Il titolo della mostra non è casuale: descrive sia l’uso innovativo del flash, sia l’intuizione fulminea che Halsman aveva con i suoi soggetti.
Sebbene la Jumpology (la serie dei salti) sia la parte più celebre, la mostra è strutturata per mostrare la versatilità di un fotografo che ha firmato ben 101 copertine di Life.
La mostra evidenzia come Halsman abbia trasformato la tecnica in arte e, in un’epoca in cui la fotografia di studio era spesso statica e rigida, lui portò il dinamismo.
Vedere queste stampe dal vivo permette di apprezzare la nitidezza incredibile che Halsman otteneva con le sue fotocamere di grande formato; è un viaggio non solo nella storia del Novecento, ma nella mente dei suoi protagonisti.
Attraverso gli occhi del fotografo che ha immortalato icone come Marilyn Monroe e Salvador Dalí, questa mostra offre un viaggio affascinante nella storia e nella psicologia dei suoi soggetti. Dalla celebre “Jumpology” all’indagine sul volto umano, Halsman ha saputo trasformare un semplice scatto in un lampo di genio e spontaneità.
Curata da Alessandra Mauro e Suleima Autore in collaborazione con l’Archivio Halsman di New York, la mostra è promossa e prodotta da Città di Piove di Sacco Cultura e Contrasto e COOPCULTURE, con l’importante sostegno di BCC VENETA Credito Cooperativo S.C.. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con la Camera di Commercio di Padova e Venicepromex. Il catalogo è edito da Contrasto.

La fotografia “Dali Atomicus” non è solo un’immagine: è un’impresa “ingegneristica” e una delle realizzazioni più folli della storia dell’arte. Scattata a New York nel 1948, rappresenta l’apice del sodalizio tra Philippe Halsman e Salvador Dalí.
In un’epoca in cui la fotografia era statica e documentaria, Halsman e Dalí crearono un’immagine surrealista e dinamica; fu la dimostrazione che la macchina fotografica poteva “mentire” o, meglio, creare una realtà che l’occhio umano non poteva percepire.
L’idea di “Dali Atomicus” nacque per celebrare l’era atomica e il dipinto di Dalí “Leda Atomica” (che si vede sulla destra nella foto); Dalí sosteneva che in un mondo atomico tutto è in sospensione, nulla può essere toccato e Halsman decise di prenderlo alla lettera.
Per realizzare lo scatto, Halsman non usò trucchi o fotomontaggi, e allora la post-produzione non esisteva. Vediamo quali sono gli “ingredienti” della foto:
– Salvador Dalí che salta.
– Tre gatti vivi lanciati da assistenti.
– Una secchiata d’acqua gettata da un altro assistente.
– Una sedia tenuta sollevata dalla moglie di Halsman, Yvonne.
– Un cavalletto e un dipinto sospesi con dei fili di nylon.
Un pomeriggio estenuante
Per realizzare la fotografiadi vollero 28 tentativi e la routine di ogni tentativo era la seguente:
1. Halsman contava fino a tre.
2. Gli assistenti lanciavano i gatti e l’acqua.
3. Dalí faceva un salto.
4. Halsman scattava.
5. Halsman correva in camera oscura a sviluppare la lastra mentre gli assistenti asciugavano il pavimento e cercavano di tranquillizzare i gatti.
Dopo ogni lancio, i gatti venivano asciugati con cura e compensati con del cibo. Halsman ammise poi che il problema principale non era costituito dai gatti, ma dall’acqua, che finiva quasi sempre addosso a Dalí invece che nel punto previsto.
Dietro la foto
Guardando la foto originale non ritoccata (presente negli archivi prima della pubblicazione su Life), si possono notare i dettagli del backstage.
Si vedono chiaramente i fili di nylon che reggono il cavalletto e il dipinto.
In un angolo della foto si vede il braccio dell’assistente che sorregge la sedia.Nella versione finale pubblicata il dipinto di Dalí fu inserito direttamente sul cavalletto, che in fase di scatto era vuoto (per evitare di bagnare l’opera originale).

Halsman aveva fotografato Marilyn già nel 1952 nella famosa serie in cui la si vede in un angolo della stanza. Tra i due c’era un profondo rispetto: Marilyn si fidava di lui perché Halsman non cercava solo la sua bellezza erotica, ma la sua anima. In questo salto del 1959, Halsman riuscì a catturare quella che molti definirono la “vera” Marilyn: la donna intrappolata nel suo personaggio che, per un millesimo di secondo riuscì a staccarsi da terra e a essere libera.
La serie dei “salti” di Philippe Halsman (Jumpology) è uno dei progetti fotografici più originali del XX secolo e la foto di Marilyn Monroe del 1959 è quella più famosa.
Halsman era convinto che, quando una persona salta, l’attenzione necessaria per mantenere l’equilibrio faccia cadere la “maschera sociale”; è in quel momento di sospensione che emerge il vero carattere della persona. Marilyn, che era ossessionata dal controllo della propria immagine, fu la sfida perfetta per questa teoria.
La foto fu scattata nel 1959 nel piccolo studio di Halsman a New York non fu un colpo di fortuna; Marilyn, nota per il suo perfezionismo davanti all’obiettivo, non si accontentò di fare un paio di tentativi; si racconta che continuò a saltare per oltre tre ore, facendo almeno 200 salti prima di ottenere quello perfetto. Voleva che ogni muscolo, ogni ciocca di capelli e l’espressione del viso apparissero spontanei: un paradosso che solo lei poteva gestire.
La realizzazione dello scatto
Per illuminare il salto e bloccare il movimento senza sfocature Halsman utilizzò un sofisticato sistema di luci stroboscopiche elettroniche, una tecnologia che lui stesso aveva perfezionato per la fotografia di ritratto.
Un dettaglio psicologico interessante della sessione: a differenza di molti politici o industriali che saltavano in modo rigido, Marilyn saltava come una bambina, con le gambe flesse e le braccia tese a cercare il cielo. In seguito Halsman commentò: “Marilyn saltava con un’energia incredibile, come se cercasse di scappare da qualcosa o di raggiungere qualcosa di irraggiungibile. C’era una gioia quasi disperata nel suo salto.”
Questo scatto divenne la celebre copertina della rivista Life del novembre 1959 e fu una rivoluzione visiva: vedere la “dea della sensualità” in una posa così dinamica, quasi goffa, ma allo stesso tempo vulnerabile, la rese ancora più amata dal pubblico.
La nascita del Jumping style
Una delle invenzioni di Halsman fu la tecnica del jump, ovvero l’idea di ritrarre una persona mentre salta. Il Jumping Style nacque nel 1952 durante una sessione fotografica che doveva celebrare la famiglia Ford nel cinquantesimo anno di fondazione della loro azienda.
Dopo parecchio tempo passato dinanzi a nove adulti tesi e a undici bambini indisciplinati senza riuscire a ricavare uno scatto discreto, Halsman propose loro di mettersi a saltare: fu così che riuscì a catturare momenti spontanei del clan Ford.
Negli anni successivi Halsman propose a numerose celebrità di farsi immortalare a mezz’aria, liberandole dalle pose imposte dal loro ruolo; in questo modo persone “irraggiungibili” rivelarono il loro lato umano.

La fotografia del 1962 fu realizzata per la promozione del film “Gli uccelli” (The Birds) ed è uno dei ritratti più iconici della storia del cinema. Non si tratta di un singolo scatto rubato sul set, ma di una sessione orchestrata da un genio della fotografia insieme a un genio del marketing cinematografico.
Halsman non cercava la semplice documentazione e di Hitchcock e volendo catturare l’essenza della sua ironia macabra ideò l’immagine che lo ritrae mentre fuma il suo inseparabile sigaro con un uccello appollaiato sulla punta.
In realtà l’uccello era impagliato e fissato al sigaro con un sottile filo metallico: Halsman mosse leggermente l’ala e in questo modo creò quel lieve effetto di mosso che dà l’illusione che l’animale stia per spiccare il volo.
Hitchcock era consapevole della forza comunicativa del suo profilo (che usava anche come logo per la serie “Alfred Hitchcock Presents”) e Halsman lo esasperò chiedendo al regista di gonfiare le guance mentre espirava il fumo e rendere così il suo volto quasi una caricatura.
Durante la sessione Hitchcock spiegò a Halsman la sua filosofia del film “Gli uccelli”; gli disse che se un uccello attacca una volta è solo un incidente, ma se l’uccello vola via e torna a colpire è una “dichiarazione di guerra”.
In uno degli scatti meno noti della stessa serie Halsman ritrasse Hitchcock seduto a tavola mentre si apprestava a mangiare un pollo arrosto circondato da uccelli vivi e minacciosi: era l’umorismo nero “hitchcockiano”: il predatore che diventava preda.
Halsman utilizzava spesso la psicologia della provocazione. Per ottenere l’espressione perfetta non chiedeva a Hitchcock di sorridere, ma lo stuzzicava con domande impertinenti o battute, sapendo che il regista avrebbe risposto con quel mix di distacco e sagacia che lo rendeva unico.
Sebbene la foto sia stata scattata nel 1962 durante la produzione, fu pubblicata ampiamente solo nel 1963 per l’uscita del film nelle sale, facendo diventare il regista “marchio” di se stesso e più importante anche degli attori protagonisti.
La mostra Philippe Halsman, lampo di genio
Piove di Sacco (PD), Palazzo Pinato Valeri
Palazzo Pinato Valeri
Via Garibaldi 54, Piove di Sacco
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Fino al 19 aprile