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fotopuntoit_14. Derrick Cross, 1985 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission

Derrick Cross, 1985 © Robert Mapplethorpe Foundation.

Robert Mapplethorpe in mostra a Milano. Dialogo con Denis Curti

“Paradossalmente l’idea di perfezione di Mapplethorpe contiene una logica di imperfezione. Il risultato delle sue fotografie spesso deriva da un controllo maniacale della luce, dell’inquadratura e del tempo ma raggiungere quel “click” magico talvolta coincide proprio con accogliere l’imperfezione.”

Redazione fotografia.it | 25 Gennaio 2026

Dal 29 gennaio al 17 maggio 2026, Palazzo Reale a Milano ospita la mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio, una grande retrospettiva dedicata a uno dei fotografi più originali, raffinati e controversi del Novecento.

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La conferenza stampa di presentazione della mostra “Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio” © Stefano Michelin|TREDICI/78 Studio

Curata da Denis Curti e promossa dal Comune di Milano in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York e prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte, l’esposizione invita il pubblico a ripensare la forza estetica e concettuale dell’opera di Mapplethorpe attraverso una selezione ampia e inedita delle sue immagini più celebri e potenti. La mostra è parte del programma culturale legato ai Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 e rappresenta il secondo capitolo di una trilogia espositiva insieme a Venezia e Roma che approfondisce diversi aspetti della sua opera e della sua visione artistica.

fotopuntoit_03. Self Portrait, 1980 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission
Self Portrait, 1980 © Robert Mapplethorpe Foundation.

Ne abbiamo parlato con il curatore Denis Curti in prossimità dell’apertura della mostra per conoscere meglio la figura di un fotografo complesso e talvolta compreso solo in superficie come Mapplethorpe.

Denis Curti © Stefano Michelin|TREDICI/78 Studio

Chi era Robert Mapplethorpe, sia come uomo che come fotografo?

Sicuramente la vicenda fotografica di Robert Mapplethorpe è fortemente coerente con la persona che era, nel senso che le sue fotografie gli assomigliano moltissimo e la sua vita assomiglia alle sue immagini. Paradossalmente questo è stato per lui anche il dramma più grande: chi guarda spesso si lascia sedurre o ingannare dalla vita privata, mentre io suggerisco a chi visiterà la mostra di guardare soprattutto le fotografie, perché emergono, in maniera talvolta anche evidente, elementi di contraddizione che non sono immediatamente visibili ma che sono centrali per capire la sua ricerca.

Mapplethorpe è stato talvolta ridotto ingiustamente a fotografo dello scandalo. Qual è stata la prima etichetta che ha sentito il bisogno di smontare prima di scegliere le immagini?

Quando ho iniziato a lavorare alla mostra e ho acquistato o comunque recuperato molti libri sulla produzione di Mapplethorpe e devo dire mi ha colpito molto il lavoro di Germano Celant che aveva anche conosciuto Mapplethorpe personalmente. La prima cosa da togliere era il cliché della pornografia e della mera provocazione: Mapplethorpe è stato un grandissimo fotografo, autodidatta, con livelli professionali altissimi. Certo, non può esistere Mapplethorpe senza l’elemento provocatorio ma prima di tutto è un fotografo straordinario, un ritrattista capace di dominare il soggetto per ottenere il senso che voleva trasmettere. In mostra ci sono i primi lavori, i collage di gioventù, il lavoro sui fiori e sulle statue: tutto contribuisce a restituire il profilo di un maestro assoluto della fotografia.

Eera ossessionato dalla perfezione. In un’epoca che celebra l’imperfezione, questa ossessione oggi verrebbe vista come un limite?

Paradossalmente l’idea di perfezione di Mapplethorpe contiene una logica di imperfezione. Il risultato delle sue fotografie spesso deriva da un controllo maniacale della luce, dell’inquadratura e del tempo ma raggiungere quel “click” magico talvolta coincide proprio con accogliere l’imperfezione. Ad esempio, nella fotografia di Truman Capote, uno dei rari scatti fatti fuori dal suo studio, i dettagli, come le unghie dei piedi, raccontano una dimensione di verità non perfetta ma profondamente espressiva. Oppure i ritratti dei grandi artisti, quando era costretto a uscire dallo studio e entrare lui nelle case e nelle vite degli altri. La sua idea di perfezione si rifletteva nei corpi scultorei e nelle figure geometriche ma quando si trattava di ritrarre persone, accidenti se coglieva l’imperfezione come parte della loro umanità.

Ha sempre lavorato in bianco e nero. Quale ruolo ha avuto questa scelta nella sua fotografia?

Dunque, intanto lui ha fatto anche tanta fotografia a colori e nella mostra ne diamo conto, soprattutto per i fiori, dove ha sentito il bisogno di fotografarli a colori, oppure anche in alcuni ritratti di Patty Smith.  Il bianco e nero per Mapplethorpe era una scelta tecnica: gli permetteva di controllare completamente la sua produzione in studio, dall’illuminazione al lo sviluppo e alla stampa. Con il colore avrebbe perso parte di questo controllo. La sua cultura fotografica, influenzata anche dal rapporto con Sam Wagstaff e dalla sua collezione, era fortemente ancorata al bianco e nero. Questo imprinting gli ha consentito di spingere la forma e la luce verso un’espressione di perfezione e profondità senza compromessi anche se ha comunque lavorato, tanto e bene, con il colore e ciò è evidente, come detto, in questa esposizione.

Se dovesse spiegare Mapplethorpe a un giovane di 18 anni che fotografa con lo smartphone, da dove partirebbe? Dal corpo, dalla forma o dalla ricerca?

Partirei dall’idea che la fotografia è il risultato di scelte consapevoli nei confronti del mondo. Mapplethorpe è spesso interpretato come documentarista della sottocultura omosessuale e lo fa come una sorta di impegno social, non era un militante, e questo è emerso bene dal confronto che c’è stato con la Fondazione Mapplethorpe. Faceva quelle fotografie perché gli interessavano e altri hanno poi attribuito loro significati sociali più ampi e non strettamente dichiarati. Quello che io spiego ai giovani è di prestare attenzione all’idea di coerenza. Paradossalmente la coerenza di Mapplethorpe, che passa anche per la provocazione, è stata la forza maggiore della sua fotografia, unita a un senso estetico raro. Qualcosa che curando questa mostra mi ha quasi sempre commosso.

Qual è, secondo lei, la domanda più urgente che questa mostra pone non tanto al pubblico quanto alla fotografia contemporanea più in generale?

Questa mostra dice chiaramente che la fotografia è un atto di salvezza. Mapplethorpe è stato un grande fotografo e allo stesso tempo uno che ha svelato tabù, sbattendoci in faccia virtù e vizi dell’essere umano con grande consapevolezza. La domanda più importante è se, dopo tutti questi anni, il suo lavoro sia ancora capace di provocare reazioni e porre interrogativi sulla società contemporanea. E io credo di sì: guardare queste fotografie significa guardare noi stessi, anche a distanza di tempo.

Ci sono aneddoti o curiosità sulle celebrità che ha fotografato, presenti alla mostra?

Non ci sono molte storie “divertenti” nel senso convenzionale ma è noto per esempio il legame con Lisa Lyon, campionessa mondiale di bodybuilding, che cercava qualcuno capace di elevare il suo corpo a opera d’arte. Incontrando Mapplethorpe, che aveva la stessa ossessione per il corpo, si è creato un rapporto intenso tra loro, talmente forte che si racconta, senza certezza, che avessero addirittura parlato di matrimonio, col rapporto con Patty Smith ormai concluso ma anche con una omosessualità dichiarata. Il libro Lady, nato da questa collaborazione, anticipa estetiche che saranno poi riprese da altri artisti, come Madonna con Sex. Questo tipo di relazione racconta bene quanto Mapplethorpe cercasse un coinvolgimento profondo con le persone che fotografava.



Denis Curti è uno dei più importanti curatori italiani nel campo della fotografia contemporanea. È direttore artistico de Le Stanze della Fotografia a Venezia e dirige anche il PhotoGrant di Deloitte. Nel 2014 ha fondato a Milano la galleria STILL, uno spazio dedicato alla promozione della fotografia e della cultura visiva. Curti è direttore artistico di vari festival fotografici (tra cui il Festival di Fotografia di Capri) e ha ricoperto ruoli di rilievo come direttore della Fondazione Italiana per la Fotografia, direttore del mensile Il Fotografo e critico per testate come Corriere della Sera e Vivimilano. Ha curato mostre e pubblicazioni su grandi fotografi internazionali e scritto saggi sulla fotografia contemporanea. Inoltre è responsabile della testata Black Camera e insegna in programmi di fotografia avanzata.

Robert Mapplethorpe (4 novembre 1946 – 9 marzo 1989) è stato un fotografo americano fra i più influenti del XX secolo, noto per le sue fotografie in bianco e nero di fiori, ritratti di celebrità e nudi maschili. La sua estetica rigorosa, basata su luce controllata e composizioni classiche, fece dialogare la struttura formale con soggetti provocatori, includendo anche immagini esplicitamente homoerotiche che suscitarono ampi dibattiti pubblici e culturali. Mapplethorpe iniziò la sua carriera fotografica negli anni ’70, sviluppando un linguaggio visivo che coniugava estetica classica e modernità e portando il medium fotografico a un livello di riconoscimento artistico senza precedenti. La sua opera è stata esposta nei maggiori musei del mondo, e oggi la Robert Mapplethorpe Foundation continua a sostenere la fotografia e la ricerca in ambito artistico e medico.


Testo e foto: Stefano Michelin

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