarito, categorie e intransigenze di ogni tipo uccidono la fotografia. E non solo.
Per tornare alla Slow Photography, ma questo vale anche per la fotografia in generale, la vera differenza è tra operare con intelligenza o con ignoranza dei fatti e dei mezzi.

La fotografia richiede ancora oggi la stampa?
Assolutamente sì. Per carità, monitor, display e videoproiettori sono tutti strumenti bellissimi e sempre più perfetti, ma appartengono ad un ambito differente. Parliamo dei social media? Sono ottimi strumenti di comunicazione, oggi indispensabili e potenti per trasmettere informazioni, anche tramite le foto. La fotografia però è qualcosa di diverso.
I social media che fondano il loro lessico sull’uso preponderante delle immagini usano la fotografia a proprio modo, una fotografia che ha imboccato una strada differente. Non la demonizzo, ma per parlare della fotografia così come la intendiamo occorre che sia stampata; solo in questo modo può essere il “soggetto” di quello che stiamo valutando e non il “complemento oggetto”.
Detto ciò, a volte penso che i “padri fondatori” della fotografia immaginassero la fotografia con lo stesso spirito che oggi è incarnato dallo smartphone che teniamo in tasca tutto il giorno: una fotografia sempre disponibile, per tutti, in ogni luogo. Se fosse così sarebbe davvero un’ironia.
