
Pittore, architetto, designer, saggista, fumettista, regista e docente è una delle figure più poliedriche della cultura visiva italiana dal secondo dopoguerra a oggi.
Il suo motto, che riassume l’intera sua carriera, è: “Abitare è essere ovunque a casa propria”.
L’abbiamo intervistato
Partiamo dall´inizio: che bambino era Ugo La Pietra?
Ero un bambino dislessico, ma né io né le persone che mi erano vicine lo sapevamo. Riempivo i quaderni con le lettere dell’alfabeto tutte capovolte.
Non riuscivo a capire e trattenere a memoria nessuna nozione, nessuna “poesia” che si impara da bambini. Sognavo di fare il musicista, giocavo da solo e non piacevo agli altri bambini.

Gli incontri e i maestri che ti hanno lasciato un segno e formato?
I maestri, o meglio le persone che mi hanno fortemente influenzato, sono Lucio Fontana ed Ettore Sordini per la pittura, Gio Ponti e Vittoriano Viganò per l’architettura.
Quando e perché hai iniziato a usare la fotografia?
L’ho usata da sempre. Mio padre è stato un bravissimo fotografo e da ragazzo potevo disporre di tutta la sua attrezzatura: fotografavo, ingrandivo, stampavo.

Che rapporto ha per te la fotografia con il luogo, la polis?
La fotografia è stata fondamentale per esplorare e descrivere il territorio e il rapporto individuo/ambiente, le contraddizioni della nostra società e della vita urbanizzata.
Puoi spiegarci il tuo pensiero legato all’opera “disequilibrante”?
Il Sistema Disequilibrante nasce come teoria negli anni Sessanta (poi applicata negli anni Settanta) come risposta progettuale di una generazione nei confronti di una società nella quale non ci riconoscevamo.
Progetti, quindi, ma in grado di provocare un atteggiamento “diverso” nel modo di vivere all’interno della nostra nella società urbanizzata.

Parlaci del Gruppo di Comunicazione di cui hai fatto parte insieme a Franco Vaccari, Guido Arra, Giovanni Pettena e del memorabile lavoro fotografico-narrativo “Viaggio sul Reno”.
Il Gruppo di Comunicazione nacque nel 1974 all’interno delle attività formative e didattiche della Global Tools, gruppo di artisti e architetti radicali.
Con Vaccari, Arra e Pettena progettammo un’esperienza capace di farci cogliere alcuni aspetti della “comunicazione”. Il viaggio sul Reno ci sembrò essere l’esperienza più utile per leggere come, durante il viaggio, si può perdere la propria identità, o la si può mantenere, proprio attraverso il “viaggio organizzato”.

Facci vivere il clima dell´importante mostra <Italy: The New Domestic Landscape> al MoMA di New York a cui hai partecipato nel 1972.
Erano gli anni in cui lavoravo all’interno della rivista IN e Emilio Ambaz sicuramente fu colpito dal mio lavoro di animatore e progettista radicale.
L’invito alla mostra “Italy: the new domestic landscape” al MoMA mi consentì di formulare la mia particolare attenzione nei confronti della “comunicazione”.
Così, partendo da quella che allora era la nuova proposta tecnologica, ossia il videotape, immaginai un sistema di comunicazione individuo-individuo e individuo-collettività, privo di qualsiasi condizionamento esterno. L’anticipazione di internet, a cui si deve ancora aggiungere la parte collettività-individuo con immagini spettacolari della città.

Cosa ti ha amareggiato e cosa ti ha dato più soddisfazioni nella tua lunga carriera?
Mi ha amareggiato, e continua ad amareggiarmi, il fatto che la nostra società, che ama coltivare le “diverse discipline” separate tra loro, non abbia mai riconosciuto il mio ruolo di artista capace di attraversare la pittura, il cinema d’artista, le attività di arredamento d’interni, l’allestimento, la fotografia, la musica, l’illustrazione, il giornalismo, l’insegnamento, l’architettura, le arti applicate.
Come pensi si evolverà la fotografia in ambito artistico?
Si evolverà con la consapevolezza che ormai tutti fotografano tutto. E quindi la fotografia “artistica” farà uso di questo enorme potenziale.

Aurelia Raffo è la tua compagna di vita e talvolta tua preziosa collaboratrice… continua tu.
Aurelia Raffo è stata una professionista nel campo della grafica editoriale e ha lavorato con le più importanti case editrici, ma allo stesso tempo si è sempre impegnata nella fotografia.
Non è solo brava, ma anche capace di adattare la fotografia alle diverse esplorazioni sul territorio (le case di Filicudi), ai temi ambientali (teatrini), alle esplorazioni del linguaggio (caleidoscopi).
A tutto questo si aggiungono le più belle foto sul mio lavoro (le foto di scena del film “La grande occasione”) e la ricerca “Sulla Panchina” nella città di Milano).

Quale consiglio a un giovane che vuole dedicarsi alla ricerca artistica?
A questi giovani consiglio sempre di “caricarsi di ideologia”. Nessuna scelta che abbia un valore può prescindere da una posizione consapevole rispetto alla società in cui viviamo.
Debito ed eredità artistica di Ugo La Pietra?
“La ricerca” dentro e fuori le discipline creative.
Qualcuno scrisse “divieni ciò che sei”. Ritieni di esserci riuscito? Ovvero: chi sei?
Sono un artista indisciplinato, una posizione scomoda che la società mi fa pagare ogni giorno.
Giuseppe Ferraina