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Fotografia.it

Steve McCurry: Shopping a Kabul

Paolo Namias | 27 Febbraio 2026

Guida all’immagine

Se il 1990 in Nuristan era stato un viaggio nel tempo, il 1992 a Kabul è per Steve McCurry è il racconto di un’apocalisse urbana. È l’anno in cui il governo filo-sovietico di Najibullah crolla e le diverse fazioni di mujaheddin, prima unite contro l’URSS, iniziano a combattersi ferocemente per il controllo della capitale. Kabul viene ridotta in macerie.

McCurry ha raccontato che tornare a Kabul nel 1992 è stato scioccante. Negli anni precedenti aveva visto una città “viva”, mentre ora era divisa in zone di guerra, con cecchini a ogni angolo, dove ogni sessione fotografica era un rischio mortale. Spesso doveva correre da un edificio all’altro per evitare il fuoco incrociato.

Uno dei momenti più dolorosi del 1992 fu per McCurry la visita al Museo Nazionale di Kabul. L’edificio si trovava sulla linea del fronte e venne pesantemente bombardato e saccheggiato; fu allora che McCurry scattò la foto di un uomo seduto in una stanza del museo completamente devastata, circondato da frammenti di statue millenarie e polvere e raccontò che il personale del museo cercava disperatamente di nascondere i pezzi più preziosi nei sotterranei mentre i razzi esplodevano sopra le loro teste. La foto divenne il simbolo della distruzione non solo di un popolo, ma della sua memoria storica.

Cinque ragazze avvolte nei burqa davanti a un negozio di scarpe moderne

McCurry è un maestro nel catturare i contrasti; in questa foto il contrasto non è solo visivo ma è soprattutto concettuale. Le donne sono “coperte” dal velo integrale, ma guardano con curiosità le scarpe moderne. È una metafora della vita che continua a scorrere sotto la superficie imposta dalle restrizioni sociali.

McCurry ha raccontato di come fosse colpito dal fatto che, nonostante i razzi cadessero a pochi isolati di distanza, i negozi rimanessero aperti; questa foto è la prova di quella resilienza quotidiana, il bisogno di comprare un paio di scarpe come atto di estrema normalità in un contesto folle.

Sebbene scattata durante la guerra civile, la foto ha anticipato quella che sarebbe stata la vita sotto il regime dei Talebani (dal 1996 in poi), quando il burqa divenne obbligatorio.

Fotografare le donne per strada uno scatto pericoloso

Sullo scaffale appaiono scarpe da ginnastica dal design occidentale; è la prova dell’infiltrazione della cultura globale anche nei luoghi più chiusi e martoriati.

In quel periodo a Kabul era estremamente difficile vedere cinque donne insieme che indossassero burqa di colori così diversi (blu, verde, marrone, grigio e ocra), solitamente prevaleva il blu. Trovarle poi tutte davanti a un muro di scarpe altrettanto variopinto è stato quello che McCurry ha chiamato un “momento regalato” in cui la composizione cromatica è nata quasi per magia davanti al suo obiettivo.

McCurry ha raccontato anche che fotografare le donne per strada poteva scatenare reazioni violente da parte dei passanti o dei guardiani della moralità e per farlo doveva essere rapidissimo: individuare la scena, scattare uno o due fotogrammi e sparire prima di essere notato. Non c’era spazio per il dialogo o per mettere in posa i soggetti; una pura fotografia di strada “mordi e fuggi”.

Molti critici vedono in questa foto una forma di resistenza silenziosa. Nonostante Kabul fosse sotto un assedio costante e i diritti delle donne iniziassero a essere pesantemente limitati, l’atto di fare shopping, di scegliere delle scarpe sportive, era un modo per reclamare una parvenza di normalità e dignità.

paolo namias

L’intero articolo sarà pubblicato su Tutti Fotografi

La mostra
Steve McCurry “Orizzonti lontani”
A cura di Biba Giacchetti
Palazzo Pigorini, Parma
Fino al 12 aprile 2026
https://parmawelcome.it/scheda/palazzo-pigorini/

Paolo Namias
Direttore editoriale delle pubblicazioni di Rodolfo Namias Editore
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