I nuovi realme 16 Pro e 16 Po+ hanno fatto il loro debutto ufficiale in Italia ma oltre agli smartphone c’è di più: il progetto “Portrait of Italy” con l’Accademia di Belle Arti di Roma.
Pochi giorni fa abbiamo parlato dei nuovi realme 16 Pro+ e 16 Pro che, come ormai filosofia da qualche anno a questa parte, puntano ad essere i dispositivi di fascia media più indicati per la fotografia di ritratto. Ma design e fotocamera non bastano. Per comunicare al meglio questo intento realme ha deciso di stringere una partnership con l’Accademia di Belle Arti di Roma. Ad annunciarlo, dal palco della presentazione, Claudio Libero Pisano – docente e rappresentante ufficiale dell’Accademia.

Nel panorama contemporaneo, la fotografia si trova a confrontarsi con una trasformazione profonda: da linguaggio artistico e progettuale a pratica quotidiana, accessibile e spesso immediata. È proprio su questo crinale che si inserisce il progetto “Portrait of Italy”, un’iniziativa che coinvolge 41 studenti chiamati a sviluppare un lavoro fotografico nell’arco di due mesi, utilizzando esclusivamente lo smartphone. L’idea iniziale ruotava attorno al tema dell’overtourism, una questione particolarmente rilevante in molte città italiane. Tuttavia, il progetto si è progressivamente aperto a una riflessione più ampia, approdando al ritratto degli italiani. Non si tratta di produrre singole immagini isolate, ma di costruire un vero e proprio progetto fotografico, capace di restituire uno sguardo personale e consapevole sul presente.
Emerge una questione cruciale: la differenza tra una fotografia “bella” e una fotografia significativa. In un’epoca in cui chiunque può scattare centinaia di immagini al giorno, grazie a dispositivi sempre più performanti, il rischio è quello di ridurre la fotografia a un gesto automatico, privo di riflessione. Le immagini si moltiplicano, ma non sempre raccontano qualcosa. Per molti giovani fotografi, cresciuti interamente nell’era digitale, questa distinzione risulta meno evidente. La familiarità con il mezzo non si traduce necessariamente in consapevolezza del linguaggio. Ed è qui che entra in gioco il ruolo della formazione: guidare gli studenti a comprendere che il valore di un’immagine non risiede soltanto nella sua estetica, ma nel progetto che la sostiene, nel contesto in cui si inserisce e nel significato che riesce a esprimere.
Anche nel caso di “Portrait of Italy” emerge questa tensione: da un lato, l’immaginario più convenzionale – fatto di paesaggi, cibo e stereotipi visivi – dall’altro, la necessità di spingersi oltre, cercando uno sguardo più autentico, talvolta anche scomodo. Lasciare libertà agli studenti diventa quindi fondamentale, pur all’interno di vincoli concreti come la gestione delle autorizzazioni per i soggetti ritratti. Il progetto culminerà in una mostra e in un catalogo, con una selezione finale delle immagini prodotte. Le fotografie saranno esposte in uno spazio dedicato e in installazioni di grande formato, trasformando il lavoro individuale in un racconto collettivo.
In definitiva, “Portrait of Italy” non è soltanto un esercizio didattico, ma un’occasione per interrogarsi sul ruolo della fotografia oggi. In un mondo saturo di immagini, ciò che fa davvero la differenza non è la facilità dello scatto, ma la capacità di costruire una visione. Perché, come in ogni forma d’arte, non conta soltanto come si mostra qualcosa, ma soprattutto cosa si sceglie di dire.