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Fotografia.it

Festival della fotografia etica di Lodi

Il Festival si è imposto negli anni come uno degli appuntamenti più importanti a livello europeo per il fotogiornalismo, la fotografia documentaria e l’indagine sociale.

Paolo Namias | 14 Luglio 2026

Al centro della manifestazione è il World Report Award – Documenting Humanity: il premio  punta i riflettori sulle grandi questioni umane e sociali attraverso lo sguardo di importanti reporter internazionali.
Diciassettesima edizione, dal 26 settembre al 25 ottobre 2026.
www.festivaldellafotografiaetica.it

Guida all’immagine

© Max Cavallari
© Max Cavallari

L’orizzonte negato, di Max Cavallari

L’immagine è tratta dal progetto “Acquaintance” (Conoscenza) del fotografo documentarista bolognese Max Cavallari. Il reportage, esposto in importanti festival tra cui l’IMP Festival di Padova, racconta i quaranta giorni trascorsi dal fotografo a bordo della nave da ricerca e soccorso Humanity gestita dalla ONG tedesca SOS Humanity nel corso di una drammatica missione nel Mar Mediterraneo tra ottobre e novembre del 2022.

La storia dietro lo scatto

La nave era salpata dal porto di Palermo il 3 ottobre 2022 e tra il 22 e il 24 ottobre l’equipaggio effettuò tre complessi salvataggi in mare aperto traendo in salvo 180 persone alla deriva su tre imbarcazioni di fortuna.
Una volta messi al sicuro i naufraghi la nave fu al centro di un durissimo braccio di ferro col governo italiano: furono necessarie ben 21 richieste di un porto sicuro prima che le autorità italiane concedessero l’attracco al porto di Catania. Una volta arrivati in porto, il governo applicò per la prima volta il controverso decreto dello “sbarco selettivo”: solo le donne, i bambini e i soggetti ritenuti fragili ricevettero il permesso di scendere a terra, mentre 45 uomini adulti, giudicati sommariamente “sani” dalle commissioni mediche, furono costretti a rimanere a bordo della nave ormeggiata, sospesi in un limbo burocratico.

La forza della composizione

La simmetria dell’immagine: al centro svetta la sagoma di un migrante avvolto in una coperta termica, mentre sullo sfondo si staglia il profilo della costa siciliana e, sulla destra, la cima dell’Etna parzialmente coperta dalle nuvole: l’Europa è lì, a portata di mano, ma è inaccessibile.
La scelta di fotografare il migrante di spalle, nascosto dalla coperta, risponde all’esigenza di proteggere l’identità e la dignità di persone vulnerabili che fuggono dalle torture dei centri di detenzione in Libia. Nello stesso tempo la figura diventa simbolo del migrante privo di nome e volto per la burocrazia internazionale.

L’uso del bianconero

Max  Cavallari ha scelto il bianconero per rappresentare il cielo cupo e il mare increspato: non sono solo elementi atmosferici, ma riflettono lo stato psicologico dei migranti: la profonda solitudine, il senso di isolamento circondati da un mare infinito e scuro nell’incertezza sul proprio futuro.

La condivisione è un valore

Max Cavallari non è stato un semplice osservatore: per quaranta giorni ha vissuto negli stretti spazi della nave condividendo con i volontari e i migranti la routine, i pasti, le lunghe ore di un’attesa estenuante.
Il titolo del progetto, “Acquaintance”, fa riferimento alla capacità degli esseri umani di adattarsi a spazi limitatissimi e di sviluppare rapporti di solidarietà tra quanti sono indistintamente nella stessa barca in mezzo al mare.

©Carol Guzy
©Carol-Guzy

La crudeltà degli agenti ICE, Carol Guzy

Il titolo di questa foto della fotoreporter statunitense Carol Guzy è “Separated by ICE”), un’immagine di grande impatto emotivo. Premiata come World Press Photo of the Year 2026, fa parte di un ampio reportage intitolato “ICE Arrests at New York Court” realizzato per il Miami Herald e l’agenzia ZUMA Press.

La storia dietro lo scatto

L’immagine è stata scattata il 26 agosto 2025 all’interno del Jacob K. Javits Federal Building a New York City, uno dei pochi uffici federali a cui i fotografi hanno eccezionalmente il permesso di accedere e di documentare l’operato delle forze dell’ordine.
La foto coglie il drammatico momento in cui una famiglia di migranti viene improvvisamente spezzata: l’uomo che intravediamo sulla sinistra, bloccato dagli agenti, si chiama Luis, di origine ecuadoriana e, secondo quanto dichiarato dai suoi familiari, non aveva alcun precedente penale: era entrato negli uffici per partecipare a una regolare udienza relativa alle pratiche burocratiche.
Al termine dell’udienza Luis è stato bloccato dagli agenti della ICE (U.S. Immigration and Customs Enforcement) per essere deportato: nell’immagine vediamo le sue figlie adolescenti che si aggrappano a lui nel disperato tentativo di non farselo strappare.

La felpa “March Madness”

Un dettaglio apparentemente ordinario, ma dal forte contrasto narrativo, è la felpa del padre, in primo piano, sulla sinistra: la felpa nasce come “merchandising” del campionato di basket americano (NCAA Division).
Questo dettaglio di cultura popolare americana accentua la tragicità della scena: una famiglia integrata nella quotidianità del paese viene in un attimo sradicata.

I tribunali come “trappole”

I media hanno parlato ampiamente della strategia dell’ICE contro i migranti e i tribunali per l’immigrazione; questi luoghi teoricamente nati per garantire giustizia e legalità, si sono trasformati in veri e propri punti di imboscata in cui i migranti privi di documenti vengono arrestati non appena si presentano spontaneamente alle udienze.
Questa pratica ha sollevato grandi polemiche, proteste e cause legali, contribuendo persino al licenziamento della Segretaria alla Sicurezza Nazionale Kristi Noem nel marzo del 2026.

Le parole della fotografa

Carol Guzy, già vincitrice di quattro Premi Pulitzer, ha dedicato il premio ai soggetti della sua foto con queste parole:
“Il coraggio di queste persone di svelarsi alle nostre fotocamere ci ha permesso di raccontare le loro storie. Questo premio appartiene a loro, non a me. Siamo testimoni della sofferenza di innumerevoli famiglie, ma anche della loro resilienza”.
La giuria del premio ha sottolineato come la forza visiva di questa fotografia risieda nella brutalità della scena: Carol Guzy non usa metafore, ma mostra l’impatto umano e psicologico di una scelta politica.

©Chinky Shukla
©Chinky Shukla

Chinky Shukla: nel deserto contaminato

L’immagine fa parte del reportage “When Buddha Stopped Smiling” (Quando Buddha ha smesso di sorridere), realizzato dalla fotografa indiana Chinky Shukla, del National Geographic Explorer.
Questo lavoro ha ottenuto ampi riconoscimenti internazionali e ha vinto il premio della sezione Spotlight Award del World Report Award 2026

Il paradosso di Pokhran

Lo scatto è ambientato nei pressi di Pokhran, una cittadina del deserto del Thar nello stato nord-occidentale del Rajasthan, in India, passata alla storia per essere stata il teatro dei test nucleari sotterranei dell’India del 1974 e del 1998. Il nome del progetto è un amaro riferimento al primo test del 1974, denominato dal governo indiano “Smiling Buddha” (Buddha sorridente).
Se per lo stato quei test rappresentarono un momento di orgoglio nazionalista e di affermazione geopolitica, per le comunità rurali e dei pastori che abitavano il deserto l’esplosione segnò l’inizio di un incubo: a distanza di decenni la popolazione continua a subire gli effetti devastanti delle radiazioni nucleari con picchi anomali di tumori, di bambini nati con gravi disabilità mentali o fisiche (paralisi cerebrali) e deformità diffuse anche nel bestiame.

Il velo come metafora

Le tre donne indossano abiti tradizionali abbinati a un velo rosso che ne copre completamente il volto. Nella cultura locale del Rajasthan, questo velo, il “ghoonghat”, viene indossato dalle donne sposate come segno di rispetto di fronte agli anziani e agli estranei, ma nell’estetica di Chinky Shukla il velo assume un potente significato: richiama l’invisibilità delle vittime agli occhi del governo che ha spesso ignorato o minimizzato l’eredità tossica dei test.
Inoltre rappresenta l’inconscio tentativo di proteggersi dalla minaccia della radiazione che non si può vedere nè toccare, ma che contamina i loro corpi.

La luce spettrale evoca la contaminazione del paesaggio

L’atmosfera cromatica della foto, sospesa tra le tonalità fredde del cielo al crepuscolo e la terra arida del deserto, evoca la sensazione di un paesaggio contaminato e silenzioso, dove la paura è diventata parte integrante della quotidianità degli abitanti.

Un fotogiornalismo empatico

Arrivata in questi villaggi del deserto senza conoscere nessuno, la fotografa Chinky Shukla ha scelto un approccio intimo ed empatico; ha dedicato mesi ad ascoltare la gente e a creare un rapporto di fiducia con le famiglie, condividendo la vita quotidiana, prima di prendere in mano la macchina fotografica.
“Le immagini cercano di visualizzare ciò che non può essere fotografato: la contaminazione, la paura e il trauma ereditato”.
Per lasciare un ricordo positivo della sua permanenza a Pokhran, Chinky Shukla ha organizzato dei laboratori di fotografia per i bambini, offrendo alle nuove generazioni gli strumenti visivi per documentare autonomamente il proprio ambiente e raccontare le proprie storie.

Paolo Namias

L’articolo sarà pubblicato su Tutti Fotografi

Paolo Namias
Direttore editoriale delle pubblicazioni di Rodolfo Namias Editore
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