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Fotografia.it

Steve Schapiro: dalle strade di New York ai set Hollywood

Being Everywhere della galleria FaheyKlein Gallery, Los Angeles. È una mostra dedicata a uno dei più importanti fotoreporter americani del XX secolo.

Paolo Namias | 10 Febbraio 2026
The Worst Is Yet To Come, New York, c. 1968. © Steve Schapiro, courtesy of FaheyKlein Gallery, Los Angeles.

The Worst Is Yet To Come, New York, c. 1968. © Steve Schapiro, courtesy of FaheyKlein Gallery, Los Angeles.

Being Everywhere è una mostra dedicata a uno dei più importanti fotoreporter americani del XX secolo e celebra la straordinaria carriera sessantennale di Schapiro e la sua capacità di testimoniare la storia.
“Being Everywhere” prende il titolo dal documentario diretto da Maura Smith che racconta la vita e il lavoro di Schapiro, una frase che riassume perfettamente sia l’importanza del suo lavoro che l’etica che l’ha guidato. Dal movimento americano per i diritti civili ai set cinematografici di Hollywood, dai ritratti intimi di icone del mondo della cultura a momenti a immagini di vita quotidiana della gente ai margini della società, le fotografie di Schapiro costituiscono una documentazione visiva della società.

A partire dai primi anni Sessanta Schapiro ha lavorato come fotografo freelance per riviste come Life, Time, Newsweek e molte altre; le sue immagini di questo periodo documentano campagne elettorali, la Marcia su Washington o la marcia da Selma a Montgomery e sono tra le fotografie più significative degli anni delle lotte per i diritti civili. Viaggiando con lo scrittore e attivista James Baldwin, Schapiro ha catturato sia la gravità del movimento, sia momenti di umanità, amore e partecipazione.
Negli anni Settanta e Ottanta Schapiro si è avvicinato a Hollywood come fotografo di scena dietro le quinte di set di film iconici come Il padrino, Taxi Driver, Un uomo da marciapiede e Chinatown. Queste immagini, come il suo lavoro documentaristico, sono caratterizzate da un’intimità spontanea e da un senso narrativo istintivo.

Fino al 21 marzo
148 N La Brea Ave, Los Angeles
www.faheykleingallery.com/

L’intero articolo sarà pubblicato su Tutti Fotografi

Guida all’immagine
Giocatori di dadi per strada: l’atmosfera di Taxi Driver

Shooting Dice, New York, early '60s. © Steve Schapiro, courtesy of FaheyKlein Gallery, Los Angeles
Shooting Dice, New York, early ’60s. © Steve Schapiro, courtesy of FaheyKlein Gallery, Los Angeles

Anche prima di diventare il fotografo di riferimento per capolavori come “Il padrino” e “Taxi Driver” Schapiro aveva dimostrato un occhio cinematografico; si noti la luce di questa scena e il modo in cui le ombre incorniciano i giocatori: sembra la scena di un film noir, eppure è reale.
È interessante notare come gli appassionati di cinema spesso riconoscano nelle prime fotografie di strada di Schapiro a New York il motivo per cui Francis Ford Coppola lo volesse sul set de “Il Padrino”. Coppola voleva ricreare l’atmosfera del mondo mafioso; se si osservano gli scatti di Marlon Brando o le scene di strada a Little Italy, si coglie il DNA di “Shooting Dice”, nell’illuminazione come nell’inquadratura.

Martin Scorsese e lo sceneggiatore Paul Schrader stavano cercando l’estetica per Taxi Driver e non volevano qualcosa di patinato, cercavano un realismo crudo. “Shooting Dice” rappresentava ciò che Scorsese ricordava della sua giovinezza: la tensione maschile, il gioco d’azzardo illegale sui marciapiedi e l’atmosfera carica di una violenza pronta a esplodere.

Schapiro portò sul set di Taxi Driver la stessa capacità di rendersi invisibile che aveva dimostrato nel fotografare i giocatori di dadi; le sue foto sul set non sembrano “promozionali”, ma sono veri e propri documenti rubati alla notte di New York. Schapiro infatti non si limitava ad avvicinarsi e scattare; spesso si aggirava nella zona per ore, a volte anche giorni, finché la gente non smetteva di vederlo come “quello con la macchina fotografica” e iniziava a considerarlo parte dell’arredo urbano. È stata questa pazienza a permettergli di catturare la spontaneità della partita a dadi senza che i giocatori “recitassero” per l’obiettivo.

In Taxi Driver, Travis (Robert De Niro) osserva la “feccia” delle strade dal finestrino del suo taxi come stando dietro a un obiettivo fotografico e Schapiro ha saputo catturare l’alienazione di Travis proprio perché aveva passato anni a fotografare le persone ai margini della società.

Sebbene “Shooting Dice” sia in bianconero e Taxi Driver sia celebre per i suoi neon rossi e gialli, l’uso della luce è identico. In entrambi i lavori l’oscurità non è solo assenza di luce, ma assume un ruolo da protagonista; le ombre che avvolgono i giocatori di dadi sono le stesse che avvolgono Travis nei vicoli della 42esima strada.

Si dice che durante le riprese di Taxi Driver Schapiro mostrasse spesso a De Niro e Scorsese le sue vecchie foto degli anni Sessanta per aiutarli a ritrovare “l’odore” della vecchia New York.; il risultato è che molte inquadrature del film sembrano foto di Schapiro che “prendono vita”. La scena in cui Travis osserva le persone sui marciapiedi è, di fatto, la versione cinematografica di “Shooting Dice”.

Guida all’immagine
David Bowie è l’alieno Thomas Jerome Newton

Bowie Blue, New Mexico, 1975_© Steve Schapiro, courtesy of FaheyKlein Gallery, Los Angeles
Bowie Blue, New Mexico, 1975_© Steve Schapiro, courtesy of FaheyKlein Gallery, Los Angeles

La foto scattata da Steve Schapiro nel 1975 in New Mexico cattura uno dei momenti più enigmatici e fragili della vita di David Bowie.
Siamo sul set del film L’uomo che cadde sulla Terra (The Man Who Fell to Earth) e Bowie interpreta l’alieno Thomas Jerome Newton, ma nella realtà sta attraversando una fase personale ai confini della realtà.

Il colore blu domina queste foto non solo per una scelta estetica, ma perché rifletteva l’alienazione del personaggio del film e anticipava la nascita del Duca Bianco”.
Bowie era così calato nel ruolo dell’alieno che, secondo Schapiro, a volte sembrava dimenticarsi di essere un umano. In questa foto lo sguardo è perso nel vuoto, perfettamente in bilico tra la malinconia dell’alieno e la solitudine della rockstar.

Schapiro fu scelto come fotografo di scena perché sapeva catturare “l’anima” dei set cinematografici (aveva già lavorato per Il Padrino e Taxi Driver). Bowie amava lavorare con lui perché sul set sapeva “essere invisibile”.

Un aneddoto riguarda il rapporto tra Bowie e i Schapiro: inizialmente sospettoso verso i fotografi, di Schapiro Bowie si fidò a tal punto da lasciargli fotografare anche i momenti personali in cui si truccava o provava le lenti a contatto colorate, lenti che gli conferivano quell’aspetto da extraterrestre.

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Schapiro gioca con un giovane Cassius Clay

Muhammad Ali (Cassius Clay) Shadowboxing with Monopoly, Louisville, Kentuky, 1963. © Steve Schapiro, courtesy of FaheyKlein Gallery,- Los Angeles
Muhammad Ali (Cassius Clay) Shadowboxing with Monopoly, Louisville, Kentuky, 1963. © Steve Schapiro, courtesy of FaheyKlein Gallery,- Los Angeles

Nel 1963 Steve Schapiro fu inviato da Sports Illustrated a Louisville nel Kentucky per seguire il ventunenne astro nascente della boxe; il risultato non fu un semplice servizio sportivo, ma un diario visivo dell’uomo che stava per cambiare il mondo della boxe.

Un aneddoto. Durante la trasferta Schapiro non andò in un hotel, ma dormì sul divano di casa dei genitori di Cassius Clay e fu questo a consentirgli di entrare nella sua vita quotidiana. Mentre altri fotografi cercavano la posa eroica sul ring, Schapiro colse Cassius Clay nel salotto di casa, tra l’odore della cucina di mamma Odessa e le dinamiche familiari. È per questo che Cassius Clay non appare come una star, ma come un ragazzo pieno di energia nel suo ambiente privato: lo vediamo mentre tira un “jab” all’aria davanti alla scatola del Monopoli.

Schapiro raccontava che Cassius Clay non stava mai fermo, anche mentre giocava a Monopoli i suoi muscoli dovevano muoversi. Non solo, Cassius Clay giocava con la stessa “ferocia” con cui combatteva: provava a “mandare al tappeto” gli avversari comprando proprietà e vantandosi dei suoi successi nel gioco. Per lui, Monopoli era una metafora del successo che voleva conquistare.

Schapiro ricordava che Cassius Clay non smetteva mai di parlare: recitava poesie, diceva a quale round avrebbe abbattuto il prossimo avversario e cantava. Usava qualunque persona nella stanza, fratelli o vicini di casa, come pubblico per testare il suo carisma; la foto del Monopoli mostra come Cassius Clay trasformasse un momento domestico in una performance.

Nel 1963 il Kentucky era ancora uno stato profondamente segnato dalla segregazione razziale; vedere un giovane nero che gioca a Monopoli (il gioco del capitalismo) mentre si allena per diventare il re del mondo era un’immagine quasi sovversiva. Schapiro, molto sensibile ai temi dei diritti civili, capì che Cassius Clay non stava solo giocando: stava reclamando il suo posto nella società.

L’anno dopo, nel 1964, Cassius Clay avrebbe battuto Sonny Liston, si sarebbe unito alla Nation of Islam e avrebbe cambiato proprio nome in Muhammad Ali.

Paolo Namias
Direttore editoriale delle pubblicazioni di Rodolfo Namias Editore
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