Ultimi giorni per visitare la mostra diSaul Leiter che ha raccontato la New York del secondo Novecento con sguardo lirico e intimista

La mostra a cura di Anne Morin è realizzata da Vertigo Syndrome in collaborazione con Chroma photography e la Saul Leiter Foundation.
126 fotografie in bianconero, 40 fotografie a colori, 42 dipinti, 5 riviste originali dell’epoca e un documento filmico.
Bologna, Palazzo Pallavicini
Fino al 19 luglio

Dietro la foto
Questa immagine racchiude la poetica visiva di Saul Leiter, uno dei pionieri della fotografia a colori della New York di metà Novecento.
La magia dell’asfalto bagnato
La strada bagnata non è solo uno sfondo, ma diventa il soggetto principale, trasformandosi in una tela astratta che riflette le luci della città come la scia rossa del fanalino del taxi.
Leiter era ossessionato dalle superfici riflettenti: vetrine appannate, specchi, pozzanghere e asfalto bagnato dalla pioggia o dalla neve sciolta: amava il modo in cui l’acqua distorceva la realtà, creando un ponte tra la fotografia e la pittura impressionista.
Un pittore prestato alla fotografia
Prima di essere un fotografo, Saul Leiter nacque come pittore (passione che non abbandonò mai). Questo scatto dimostra come applicasse l’astrazione pittorica alla realtà urbana: il passante sfocato funge da elemento visivo, piuttosto che narrativo.
Per i suoi lavori personali, Leiter utilizzava spesso pellicola Kodachrome scaduta, o conservata male, perché non poteva permettersi pellicole fresche. Questa necessità economica si trasformò in stile: i colori risultavano attenuati, pastosi con tonalità calde, ma mai urlate.
Un osservatore discreto
A differenza dei suoi contemporanei della New York School (come William Klein o Bruce Gilden), che cercavano il confronto diretto e aggressivo con il soggetto, Leiter fotografava quasi nascondendosi.
Usava focali come 90mm o 150mm per schiacciare i piani e dipingere lo spazio urbano rimanendo un osservatore discreto.
Un successo arrivato “in ritardo”
Saul Leiter si guadagnava da vivere con la fotografia di moda e le sue scatole di diapositive si sono accumulate nel suo appartamento nell’East Village per decenni. Il mondo si è accorto del suo talento solo nei primi anni Duemila, quando Saul era ormai ottantenne. A chi gli chiedeva di questo tardivo riconoscimento, rispondeva con la sua tipica, ironica umiltà:
“Non ho mai desiderato essere famoso. Non c’è un grande vantaggio nel successo. È piacevole essere apprezzati, ma essere ignorati è un privilegio: ti permette di fare quello che vuoi”.

Il silenzio di New York.
In questo scatto c’è l’essenza della visione di Saul Leiter che sapeva trasformare una banale veduta urbana di New York in puro espressionismo astratto.
Mentre la maggior parte dei fotografi dell’epoca cercava le grandi strade affollate, le luci di Broadway o i volti dei passanti sul marciapiede, questa foto ci mostra il Leiter contemplativo. Vediamo un tipico cortile interno tra i palazzi di mattoni dell’East Village, con ogni probabilità ripreso dalla finestra del suo appartamento o dello studio in East 10th Street.
Saul Leiter amava la routine e la familiarità: non aveva bisogno di cercare “il nuovo”, preferiva riscoprire lo stesso angolo sotto luci e stagioni diverse. I panni stesi al sole diventano qui i protagonisti cromatici e narrativi della composizione.
In un’intervista, Saul Leiter dichiarò che non capiva l’ossessione dei fotografi per l’evento straordinario: per lui, la biancheria che dondola al vento o il riflesso di una finestra avevano una grande dignità estetica.
La geometria della composizione
Gran parte di questa immagine è occupata da uno spazio buio che incornicia il soggetto centrale. Leiter fotografa qui da dietro una finestra, o da una porta socchiusa e l’effetto è di una cornice naturale che guida l’occhio dello spettatore, accentuando la sensazione di voyeurismo delicato: stiamo guardando un frammento privato di vita cittadina.
La facciata dell’edificio sullo sfondo e i fili stendi-panni sembrano quasi incollati sullo stesso piano: è l’effetto di una compressione visiva ottenuta con focale medio-lunga. Leiter rinuncia qui alla tridimensionalità per trasformare l’architettura di New York in una superficie simile a una tela.
I toni sono dominati dalle sfumature calde e leggermente sbiadite dei mattoni, mentre il lampo di luce sui panni stesi rompe la penombra del cortile e crea un punto di rottura che taglia la verticalità dell’immagine. In questo scatto Saul Leiter ha saputo cogliere il silenzio di New York.

La serie di fotografie “Ana”, scattata prevalentemente negli anni Cinquanta, rappresenta uno dei capitoli più intimi e poetici della sua produzione. A differenza dei suoi noti paesaggi urbani di New York, queste immagini si addentrano nella dimensione privata.
Chi era Ana?
Era la musa e l’amica. Ana fu una delle modelle più importanti per Saul Leiter. Non era una modella professionista, ma una ragazza che faceva parte della sua cerchia di amicizie e frequentazioni nel quartiere dell’East Village a New York.
La complicità e la naturalezza che emergono dagli scatti di questa serie confermano il rapporto di fiducia reciproca. Ana si muoveva nello studio di Leiter senza pose artificiali, permettendo a Saul Leiter di coglierne l’essenza più autentica.
Le sessioni non erano pianificate, Ana poteva essere semplicemente seduta a bere un caffè, a leggere o a riposare vicino alla finestra. Molte di queste immagini rimasero per decenni sotto forma di provini a contatto o diapositive in scatole da scarpe, poiché queste immagini non erano commissionate, ma scatti eseguiti per il puro piacere di catturare la bellezza.
La riscoperta tardiva e il libro “In My Room”
Gran parte di queste fotografie intime sono rimaste sconosciute al pubblico fino agli anni Duemila. Gran parte di questo corpus fotografico è stato digitalizzato, stampato e raccolto nel libro postumo “In My Room” (pubblicato da Steidl), che ha rivelato il Leiter fotografo di nudi e interni, altrettanto geniale rispetto al Leiter fotografo di strada.
La poetica visiva e lo stile
La serie “Ana” mostra come Saul Leiter cercasse una bellezza senza tempo. In questi scatti applica la stessa filosofia delle sue immagini “di strada”: non usa flash o riflettori, ma si affida esclusivamente alla luce soffusa che filtra dalle finestre del suo appartamento.
Spesso Ana è parzialmente nascosta da ombre, lenzuola o è inquadrata attraverso lo stipite di una porta, il che crea l’effetto di “frammentazione” che caratterizza la stile su Saul.
In quel periodo, Saul Leiter era influenzato dai pittori intimisti francesi come Pierre Bonnard ed Édouard Vuillard. I ritratti di Ana, con le loro composizioni e la grana della pellicola ricordano i dipinti impressionisti nei quali il corpo diventa parte di un’armonia geometrica e cromatica.
A differenza di molti fotografi di nudo della sua epoca, lo sguardo di Saul Leiter non è mai “predatorio”, è uno sguardo intriso di tenerezza e malinconia.
Paolo Namias