La sua storia affonda le radici in un evento tragico, il suicidio della sorella Barbara quando Nan aveva solo 11 anni; questo trauma spinge Nan a fuggire dalla vita borghese della periferia di Boston per cercare una “famiglia d’elezione”.
A 15 anni una scuola sperimentale le affida una macchina fotografica Polaroid e Goldin ha spesso dichiarato che quella macchina divenne la sua voce. “Pensavo che fotografando le persone non le avrei mai perse “, ha raccontato anni dopo.
Un momento chiave della sua vita si lega a Blow-Up di Michelangelo Antonioni; quel film la spinge a diventare una fotografa; Nan è affascinata dall’idea di catturare l’alienazione e la sessualità di quanti vivono ai margini della socità
Il suo capolavoro, The Ballad of Sexual Dependency, nasce a New York tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta; originariamente non era un libro, ma una proiezione programmata nei club e nei bar (come il celebre Mudd Club) accompagnata da una colonna sonora che spaziava da Maria Callas ai Velvet Underground.
Per mantenersi, Nan lavora come cubista e barista al Tin Pan Alley di Times Square ed è proprio Maggie Smith, la proprietaria, la prima a definire il suo lavoro come “politico”.
Uno dei suoi scatti più famosi e crudi è un autoritratto del 1984 “Nan one month after being battered” in cui appare con il volto tumefatto e gli occhi iniettati di sangue dopo essere stata colpita dal compagno di allora, Brian. L’aggressione avvenne a Berlino, dove Brian l’aveva seguita in preda alla gelosia; Goldin ha raccontato che scattarsi quella foto fu un atto di sopravvivenza: teneva l’immagine sul comodino per ricordarsi del dolore e impedirsi di tornare da lui. Quel ritratto trasformò la sua sofferenza privata in un manifesto contro la violenza domestica.
Nan Goldin è sempre stata un’attivista in prima linea durante l’epidemia di AIDS che decimò gran parte dei suoi amici, tra cui l’attrice Cookie Mueller
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Questo scatto in bianconero getta le basi per la poetica dell’intimità di Nan Goldin. The Other Side negli anni Settanta era il principale “drag bar” di Boston, rifugio per la comunità LGBTQ+; Nan Goldin aveva solo 18 anni quando vide per la prima volta Ivy, Naomi e Colette (le protagoniste di molti suoi scatti) mentre attraversavano un ponte a Boston; ne rimase folgorata: “Erano le creature più belle che avessi mai visto”. Iniziò a seguirle con una telecamera Super 8 e poco dopo divenne loro coinquilina.
Nella foto si vede una persona, spesso identificata come una delle regine del locale, in abito scuro e una collana di perle mentre accende un fiammifero per “dar fuoco” o simbolicamente “offrire luce” alla sigaretta di un uomo ritratto in un poster d’epoca.
A quel tempo Nan non era una fotografa famosa; portava i rullini a sviluppare nei comuni drugstore e tornava a casa con le buste delle foto stampate; se le sue amiche drag queen non si vedevano abbastanza belle, strappavano la foto all’istante e questo spinse Nan a cercare di catturare non la “verità cruda”, ma la bellezza e il glamour che le sue amiche desideravano proiettare.
Anche se il titolo cita il Natale, l’atmosfera non è quella della festa tradizionale, ma suggerisce una famiglia alternativa, nata per sopravvivere all’emarginazione sociale della comunità LGBTQ+.
Da notare in questa immagine il gioco tra realtà e finzione, tema ricorrente in Nan Goldin: l’interazione tra la persona reale e l’uomo nel poster suggerisce la vita che imita l’arte e il cinema.
Il gesto: molte delle drag queen si ispiravano alle dive di Hollywood degli anni Trenta e Quaranta e con il gesto di accendere la sigaretta al poster Nan inserisce se stessa in quella storia di eleganza.
L’immagine apre il libro The Other Side (pubblicato nel 1993); nella prefazione, Nan scrive con dolore che quasi tutte le persone ritratte in quegli anni a Boston sono morte, falciate dall’epidemia di AIDS o dalla dura vita di strada.
Nan: “”Ho voluto fotografarle per non dimenticare i loro volti”.

Questa fotografia del 1992 ci porta in un capitolo fondamentale della vita di Nan Goldin: il suo viaggio in Asia (Filippine e Thailandia) e il ritorno alle sue radici tematiche, ovvero la celebrazione del “terzo genere”.
Lo scatto ritrae un gruppo di amiche e performer al Second Tip, celebre luogo di ritrovo per la comunità trans e drag di Bangkok.
Dopo il buio della dipendenza e del ricovero, Nan Goldin sente il bisogno di riconnettersi con ciò che l’aveva fatta innamorare della fotografia: la bellezza delle drag queen. Nan parte quindi per Bangkok e Manila, e non come una turista o una fotografa in cerca di “esotismo” ma alla ricerca di una nuova famiglia. In queste donne ritrova lo spirito di resilienza e glamour che aveva amato a Boston vent’anni prima.
Second Tip era un locale leggendario nel quartiere di Patpong a Bangkok, non solo un riferimento per turisti ma rifugio sicuro per la comunità locale.
Nan Goldin non si limita a scattare durante gli show, ma passa intere giornate e notti con Toon, C, So e Yogo, le protagoniste del locale; mangia con loro, le aiuta a truccarsi e dorme nei loro stessi spazi. E’ questa intimità a permetterle di scattare foto di non sembrano “rubate”, ma partecipate.
Negli anni Novanta la visione occidentale della comunità trans di Bangkok era spesso legata al turismo sessuale; Goldin ribalta questa narrazione e nelle sue foto, le donne appaiono come star del cinema.
Il “fashion show” citato nel titolo non è una parodia, ma un momento di dignità e stile e, in un’epoca in cui queste persone erano spesso invisibili, Nan le rende protagoniste: vuole che il mondo sappia chi sono.
I colori sono saturi, vibranti, quasi elettrici. L’uso del flash esalta le paillettes, il trucco perfetto e le acconciature: c’è un senso di euforia visiva che contrasta con la malinconia degli anni di New York. È il ritratto di una comunità che, nonostante le difficoltà sociali, celebra la vita ogni singola notte.
Questa serie di foto è confluita nel libro The Other Side (1993), che Nan ha dedicato ai suoi amici morti di AIDS; vedere queste donne vive e radiose a Bangkok è stato per lei una forma di guarigione spirituale. Nan diceva spesso che a Bangkok aveva ritrovato “la gioia di fotografare la bellezza”.

Con “Sirens” la ricerca di Nan Goldin si evolve: per la prima volta, l’opera principale non è una fotografia, ma una video-installazione.
Realizzata tra il 2019 e il 2021, Sirens è una riflessione ipnotica e terribile sulla dipendenza dalla droga, intesa sia come estasi che come abisso.
Sirens è composta da frammenti di film preesistenti, clip scovate online e video d’archivio; Nan ha passato mesi a guardare centinaia di film classici e d’avanguardia per estrarre pochi secondi di immagini. Tra i film citati ci sono capolavori di Kenneth Anger, Henri-Georges Clouzot e frammenti di vecchi film di Hollywood.
Il titolo richiama il mito omerico: le Sirene erano creature che ammaliano i marinai con un canto irresistibile per poi trascinarli alla morte: è la metafora perfetta che Nan usa per descrivere l’eroina e gli oppioidi.
Quest’opera nasce dopo che Nan è sopravvissuta alla dipendenza da OxyContin (il farmaco della famiglia Sackler). Nan ha voluto ricreare visivamente l’esperienza della droga; il video non giudica, mostra l’attrattiva sensoriale, la luce calda, il senso di fluttuazione.
È un’opera di un’onestà brutale: per combattere la crisi degli oppioidi con il suo gruppo P.A.I.N., Nan ha sentito il bisogno di far capire al pubblico perché le persone cadono in questa trappola, rendere visibile la seduzione della droga prima della caduta.
La musica gioca un ruolo cruciale; è stata composta da Mica Levi, celebre per le colonne sonore di Under the Skin e Jackie. Nan ha lavorato a stretto contatto con Mica per creare un suono che fosse allo stesso tempo celestiale e inquietante; la musica non accompagna le immagini, ma le avvolge, creando un’esperienza immersiva che i visitatori descrivono spesso come una forma di trance “trance”.
All’interno di Sirens, un posto d’onore è riservato a Donyale Luna, la prima top-model nera della storia, morta giovanissima per overdose. Nan usa i filmati di Luna per rappresentare come la sua grande bellezza viene consumata dal “canto delle sirene”.
Sirens non è pensata per essere vista su un computer, ma in una stanza buia su schermi multipli.
Gli spettatori si trovano circondati da immagini di donne che danzano, paesaggi che si sciolgono e volti in estasi.
L’obiettivo di Nan era far sentire gli spettatori immersi nella dipendenza, rendendo l’esperienza fisica, oltre che visiva.
Molti critici hanno chiesto a Nan perché non avesse usato la fotocamera per questo progetto: la sua risposta è stata che per descrivere la sensazione di flusso della droga la fotografia non bastava, occorreva il movimento, la ripetizione e il ritmo frenetico del montaggio cinematografico.
Sirens è stata esposta per la prima volta alla galleria Marian Goodman di Londra.
La mostra: Nan Goldin. This Will Not End Well
Organizzata dal Moderna Museet, Stoccolma, in collaborazione con Pirelli HangarBicocca, Milano, Stedelijk Museum Amsterdam, Neue Nationalgalerie, Berlino, e Grand Palais Rmn, Parigi, la mostra in Pirelli HangarBicocca è curata da Roberta Tenconi con Lucia Aspesi.
Pirelli HangarBicocca è una fondazione no-profit dedicata alla produzione e alla promozione dell’arte contemporanea, voluta e sostenuta da Pirelli. Realtà museale totalmente gratuita, accessibile e aperta, è un luogo di sperimentazione, ricerca e divulgazione in cui l’arte è lo spunto di riflessione sui temi più attuali della cultura e della società contemporanea.
A partire dal 2012 la direzione artistica è affidata a Vicente Todolí.
Pirelli HangarBicocca ha una superficie di 15.000 metri quadrati che ne fa uno degli spazi espositivi più grandi d’Europa; l’area espositiva comprende gli spazi di Shed e Navate, dedicati a ospitare mostre temporanee, e l’opera permanente di Anselm Kiefer, I Sette Palazzi Celesti 2004-2015, monumentale installazione costituita da sette torri in cemento armato divenuta una delle opere più iconiche della città di Milano.
Fino al 15 febbraio 2026
https://pirellihangarbicocca.org/