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Fotografia.it

L’Esperto risponde. Qual è il limite accettabile per la post-produzione di una fotografia?

Qual è il limite per la “vera fotografia”

Redazione fotografia.it | 5 Aprile 2026
esperto-risponde-fotocamere

Parlando tra fotoamatori, è difficile trovare un accordo su quale sia un livello di post-produzione ancora accettabile perché una fotografia possa essere ancora considerata una fotografia e non una immagine. C’è chi dice che solo le foto “senza post-produzione” sono fotografie, e chi invece accetta elaborazioni che non stravolgano lo scatto e si limitino a ottimizzare colori e livelli luminosi, senza togliere, aggiungere o sostituire elementi come il cielo. La questione mi sembra di particolare attualità, soprattutto oggi che vediamo sempre più foto “scattate” con AI. Come ritenete ci si possa muovere in questa giungla sempre più intricata?
Cesare

Personalmente, non concordo con la sua contrapposizione tra fotografia e immagine, che presuppone “vera” la prima e “falsa” la seconda. È come quando, vent’anni fa, si diceva che la fotografia digitale producesse immagini e non foto. Per me, il temine immagine è una definizione generica che indica e contiene qualsiasi tecnica di raffigurazione, indipendentemente dal fatto che rappresenti la realtà o la fantasia. Quindi sono immagini le fotografie (digitali o analogiche che siano), le illustrazioni, i dipinti, i rendering, le incisioni, le serigrafie, i filmati, i cartoni animati, i sogni, ecc. Si potrà distinguere tra immagini fisse e in movimento, ma non darei patenti di verità o di maggiore fedeltà a nessuna tecnica atta a produrre qualcosa nel campo dell’immagine.

Premesso ciò, ogni sviluppo tecnologico porta con sé nuove possibilità e nuovi dubbi etici, al punto che è difficile, se non impossibile, indicare linee guida chiare e univoche.

Posso però provare a mettere alcuni punti fissi. Innanzi tutto, non esiste, né è mai esistita, una fotografia veramente “non post-prodotta”. Non è mai esistita perché anche la scelta dell’obiettivo e della tecnica di acquisizione e memorizzazione fotografica altera l’immagine acquisita rispetto a una riproduzione “perfettamente fedele” alla realtà, sempre ammesso che un’affermazione del genere abbia senso.

Se andiamo agli albori della fotografia, già il solo fatto di fotografare in calotipia piuttosto che in dagherrotipo produceva immagini diversissime tra loro, e la post-produzione avveniva per via chimica in base ai prodotti usati e ai procedimenti adottati dal fotografo.
Per non parlare di tutto il lavoro di camera oscura che ha attraversato la storia della fotografia. Una delle immagini più classiche e famose di tutti i tempi (“Moonrise, Hernandez, New Mexico” scattata da Ansel Adams nel 1941) è anche una delle più post-prodotte di sempre.

Se prende alcune immagini di Sam Haskins degli anni Settanta-Ottanta (ad esempio il montaggio della mela sul ritratto), sembra impossibile che siano state ottenute senza digitale e senza Photoshop, eppure è così. Quello che è cambiato da allora è la facilità con la quale si può alterare l’immagine, anche in più direzioni, partendo dallo stesso originale. Quindi, chi dice che una “foto non è post-prodotta” in realtà intende dire che non è post-prodotta da lui, ma da un procedimento automatico.

Una foto veramente non post-prodotta potrebbe essere una pellicola o un file Raw prima dello sviluppo. Da lì in poi, è tutta post-produzione, che sia secondo i parametri standard del costruttore, oppure con varianti introdotte dallo stesso costruttore (c’è chi le chiama “pellicole”, chi “finiture”, ecc.) o dal fotografo.
Si capisce quindi come qualsiasi post-produzione consapevole e mirata sia, in linea di principio, etica, a maggior ragione se punta e rendere la scena per quello che era al momento dello scatto. Ad esempio, con la post-produzione potrei aprire le ombre in modo simile a come vedevo la scena con i miei occhi, mentre la foto originale le aveva chiuse.

Tutto questo per dire che a discriminare fra lecito e illecito, più che il mezzo è l’intento che conta. Logicamente, in un’immagine documentaria si potrà ottimizzare il contrasto e i colori, ma non alterare i contenuti di una scena fotografata. Cionondimeno, sappiamo bene che già la scelta dell’inquadratura e del momento dello scatto possono bastare per modificare, e talvolta ribaltare, il significato di un evento.

Nel caso invece di una foto artistica o di pubblicità il fotografo avrà ampio margine di intervento senza che si debba gridare allo scandalo per la sostituzione del cielo.

Apprezzare una foto per quello che racconta e per come lo racconta non significa fidarsi ciecamente di quello che dice; se uso l’intelligenza artificiale per rifinire una fotografia (ad esempio, per togliere del rumore digitale dagli occhi e dalla pelle di una modella) ho ottenuto un’immagine più fedele alla realtà, non l’ho alterata. Tuttavia, oggi più che mai, come possiamo fidarci di ciò che vediamo in foto o in video? Non possiamo. Lo vediamo bene nelle grandi aree di crisi dei nostri tempi, Palestina e Ucraina, dove la rispettiva propaganda racconta e documenta gli eventi dicendo quello che più conviene alla propria parte.

Più grave è credere con una certa faciloneria a ciò che si preferisce, nella certezza di avere anche prove ineccepibili. È un mondo sempre più difficile.


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