X
Entra
Accedi
Ho dimenticato la password
X
Se il tuo indirizzo è presente nel nostro database riceverai una mail con le istruzioni per recuperare la tua password

Chiudi
Reset password
Inserisci il tuo indirizzo email nella casella sottostante e ti invieremo la procedura per resettare la password
Invia
X
Grazie per esserti registrato!

Accedi ora
Registrati
Registrati
Ho dimenticato la password
Fotografia.it
fotopuntoit_gastel_rewind_Senza titolo

Giovani Gastel e Gisella Borioli in un momento di lavoro, foto archivio Superstudio.

Giovanni Gastel raccontato da Gisella Borioli

Una grande mostra a Milano celebra Giovanni Gastel: dalla sua collaborazione col mensile Donna che lo ha lanciato, fino agli ultimissimi scatti. Gisella Borioli, ex direttrice di Donna e grande amica di Giovanni Gastel, ci racconta qualcosa che..non si poteva esporre.

Enzo Dal Verme | 9 Giugno 2026

Oltre 250 immagini ripercorrono la carriera di Giovanni Gastel in una mostra imponente a Palazzo Citterio, a Milano. Ci sono le prime copertine di moda, i famosi still-life, molti ritratti e anche foto inedite. Una stanza è dedicata alla serie delle Madonne Candelore – realizzata in collaborazione dello stylist Simone Guidarelli – che avrebbe dovuto far parte di un progetto più ampio rimasto incompiuto a causa della prematura scomparsa del fotografo. In mostra si trovano anche oggetti personali, strumenti di lavoro e, per la prima volta, i suoi scritti e le sue poesie, parti integranti del suo immaginario.

Cresciuto in un ambiente aristocratico, Gastel è stato fortemente influenzato dal suo contesto familiare, dalla creatività imprenditoriale del padre, dalla figura dello zio Luchino Visconti, nonché dalla casa di Cernobbio che lui descriveva come “un luogo dell’anima più che un posto geografico”

fotopuntoit_gastel_rewind_2_IMG_2077
Gisella Borioli fotografata con il libro in edizione limitata “Gastel per Donna” che ha curato con Giovanni Gastel. Sullo sfondo, una scultura di Flavio Lucchini. © Enzo Dal Verme

Per parlare della mostra, ho deciso di intervistare Gisella Borioli che lo ha visto nascere come fotografo, è stata il suo direttore a Donna e – soprattutto – una grande amica. Insieme hanno realizzato servizi di moda e libri d’arte, hanno sperimentato, cercato nuove forme espressive nella fotografia e si sono influenzati a vicenda. Mi invita a casa sua perché è lì che custodisce pubblicazioni rare realizzate con Giovanni, foto di progetti sviluppati insieme, prove ed esperimenti che solo pochissime persone hanno visto. Vuole che io veda quel materiale prima di scrivere il mio articolo.

Gisella, che impressione ti ha fatto visitare la mostra?

È una bella mostra in un bel palazzo e ho visto tutto perfetto, però – devo essere sincera – mi ha fatto tristezza perché la mancanza di Giovanni la sento ancora oggi. Per me era più di un amico, più di un collaboratore, era un fratello, un confidente. Anzi, Giovanni per me era un angelo, un angelo sulla terra. La sua produzione era così immensa, andava in così tante direzioni e visitando quella mostra non ho trovato davvero l’anima di Giovanni. Forse era inevitabile, ho troppi ricordi con lui, abbiamo sperimentato insieme, lavorato a progetti splendidi e non so se sia possibile racchiudere in una mostra tutto questo. Lui era tanto ironico, c’era felicità in quello che faceva. Ma era anche tormentato. Giovanni aveva tanti aspetti e non li ho visti tutti. Non credo che si potessero mettere tutti, forse avrebbero dovuto usare tutto il palazzo e non solo un piano. Chi lo sa? La verità è che mi ha fatto tristezza perché lui non c’è più e io sento la sua mancanza.

Ma allora, se tutto è andato bene, se la vita è stata generosa e materna con me, da dove viene questa malinconia profonda, questo immaginare l’esistenza come un naufragio da un’isola remota? Perché dal cuore escono fantasmi ogni volta che prendo la penna e scrivo poesie?

fotopuntoit_gastel_rewind_Una-nuova-naturalezza-Donna-1988-1536x1920
Una nuova naturalezza, Donna 1988. ©Giovanni Gastel

Secondo te a Giovanni sarebbe piaciuta la mostra?

Lui era sempre così generoso e positivo e vedeva il bello in ogni cosa. Era difficile che criticasse. Non posso rispondere per lui, però so che chi ha curato la mostra è una persona brava e competente, che gli ha voluto bene. Quindi non è un estraneo, sapeva quello che faceva e a Giovanni sarebbe piaciuto anche solo per questo, perché col curatore c’era stima reciproca e anch’io gli sono affezionata, lo stimo, gli voglio bene. Forse anche a Giovanni sarebbe piaciuto includere nella mostra un po’ più di quella ricerca e sperimentazione che caratterizzava le sue giornate e che io non ho visto esposta.

fotopuntoit_gastel_rewind_Effetto-Magico-Elle-Italia-1995-1440x1920
Effetto magico, Elle Italia 1995. © Giovanni Gastel

Avete sperimentato tanto anche insieme, mi sembra..

Certo! Abbiamo fatto molti libri e non solo di moda. A un certo punto l’ho spronato ad avere una visione meno commerciale e più rivolta verso l’arte e anche il libro di cucina che abbiamo fatto insieme, alla fine non è proprio cucina. Ci sono immagini che lui concepiva con grande raffinatezza. Scattava tante Polaroid di grande formato e poi le eliminava se non era soddisfatto di un piccolo dettaglio, pur essendo le foto perfette. Quelle Polaroid costavano un occhio della testa, ma lui non sembrava farci caso. Era così concentrato nella sua ricerca, anzi cercavamo insieme e così sono nati dei libri da collezione.

fotopuntoit_gastel_rewind_Vacanze-a-Forte-Amica-1996-1536x1920
Vacanze a Forte, Amica 1996. © Giovanni Gastel

In mostra ci sono degli scatti nati dalla vostra collaborazione, vuoi condividere qualche ricordo?

Giovanni ha cominciato con me e diceva che, in un certo senso, sono stata il suo mentore, la sua maestra. Io sono sempre stata una che cerca di andare avanti, di cambiare. Non mi sono mai fossilizzata su niente e dalle sue prime foto – che erano essenzialmente still-life, quindi abbastanza statiche – l’ho spinto a fare foto diverse, più emotive, più emozionali, più seducenti. All’inizio era molto freddo nei suoi scatti. Quando è approdato a Donna, lui aveva fatto soltanto riproduzioni di opere d’arte o al massimo piccoli still-life. Il primo lavoro che gli ho fatto fare è stata una copertina per Ferrè, la prima copertina di Ferrè. Così lui si trova davanti questa modella. Io la vesto con una giacca di Ferrè di raso pesante, colorato, con un grande collo a contrasto. C’erano tre giacche di questo tipo per scegliere quale le stesse meglio. 

fotopuntoit_gastel_rewind_1_IMG_2077
Copertine in mostra: la prima a sinistra è la famosa prima copertina di Ferrè.

Avevo fatto pettinare la ragazza coi capelli raccolti e poi le metto su questa giacca. Naturalmente, la cosa più evidente era la donna, non il capo indossato. Per Giovanni era la prima volta che si trovava davanti a una modella da fotografare e questo scatto non veniva. Siamo andati avanti tutto il pomeriggio e anche la notte. Allora io penso: cosa posso fare? Mi viene l’intuizione. Forse devo fargli fare una foto di still-life. Faccio indossare alla ragazza tre giacche una sull’altra, creando un arcobaleno rigido con i colli intorno al viso. La ragazza si irrigidisce e lui comincia a fotografare. Già, va meglio perché quella era una posizione simmetrica, regolare, più simile a un oggetto che a una persona. Però ancora la foto non veniva, era ancora una donna e lui non era abituato. Allora prendo un paio di occhiali che trovo sul tavolo. Occhiali da sole scuri. Li metto sulla modella: la donna spersonalizzata non è più una donna, è diventata un oggetto e Giovanni ha fatto questa foto straordinaria che è stata una delle sue più osannate. Ecco, questa è stata la sua prima foto di moda e da lì per un po’ è andato avanti su questa strada. Ma poi bisognava cambiare, non si poteva continuare con lo stesso approccio e quindi è stata una ricerca continua: in studio e in esterni. Lui era bravissimo a dipingere con la luce e quindi con la luce otteneva degli effetti incredibili.

Se agli inizi faceva fatica a fotografare l’indossato perché aveva essenzialmente esperienza di still-life, poi le cose sono cambiate…

Sì, assolutamente. Perché doveva scattare tanto ed era molto stimolato da tutto l’ambiente di lavoro. A parte lo stimolo di mio marito Flavio, che era un art director visionario e veramente innovatore, su Donna io lavoravo principalmente con tre fotografi: Oliviero Toscani (all’inizio), Giovanni e Fabrizio Ferri. Tre che più diversi non avrebbero potuto essere. Tre che sono diventati amici, ma erano anche colleghi e quindi era tutto un lo faccio io, lo fai tu, lo fa lui… 

Con loro tre facevo quasi tutto il giornale. Poi Oliviero ha lasciato e Giovanni, in pratica, l’ha sostituito. Io avevo bisogno che lui e Fabrizio mi coprissero tutto l’arco delle foto da realizzare: la donna giovane, la donna allegra, l’intellettuale… Anche la donna che cercava di rappresentare Oliviero, una donna molto moderna, molto ironica sulla moda, molto irridente. Fabrizio rendeva le donne più seducenti, più affascinanti, ma anche naturali. E invece Giovanni è arrivato con la sua eleganza, con la sua raffinatezza. Lui rendeva tutto sofisticato, curato. Come nei disegni di Erté con tutte quelle linee belle.

fotopuntoit_gastel_rewind_Design-mare-Mondo-Uomo-1985-1536x1920
Design mare, Mondo Uomo 1985. © Giovanni Gastel

Pian piano è cresciuto, si è evoluto. L’ho mandato in Africa, l’ho mandato in giro per il mondo e quindi si è misurato con l’ambiente esterno. Lui che era il maestro del banco ottico – quelle macchine ottocentesche che si usano con il tessuto nero in testa e l’obiettivo grande – ha dovuto andare in giro a fotografare con delle macchine normali: 35 millimetri o medio formato. Delle macchine da usare in qualsiasi ambiente, lavoro che Oliviero faceva benissimo perché ovunque fosse andato, con qualsiasi tempo e qualsiasi difficoltà, qualsiasi problema, tornava con la foto fatta. Lui le foto le portava a casa e ne portava tante. 

Giovanni ha imparato a farlo a modo suo, ha imparato a fotografare a spron battuto. Una grande produzione che solo noi riuscivamo a ottenere con questi fotografi perché ci divertivamo, giocavamo. Era una sfida tutte le volte: più ne facevi e le facevi belle, più era come aver vinto un trofeo. Quindi lui provava, sperimentava, faceva. Ecco tutta questa atmosfera, questa sfida, questa crescita continua nella mostra non si vede. Si vede il risultato. Però io che l’ho vissuta, ne sento la mancanza quando si celebra l’opera di Giovanni.

A proposito della sostituzione di Oliviero, una volta Giovanni mi ha raccontato il suo primo appuntamento con tuo marito Flavio Lucchini (il direttore artistico di Donna ndr). Giovanni stava aspettando in corridoio. Nell’ufficio di Flavio c’era Oliviero Toscani e stavano discutendo animatamente. A un certo punto Flavio ha detto a Oliviero “Ma sì, vattene tanto io il giornale lo faccio col primo cretino che viene a trovarmi”. “E quel cretino”, raccontava Giovanni, “ero io”. È andata proprio così? Com’è la tua versione dei fatti?

Esattamente quella. C’è un po’ di incertezza se il termine usato fosse cretino, stronzo o pirla, però il senso era sempre quello. Io non ero presente e non ho sentito la parola originale. Oliviero aveva sbottato con Flavio per una questione che non era una vera questione, ma sai che Oliviero se contrariato ogni tanto esplodeva. Flavio lo aveva raccolto a scuola quando era ancora uno studente in Svizzera e gli aveva fatto fare i primi lavori.

Comunque, Oliviero esce e Flavio incontra Giovanni che gli fa vedere il suo portfolio. Foto di riproduzioni di opere d’arte, qualche still-life… Flavio dice a Giovanni: le tue foto sono brutte, però tu mi piaci. Lo ha detto perché gli aveva parlato ed era un po’ un suo metodo – un metodo che ho ereditato anch’io – cioè di non guardare mai i curriculum, i lavori fatti precedentemente, ma di intuire le potenzialità e guardare la gente negli occhi, di farli parlare della loro vita, della loro visione del mondo, non della loro tecnica. La tecnica poi si impara, si supera. E infatti poi Flavio me l’ha rifilato per questa prima copertina anche se lui era del tutto a digiuno di foto di moda. Io invece no, perché prima di diventare il direttore responsabile di Donna avevo già lavorato per 13 anni in Condé Nast. E avevo già diretto Lei, avevo già creato Vogue Bambini, mi ero già allevata la Franca Sozzani per dieci anni come assistente. E Donna lo avevamo creato insieme Flavio ed io già da uno o due anni. Un giornale che sentivo molto mio.

Le tue foto sono brutte, però tu mi piaci

Flavio Lucchini
fotopuntoit_gastel_rewind_All-over-Glamour-2014-1536x1920
All over, Glamour 2014. © Giovanni Gastel

Che taglio avevi dato al giornale e cosa chiedevi a Giovanni?

Non sono mai stata una fashion victim, per me la moda è piuttosto un progetto di design, come il design è un progetto di progresso, di evoluzione che rispecchia la società, che rispecchia le donne. Non lo status symbol, il lusso o la seduzione tout court. E tutte queste cose cercavo di trasferirle a Giovanni. Con Oliviero non era possibile perché non accettava molto i suggerimenti, però riuscivo lo stesso a collaborare con Oliviero. Aveva stima di me. Con Giovanni era diverso, con lui c’è stato un vero scambio intellettuale. Lui aveva dieci anni meno di me, era giovanissimo. Io all’inizio dovevo formarlo e penso di avergli dato molto, ma anche lui ha dato moltissimo a me. Specialmente quando poi, molto più tardi, ha cominciato a lavorare con il tablet e a intervenire in maniera pittorica, in maniera artistica, sulle immagini. Allora è stata veramente uno scambio in cui creavamo le cose insieme, soprattutto in una prima fase. Dopo lui è diventato supersonico. Tutto il lavoro che abbiamo fatto all’inizio insieme ci ha legato molto e ci ha fatti crescere.

fotopuntoit_gastel_rewind_Untitled-Flowers-23-2020-1536x1920
Untitled Flowers 23, 2020. © Giovanni Gastel

In mostra c’è una cosa particolare che tu vuoi raccontare, qualcosa a cui i visitatori possono fare attenzione?

Ce ne sarebbero tante. Per esempio, c’è una foto di Flavio. È una delle foto che Giovanni aveva scattato agli amici in occasione della mostra al Maxxi e poi alla Triennale. Flavio, che non dà mai molta attenzione a sé stesso, era rimasto molto colpito da quella foto e gli aveva scritto una lettera ringraziandolo e dicendogli che gli ricordava i ritratti di Piero della Francesca. Giovanni gli ha risposto che è stato il complimento più bello della sua vita. E poi, ogni volta che ha esposto quella fotografia, ha sempre aggiunto di fianco la lettera che gli aveva scritto Flavio. Questa cosa ci ha emozionato al punto che da quel momento Flavio usa solo quell’immagine, non ne vuole più usare altre. Uno scambio importante tra questi due uomini – cioè il vecchio maestro e il giovane allievo ormai diventato grande – che si riconoscono a vicenda. E sai perché questo episodio mi piace così tanto? Perché è molto difficile che la gente riconosca i propri maestri. C’è come un desiderio di cancellare chi ti ha formato, come se tutti nascessero imparati. Io, invece, trovo che sia una ricchezza che andrebbe sempre valorizzata ed espressa. Io di grandi maestri ne ho avuti parecchi e ne sono orgogliosa. E anche Giovanni riconosceva i suoi maestri.

fotopuntoit_gastel_rewind_IMG_1419-copia
Flavio Lucchini di fronte al ritratto scattato da Giovanni Gastel e alla lettera che gli ha scritto, foto archivio Superstudio.

C’è qualcosa che ti spiazzava di Giovanni?

Sì, il modo in cui non faceva caso a quanto spendeva. Io mi lamentavo sempre perché per Donna dovevo stare attenta al budget, c’era un editore sopra di me che controllava i costi. E lui faceva queste grandi Polaroid con una disinvoltura disarmante. Io sono nata in una famiglia modesta. Lui in una ricca e per lui sprecare non era un problema. Continuava a scattare Polaroid e alla fine venivano fuori dei costi esorbitanti solo per le foto di prova. E io dicevo: è un po’ tantino, no? Soffrivo a vedergli fare queste grandi Polaroid. Poi c’era magari un’ombrina piccolina che non gli piaceva e doveva farne un’altra e poi ancora altre. Alla fine con tante di quelle Polaroid di prova ha fatto un pavimento nel suo studio: le ha appoggiate per terra e ci è andato sopra con la resina trasparente.

fotopuntoit_gastel_rewind_Belle
Belle si diventa, Glamour 2016. © Giovanni Gastel

Ti sarebbe piaciuto vedere quel pavimento nella mostra?

Sì, ma non credo che si potesse fare. Però l’ho fatto io a Londra tanti anni fa. Avevo curato una mostra da Harrods e per creare meglio l’atmosfera giusta avevo chiesto di riprodurre il pavimento dello studio di Giovanni in una delle sale. Quindi..sconvolgimento degli inglesi! Ma no, non è possibile, come facciamo noi che abbiamo il parquet.. 

Però io ho insistito: dobbiamo fare così. Alla fine, sono riuscita a convincerli. E Giovanni mi ha chiesto: ma sei sicura che mi ridaranno indietro tutti i polaroid? Perché io a queste foto ci tengo. Figurati Giovanni, le ho pagate io, ci tengo che tornino le foto di Donna. E invece poi non sono riusciti a restituirle. Non le hanno protette bene e si sono sciupate. Giovanni non se l’è presa con me. Sapevo che era dispiaciuto e mi sarei aspettata una qualsiasi forma di protesta, però lui è stato un signore come sempre e non mi ha detto niente di niente. Ecco, quella volta è andata così.

fotopuntoit_gastel_rewind_Untitled-2-2020-1440x1920
Una delle Madonne Candelore esposte nella mostra di Milano

Giovanni Gastel. REWIND
Milano, Palazzo Citterio (via Brera 12)
Fino al 26 luglio 2026


Se hai trovato questo articolo interessante, probabilmente ti piacerà ascoltare la puntata della mia rubrica Storie su Discorsi Fotografici nella quale parlo di Gastel, della gaffe che ho fatto con lui, delle cose meravigliose che mi ha detto e di quello che mi ha scritto.


Enzo Dal Verme
Enzo Dal Verme è un fotografo conosciuto per avere ritratto celebrità come Donatella Versace, Laetitia Casta, Marina Abramovic, Bianca Jagger, Wim Wenders. Le sue immagini sono state pubblicate da Vanity Fair, l'Uomo Vogue, The Times, Marie Claire, GQ e tante altre riviste. I reportage scattati da lui sono spesso legati ad iniziative sociali, come la serie di ritratti di Eroi Urbani realizzati in Asia, Europa, America, Africa e Medio Oriente. Prima di dedicarsi a tempo pieno alla fotografia ha diretto la sua agenzia di comunicazione. Ha poi insegnato comunicazione all’Istituto Marangoni di Milano e Londra, allo IED di Milano, all’Ateneo Impresa di Roma e al Sole 24 Business School di Milano. Dal 2011 insegna i suoi fortunati workshop di ritratto nel corso dei quali gli studenti allenano la propria sensibilità ed esplorano il rapporto tra fotografo e soggetto. Collabora con la società olandese Science Of The Times per le ricerche sulle evoluzioni delle mentalità finalizzate all’innovazione nella comunicazione. Alla sua attività di fotografo commerciale, affianca una programmazione di mostre con i suoi lavori più personali. Enzo ha esposto in diverse gallerie in Italia e all’estero e in alcuni festival tra cui Alrles. Ha pubblicato negli Stati Uniti il libro Storytelling For Photojournalists e in Italia Marketing Per Fotografi. Pubblica regolarmente su Tutti Fotografi degli articoli di approfondimento sulla professione del fotografo. Ama il tofu ?
  • Cerca

  •