Eisenstaedt riusciva a cogliere la naturalezza dei suoi soggetti grazie alla sua empatia

La mostra “Alfred Eisenstaedt, la fotografia era nell’aria” a cura di Monica Poggi, è composta da due mostre complementari per un unico progetto, articolato in due musei: è un percorso espositivo che attraversa il Novecento attraverso lo sguardo di un grande interprete.
Il progetto invita il pubblico a riscoprire un autore che ha contribuito alla definizione del linguaggio del fotogiornalismo. Il titolo “La fotografia era nell’aria” riprende una riflessione dello stesso Eisenstaedt sulla Germania del primo dopoguerra, attraversata da una straordinaria vitalità culturale, un contesto in cui il fotografo si forma e avvia la propria attività.
Eisenstaedt lavora tra l’Europa degli anni Venti e gli Stati Uniti degli anni Trenta, dove si stabilisce nel 1935; qui diventa una delle firme più autorevoli della rivista Life.
Dalla documentazione lucida dell’Europa tra le due guerre – nel momento di massima tensione che precede l’ascesa del nazismo – a soggetti più intimi e lirici come la danza e il teatro, Eisenstaedt si concentra sulla società contemporanea. I reportage realizzati in Etiopia e Giappone ampliano ulteriormente la portata della sua ricerca.
Accanto a questo lavoro fotogiornalistico vi sono i ritratti dei protagonisti della politica, della scienza e dello spettacolo e in queste pagine presentiamo quelli di Albert Einstein, Marilyn Monroe e Sophia Loren.
Guida all’immagine

Alfred Eisenstaedt ripeteva spesso “È più importante entrare in sintonia con le persone che premere il pulsante di scatto”.
Fotografare Einstein non era un’impresa semplice: il fisico era assediato dai media e, stanco di essere ridotto a un’icona pop, rifuggiva i riflettori; tuttavia la sensibilità di Eisenstaedt lo mise a proprio agio e questa immagine lo restituisce in una dimensione autentica.
Nel novembre del 1947, l’Institute for Advanced Study di Princeton del New Jersey divenne il crocevia di alcune delle menti più brillanti del ventesimo secolo e Alfred Eisenstaedt fu inviato dalla rivista Life a documentare questo fermento intellettuale; è in questo contesto che realizzò il reportage dedicato ad Albert Einstein e al nuovo direttore dell’istituto, J. Robert Oppenheimer.
In quegli anni l’atmosfera a Princeton era densa di tensioni e speranze; la Seconda Guerra Mondiale era appena terminata, era iniziata l’era atomica e la fisica teorica cercava una nuova direzione.
La luce e le sfumature del bianconero
Eisenstaedt non amava il lampo diretto del flash, cercava la luce naturale che modella il viso, la chioma bianca e l’intensità dello sguardo.
Osserviamo la posa della mano: Einstein stringe una matita e prende appunti sul foglio di carta. L’immagine è spontanea e sembra che il momento dello scatto abbia fermato il flusso del pensiero del grande fisico.
La sensibilità di Eisenstaedt
Eisenstaedt riusciva a cogliere la naturalezza dei suoi soggetti grazie alla sua empatia e alla sua discrezione: si guardi lo sguardo diretto in macchina, che non è certo quello di una persona infastidita o in posa.
Anche la scelta dell’ambiente mette Einstein a suo agio: la libreria trabocca di libri e documenti, che non sono semplici elementi di arredo, ma rappresentano la geografia mentale del fisico

Nel 1961 le strade di Roma facevano da sfondo a una delle stagioni più effervescenti del cinema italiano e internazionale; Sophia Loren era un’attrice di successo e l’anno successivo avrebbe vinto il Premio Oscar per La ciociara.
Fu proprio in quel periodo che la rivista Life inviò nella capitale uno dei suoi fotografi più importanti per scattare un ritratto intimo della diva. Quell’immagine non fu semplicemente un servizio commissionato da una redazione di New York, ma l’inizio di un sodalizio umano e artistico che avrebbe legato Alfred e l’attrice per quasi vent’anni.
L’ombra silenziosa
Sophia Loren raccontava spesso quanto l’approccio di Eisenstaedt fosse diverso da quello di altri fotografi:
“Quando ho incontrato Eisie, è stato un colpo di fulmine. È diventato la mia ombra. Ma non ha mai cercato di interferire nella mia vita. Continuava a scattare, a sorridere ed era felice di stare con me quanto io lo ero di stare con lui!”
A differenza dei set affollati da assistenti, sotto luci forti e con direttive rigide, Eisenstaedt lavorava con una leggerezza disarmante; sfruttava unicamente la luce naturale e riusciva a dissolvere qualsiasi la barriera psicologica.
Spontaneità e gioia di vivere
Questa immagine coglie Sophia Loren in un momento in cui si abbandona alla risata: è lontana da ogni posa costruita, all’interno di un ambiente domestico che suggerisce intimità.
Osserviamo il linguaggio del corpo: la mano portata istintivamente al petto, la postura rilassata e l’espressione divertita restituiscono una giovane donna che vive il successo con entusiasmo.
Eisenstaedt sapeva aspettare la frazione di secondo in cui la maschera pubblica cadeva per lasciare spazio alla persona vera.
Nel corso degli anni, Eisenstaedt tornò a fotografare Sophia Loren a più riprese, nei momenti di relax, sui set cinematografici e persino nella sua vita privata a Parigi e Napoli. Gran parte di quegli scatti realizzati a partire dal 1961 rimasero a lungo inediti negli archivi di Life.

Nel 1939 Alfred Eisenstaedt era appena giunto negli Stati Uniti (nel 1935) dopo aver lasciato la Germania nazista; la metropoli americana divenne il palcoscenico ideale in cui sperimentare il linguaggio del moderno fotogiornalismo per le pagine della rivista Life.
Questo celebre autoritratto racchiude l’essenza di “Eisie” e del suo modo di intendere la fotografia. Ciò che salta subito all’occhio è il rapporto simbiotico tra il fotografo e la sua attrezzatura; mentre molti fotografi dell’epoca utilizzavano pesanti macchine come le ingombranti Speed Graphic e dipendevano dai lampi del flash, Eisenstaedt fu uno dei primi a credere nella maneggevolezza delle fotocamere 35mm.
La scelta della luce ambiente
Rifiutando i set artificiosi, Eisenstaedt preferiva muoversi tra la folla, sfruttando unicamente la luce naturale; questo gli permetteva di catturare le persone in atteggiamenti naturali, prima che potessero assumere una posa rigida, di difesa.
Cecchino visivo
Eisenstaedt si mostra qui nella sua inconfondibile eleganza informale, in giacca e cravatta scura, mentre impugna la fotocamera come un’estensione del proprio corpo.
I suoi occhi, attenti e scrutatori, restituiscono la capacità del fotografo di osservare l’ambiente con la pazienza di un “cecchino visivo” nell’attesa dell’inquadratura perfetta.
La Leica che stringe tra le mani è equipaggiata con il mirino esterno e un obiettivo luminoso, una configurazione ideale per lavorare rapidamente anche in condizioni di luce scarsa senza farsi notare.
Gli anni della svolta a Life
Il 1939 fu un anno cruciale per la carriera americana di Eisenstaedt; le sue storie fotografiche su Life spaziavano dai ritratti delle celebrità di Broadway ai lavoratori anonimi delle strade di Manhattan, passando per i rifugiati politici in cerca di una nuova vita.
Con questo spirito pionieristico, “Eisie” ha contribuito a definire l’immagine di un’intera epoca, trasformando la macchina fotografica in uno strumento di connessione umana.
Paolo Namias
Le due sedi espositive
Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme (PD)
Fino a 20 settembre 2026
www.museovillabassiabano.it
Museo Storico Navale di Venezia
Fino a 22 novembre 2026
www.munav.it