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Anticorpi Bolognesi. Un reportage di Giulio Di Meo con testi di Sara Forni.

Eugenio Tursi | 10 Maggio 2020

Il termine resilienza va piuttosto di moda da qualche tempo a questa parte. Indica non solo la capacità di resistere ad un qualche tipo di ‘offesa’ ma anche il fatto di trarre da tali atti una maggior forza e robustezza, facendole proprie. Chiunque tra coloro che hanno vissuto questo momento storico caratterizzato dell’irrompere del virus all’interno delle nostre vite (siamo tutti compresi in questo conto) si sarà augurato non solo che l’emergenza finisca ma anche di riuscire a superarla traendo semmai qualche cosa di positivo, un insegnamento piuttosto che una morale o semplicemente un’ispirazione su come ripartire, dalla sconcertante esperienza che ci sta accomunando. Oltre, addirittura prima, delle intenzioni di molti vi sono esempi di come la reazione costruttiva sia partita addirittura alle avvisaglie del diffondersi di Covid-19.

Ci occupiamo di questi ‘anticorpi’ primigeni grazie ad un’opera sia fotografica sia di narrativa e di grafica la cui principale sezione per immagini è stata affidata a Giulio Di Meo, fotografo reportagista che già conosciamo e facente parte della redazione che sta alle spalle di Witness Journal, il quale, accompagnato dai testi di Sara Forni, ha sondato una realtà urbana la quale non è scelta a caso. Bologna la conosciamo. Per la sua gente, per l’attitudine ospitale, accogliente e, non ultimo anzi prima, per lo spirito comunitario e sociale che storicamente lega coloro che la abitano o la vivono. Bologna si trova improvvisamente spogliata ad opera del Covid-19 della sua linfa più vitale: la società che in fin dei conti ne costituisce l’ordito, la peculiarità più tipica al di là che gli occhi di un turista frettoloso potrebbe cogliere.

E’ proprio qui che la natura della città (è il caso di identificare le sue parti con il tutto) si scuote e dà vita a forme di solidarietà, di collaborazione, di sostegno e, perché no, di amore che vanno contro lo scenario cupo dei primi giorni di emergenza. Il tutto, ovviamente, nel rispetto delle regole imposte necessariamente dalla nuova situazione. Dai privati alle associazioni cittadine, dalle aziende locali al pubblico impiego Bologna si mobilita per fare fronte comune alle nuove (e vecchie) necessità. L’obiettivo di Giulio Di Meo scorre su queste vicende, nascoste per esigenza del momento, le quali al centro dell’attenzione portano le persone che le hanno animate e rese possibile. Ecco, se del Covid-19 qualche cosa ci porteremo dietro, saranno questi anticorpi, una resistenza acquisita da parte della società cittadina nei confronti non solo dell’epidemia ma anche dei molti eccessi e egoismi che l’isolamento forzato ha contribuito a svelare ed identificare.

Ad accompagnare gli estratti fotografici di Giulio Di Meo che trovate qui di seguito, scatti in bianconero estremamente lucidi ed affilati ripresi nel corso delle settimane più intense della pandemia a Bologna, pubblichiamo i brani di Sara Forni, tratti dalla più estesa forma finale che trova pubblicazione all’interno del volume promosso dalla campagna di crowdfunding a sostegno del fotogiornalismo indipendente “Anticorpi Bolognesi”: “Il 9 giugno, il lavoro della redazione si concluderà con la pubblicazione del libro di ‘Anticorpi bolognesi’ in versione integrale. In soli venti giorni di campagna sono già state prenotate oltre 200 copie del libro che racconterà questo difficile periodo attraverso 12 storie, 150 pagine con oltre 100 fotografie, illustrazioni, grafiche e testi di approfondimento.“. Le sei storie che pubblichiamo sono state diffuse anche da Witness Journal (WJ), di cui Giulio di Meo è photo editor nonché presidente dell’associazione omonima.

“Anticorpi bolognesi è un reportage che racconta questa multiforme umanità, tra immagini, parole, grafiche e illustrazioni. Un modo per mostrare una vita quotidiana cambiata solo per necessità, e che per questo non si piega nemmeno davanti a un virus globale. La narrazione segue tante piccole storie collegate tra loro da molteplici fili rossi che creano una rete di umanità, di speranza e, soprattutto, di azioni concrete per fare in modo che questa esperienza non lasci tutto come era prima ma che diventi un’esperienza sulla quale impostare nuove basi per ripensare la società.”... (continua su WJ)


Con la scusa dei fiori

“Quando Silvia suona il campanello a Sofia e Giuseppe a loro viene da sorridere, come se arrivasse quella nipote lontana, che non vedono da tempo. Sanno benissimo che insieme a frutta e verdura, lei dentro le sue grandi sporte della Coop avrà anche un mazzolino di fiori di campo. Così si scambiano cibo e fiori, facendo durare quel istante in cui le mani si sfiorano appena, molto più del solito. Nei tempi della pandemia, anche il minimo contatto fa la differenza e sorrisi complici sostituiscono gli abbracci. Si potrebbe pensare che attività di volontariato come questa portino beneficio soltanto a chi le riceve, ma in realtà sono il modo per Silvia di riuscire a continuare a sentirsi viva, di mantenere un contatto umano e per questo cerca di fare più consegne possibili. Anche lei, come Sofia e Giovanni, per rendere un po’ meno silenziose le mura di casa in cui si è trovata incastrata a vivere per caso, un po’ senza volerlo.”... (continua)


Made in Italy

“Poco lontano da Valsamoggia, a Zola Predosa, ha sede la Gvs Technology Italy, azienda attiva in 13 Paesi con circa 2.500 dipendenti, specializzata in soluzioni avanzate per sistemi di filtrazione dell’aria. Da quando l’emergenza Coronavirus si è abbattuta sull’Italia, la Gvs ha scelto di dedicarsi completamente alla produzione di mascherine Ffp3, le più efficaci in termini di filtraggio di sostanze nocive cancerogene e radioattive, ma anche di microrganismi patogeni come virus, batteri e funghi. Gvs ha messo a disposizione delle Protezione civile e delle strutture sanitarie italiane questi fondamentali Dispositivi di protezione. Gvs produceva già le mascherine in altri Paesi, ma prevedendo l’aggravarsi della situazione, ha avviato quattro linee produttive anche in Italia. Dall’inizio dell’epidemia sono stati assunti 90 nuovi operai con l’obiettivo di arrivare a produrre 650.000 mascherine al mese. Le Ffp3 della Gvs sono certificate biohazard, attestato rilasciato soltanto alle aziende che testano i dispositivi con ‘virus vivi’. In questa azienda infatti, si fa anche ricerca e si lavora a un protocollo per poter riutilizzare questi dispositivi fino a 3 o 4 volte.”(continua)


Don’t Panic, organizziamoci!

“Pochi giorni dopo l’esplosione della pandemia, il tessuto associativo del Terzo settore bolognese ha dato vita a Don’t Panic, organizziamoci!, una rete solidale che nasce come coordinamento di oltre 50 associazioni locali che hanno messo insieme le loro esperienze per fronteggiare l’emergenza coronavirus. Le iniziative messe in campo non si limitano alla semplice raccolta e distribuzione di cibo o alla raccolta di beni di prima necessità ma intersecano competenze trasversali, dal supporto legale e burocratico per le pratiche di lavoro fino al sostegno psicologico per le donne vittime di abusi e sfruttamenti. Come spiega Alessandro Caprara, del circolo RitmoLento, che in queste settimane fa anche da magazzino per la raccolta della spesa: “Mettere insieme tante associazioni diverse e per certi versi anche distanti tra loro, ci ha dato una grande forza e capacità di inventiva. Ora si tratta di tenere duro e approcciarsi alla fase due che sarà la più dura perché le macerie sociali di questa crisi si riveleranno tutte insieme”.”(continua)


Tutto chiuso

“Alessandro insegna nella palestra popolare Gino Milli, del circolo Guernelli. Per portare avanti il lavoro dei suoi atleti, Alessandro prepara schede personalizzate ad ognuno, per evitare che uno stop forzato possa compromettere tutti i progressi fatti. Non è la stessa cosa però allenarsi nella propria stanza e farlo in palestra e anche per questo gli esercizi spesso si limitano a quelli di mantenimento del tono e della definizione fisica, aspettando il giorno di poter tornare sul ring. E anche aspettando di poter riaprire la palestra, anche se su questo le speranze di Alessandro sono molto più labili. Il pugilato è uno sport fisico, in cui le persone devono necessariamente essere a contatto e per via delle misure di sicurezza e di distanziamento sociale, la Gino Milli rischia di riaprire fra molti mesi, sempre che il fondo economico reggerà lo shock. Insieme a lui vive Noemi, che oltre ad essere sua allieva è anche la sua ragazza. “Adesso ho un allenatore tutto per me”, dice scherzando, quando racconta com’è cambiata la sua vita quotidiana dall’inizio della pandemia. Le loro giornate trascorrono tra l’incertezza di poter tornare a gareggiare e allenamenti nel giardino condominiale, sotto gli occhi curiosi dei vicini di casa.”(continua)


Staffette alimentari partigiane

“Più passavano i giorni di quarantena, più iniziavano ad aumentare le azioni di solidarietà. Ma ci sono persone diverse dagli anziani Giuseppe e Sofia, persone che non possono ricevere la spesa a domicilio, per un motivo tanto semplice quanto brutale: una casa non ce l’hanno. Sono gli oltre duemila senza tetto che vivono sotto i portici di Bologna, che non possono rispettare la regola del #restiamoacasa e che, durante i mesi del lock-down, hanno avuto più bisogno del solito, non solo per poter mangiare ma anche per proteggersi, tutelando la propria salute contro il corona virus. Bologna però, anche in questo caso ha fatto comunità. Questa volta ci hanno pensato i collettivi YaBasta, Làbas e TPO, avviando la campagna Staffette alimentari Partigiane. Dai primi giorni di aprile, ogni sabato per due mesi, gli attivisti si impegnano a consegnare un sacchetto con prodotti alimentari e sanitari ai senza fissa dimora di Bologna. Ogni sacchetto vale circa 15 euro e non contiene solo cibo e prodotti sanitari, ma anche un libro, un bene più che essenziale per combattere la solitudine.”(continua)


R’esistere

“L’ultimo anticorpo riassume tutte queste storie in una parola: Resistenza. Epidemia e lock-down hanno significato anche l’impossibilità di celebrare, per la prima volta da 75 anni, la Festa della Liberazione dal nazifascismo in Italia. Il 25 aprile 2020 lo ricorderemo come il giorno perfetto per festeggiare, era un sabato e c’era il sole, cosa rara considerato che ormai la pioggia è una tradizione. Oltre al danno, la beffa. Una così bella giornata sarebbe stata perfetta per passare l’intera giornata al Pratello, ma quest’anno quello che non è stato possibile fisicamente si è spostato sul web, sui social network e affacciati ai balconi di casa.”(continua)


Quella presentata su Fotografia.it e prima ancora su Witness Journal rappresenta la prima parte del progetto completo (12 storie, 150 pagine, più di 100 fotografie, illustrazioni, grafiche e testi di approfondimento) che ha visto confluire fotografia ed altri linguaggi in un lavoro collettivo con le fotografie di Giulio Di Meo, i testi di Sara Forni, gli approfondimenti di Amedeo Novelli, Matilde Castagna e Alessio Chiodi, le grafiche di Vittorio Giannitelli e le illustrazioni di Luca Ercolini/Elle. La campagna di crowdfunding si sostiene dal sito di Produzioni dal Basso.

Eugenio Tursi
Nato a Firenze nel 1974, ho fatto tutto al contrario. Dia prima, camera oscura dopo. Prima dell'Hasselblad avevo già la digitale. Ho imparato da Alpino, frequentando ed insegnando poi in scuole di fotografia milanesi. Scrivo dal 1999, mi laureo in Informatica e ricollego il tutto alla fotografia digitale. Faccio anche il fotografo freelance oltre a coordinare Progresso Fotografico che conobbi nel 1995. Mi hanno insegnato 'qualcosa’ Leonardo Brogioni, Roberto Signorini, Gerardo Bonomo.
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