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Fotografia.it

Patti Smith e Robert Mapplethorpe: una storia d’amore

Paolo Namias | 22 Febbraio 2026

Guida all’immagine

Parlare di Robert Mapplethorpe e Patti Smith significa raccontare una grande storia d’amore. Sebbene il loro rapporto sia iniziato nel 1967, il 1986 rappresenta un anno cruciale, intriso di malinconia e consapevolezza: è l’anno in cui a Robert viene diagnosticato l’AIDS, evento che da quel momento cambierà per sempre le immagini che Robert scatterà a Patti.

Quando si incontrarono nel 1967 a Brooklyn, erano entrambi poverissimi; Patti racconta che fecero il patto che si sarebbero presi cura l’uno dell’altra finché non fossero stati abbastanza forti da “stare in piedi” da soli. Nel 1986, nonostante Robert fosse diventato un fotografo di fama mondiale e Patti una rockstar, quel patto era ancora vivo e Robert continuava a vederla come la sua musa, l’unica persona capace di capire la sua ossessione per la perfezione formale.
Robert infatti era diventato estremamente tecnico, quasi maniacale; mentre nel 1975 per la celebre copertina di Horses bastarono pochi scatti in luce naturale e la luce romantica, sporca rappresentava la giovinezza e la libertà, nel 1986 ogni ombra è studiata.
Patti ha raccontato che posare per Robert nell’86 era come “parlare senza parole”; sapeva esattamente come inclinare il mento per compiacere l’occhio di Robert, che in quel periodo cercava di catturare una sorta di bellezza fuori del tempo, quasi statuaria, forse in reazione alla malattia che avanzava. Robert sapeva di essere malato e il suo uso della luce del 1986 è un tentativo di fermare il tempo. Illuminando Patti in quel modo voleva renderla immortale, sottrarla al decadimento fisico che lui stesso stava sperimentando.

Patti Smith, 1986 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission.
Patti Smith, 1986 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission.

Il tempo sta per scadere
Un aneddoto di quel periodo riguarda i loro ultimi servizi fotografici; Robert era terrorizzato dall’idea di essere dimenticato e Patti ricorda che, durante una sessione, lui la guardò e le chiese: “Patti, l’arte ci ha divorati?” Lei rispose di sì.
Nel 1986, lo sguardo di Patti verso l’obiettivo di Robert non era più di sfida adolescenziale, ma esprimeva una profonda complicità, un dialogo tra due persone che sanno che il tempo stava per scadere.
Guardando i ritratti di Patti scattati da Robert nel 1986 si nota anche un tipo si illuminazione diverso rispetto al 1975: Robert la sta trasformando quasi una statua greca per proteggerla dal tempo che passa.
Nel 1986 Patti Smith viveva a Detroit con suo marito Fred “Sonic” Smith e Robert la chiamava spesso per convincerla a tornare a New York a posare.
“Robert mi fa sentire di nuovo un’artista – raccontava – non solo una madre che lava i piatti”.
Le sessioni fotografiche di quell’anno erano per lei una boccata d’ossigeno creativo, mentre per lui erano un modo per aggrapparsi alla vita.
Patti ha ammesso di non riuscire più a guardare queste foto per anni dopo la morte di Robert (avvenuta nel 1989) perché “sentiva ancora il clic della sua Hasselblad”.

Sul set: Mapplethorpe e l’Hasselblad 500 C/M
Sul set Mapplethorpe guidava Patti con precisione millimetrica: le chiedeva un’immobilità statuaria e di trattenere il fiato per evitare ogni pur minimo micromosso e dare al corpo una tensione muscolare.
Il formato 6×6 non era solo una scelta tecnica, ma una filosofia compositiva: obbligava a una simmetria centrale che conferiva a Patti un’aura di sacralità fuori dal tempo.
Come obiettivo usava lo Zeiss 150mm: questa focale comprime delicatamente i piani e come illuminazione, nel 1986, lasciata la luce diffusa, usava il flash per scolpire l’immagine.
Mapplethorpe cercava neri profondi e bianchi puri: usava pannelli neri per assorbire la luce riflessa e “ritagliare” il profilo di Patti dallo sfondo.

Il controllo della luce
Nel 1986 lo stile di Robert Mapplethorpe ha raggiunto la maturità. Se nei primi anni Settanta Robert cercava l’immediatezza, a metà degli anni Ottanta la sua ossessione è la perfezione formale; fotografando Patti Smith, non sta solo ritraendo un’amica, sta “scolpendo” nel marmo con la luce. Mapplethorpe infatti non usava la luce per “illuminare”, ma per disegnare i volumi.
Spesso come luce principale utilizzava una luce dura e direzionale, posizionata lateralmente a 45 gradi e in questo modo riusciva a creava ombre nette, enfatizzando gli zigomi e la linea della mascella di Patti. A differenza delle immagini della classica fotografia di moda, Robert voleva che la pelle sembrasse pietra e la luce radente metteva in risalto ogni più piccolo dettaglio.
Patti emerge così dal buio come illuminata da un faro di scena; c’è solo lei e questo contrasto elimina ogni distrazione.
Uno degli elementi distintivi del 1986 è proprio l’uso di uno sfondo completamente nero; Mapplethorpe usava il nero non come “vuoto”, ma come spazio negativo e l’ombra diventa parte della composizione tanto quanto la luce, creando un equilibrio perfetto.

La cura per la stampa
Proprio in questi anni Kodak introdusse la T-Max 100, una pellicola che offriva una grana finissima e una gamma dinamica eccezionale. Robert inizio subito a usarla perché gli permetteva di ottenere quell’aspetto “setoso” e privo della grossa grana degli anni Settanta.
La magia delle stampe di Robert avveniva in camera oscura; i suoi stampatori di fiducia come Tom Baril lavoravano con tempi di esposizione lunghissimi per ottenere neri vellutati; osservando una stampa dell’1986 il nero non è solo assenza di luce, è una materia densa.
Paolo Namias

Derrick Cross, 1983 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission
Derrick Cross, 1983 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission
Orchid, 1989 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission
Orchid, 1989 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission

L’intero articolo sarà pubblicato su Tutti Fotografi

La mostra
Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio
Dal 29 gennaio al 17 maggio 2026,
Palazzo Reale a Milano

Paolo Namias
Direttore editoriale delle pubblicazioni di Rodolfo Namias Editore
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