
Issue 025 and others
Un’intervista senza filtri a Emon Hassan, il fotografo del New York Times – e autore della fortunata zine mensile Emonome – che ci parla del mestiere del fotografo, di fotogiornalismo e della transizione verso l’editoria indipendente.
Quando, qualche tempo fa, ho visto apparire nella timeline di Instagram un post di Emon Hassan, mi ha incuriosito e sono andato a visitare il suo profilo. Nella sua bio c’è scritto che è un fotografo del New York Times e tra i suoi post mi sarei aspettato di trovare principalmente i suoi servizi per quella pubblicazione così prestigiosa alla quale ogni fotografo ambisce. Invece no. I suoi post non fanno vedere che photozine. Dei post curatissimi che mostrano le sue mani che creano le zine, oppure le sfogliano o le imbustano… Poi anche qualche video di quando va a scattare per un’idea che poi pubblicherà in una zine. Oppure dei video di istruzioni dove insegna a costruire una photozine.

Come mai? Ho voluto intervistarlo.
È stata una scelta naturale, a un certo punto della mia carriera mi sono chiesto: cosa significa essere un fotografo oggi? Quale contributo posso dare? Il mondo sta cambiando molto velocemente e noi fotografi non possiamo illuderci di continuare a lavorare nello stesso modo troppo a lungo. Ho voluto guardarmi dentro e riflettere su cosa volevo offrire veramente. Non solo come fotografo, ma anche come essere umano.
Mi sono chiesto: cosa mi rende felice e come potrei guadagnarmi da vivere continuando a fare ciò che amo? Una esplorazione che è stata anche un po’ un gioco di equilibri. Ed è proprio lì che si è inserito il mio lavoro sulla zine.
Sono cresciuto con il desiderio di diventare regista e, ancora prima, avrei voluto essere musicista. In ogni caso: fare cinema era il mio sogno. Ho cercato di realizzarlo per un po’ negli anni Duemila, anni molto diversi da oggi perché non c’erano tutti gli strumenti con i quali si può creare oggi,
Uno dei miei cortometraggi, il primo, era stato selezionato per un festival e gli organizzatori mi consigliarono di aprire un blog per promuoverlo. Così, nel 2005, ho aperto Emonome.

Una volta lanciato quel blog, mi resi conto che amavo l’idea di uno spazio senza limiti precostituiti, dove poter pubblicare ciò che mi ispirava e le cose che imparavo. Era uno stimolo per cercare di creare altri lavori originali, interviste video che realizzavo anche per un altro mio blog di chitarra che avevo aperto. Cominciai anche a fotografare le persone intervistate. La fotografia è nata da lì. Si è trattato di un felice incidente di percorso. Ho iniziato a prenderla sul serio solo intorno al 2008, quando decisi di licenziarmi dall’azienda dove lavoravo per dedicarmi alla fotografia.

Dopo qualche tempo, cominciai a collaborare come fotogiornalista freelance per la rivista Rolling Stone e un fotografo della redazione mi chiese: “Hai mai provato a proporti ad altre testate?”. Non ci avevo mai pensato. Così iniziai a mandare proposte a diversi quotidiani e riviste. Mi ignorarono tutti, solo un giornale mi rispose e mi inviò anche una proposta di contratto: il New York Times.
Firmai il contratto nel 2011. Entrare al New York Times fu come vivere una favola, soprattutto per un fotografo autodidatta come me. Gli anni seguenti furono pieni di lavori fotogiornalistici e documentaristici, non solo per il New York Times, ma anche per altri giornali, organizzazioni e piattaforme. Tutto ciò che facevo consisteva essenzialmente nel documentare e raccontare le storie degli altri – usando l’obiettivo o il microfono per mostrare cosa c’era là fuori nel mondo e come lo vedevo io. Tuttavia, per la maggior parte di quel decennio, non riuscii a sviluppare un progetto personale a lungo termine. Qualsiasi cosa facessi di non commissionato, non sembrava trovare spazio da nessuna parte. I miei soggetti avevano bisogno di troppo spazio per adattarsi al formato dei giornali o delle riviste, oppure semplicemente non interessavano a nessuno.
Proprio alla fine degli anni Duemiladieci mi sono detto: “Penso di aver bisogno di un cambiamento. Devo concentrarmi su tutte le idee di cui ho preso nota nel tempo”. Un libro è stata la naturale evoluzione delle mie riflessioni, perché l’idea del libro rappresenta un pensiero compiuto. Lavori su qualcosa che poi è finito ed è lì fuori nel mondo. Così ho preso impegno con me stesso che mi ha portato a realizzare il mio primo libro di fotografia e poesia nel 2024.

Quando è uscito, tenendo in mano la copia fisica e vedendo la reazione delle persone, ho capito che amavo profondamente questo processo. Era la prima volta nella mia breve carriera di fotografo che partivo da un’idea per arrivare a un prodotto finale gestendo autonomamente ogni singolo aspetto.
L’ho autoprodotto. Avevo un buon numero di iscritti alla mia newsletter, che avevo iniziato già prima del New York Times. Sono persone che mi hanno seguito nel corso degli anni attraverso alti e bassi; mi hanno visto fare cose diverse. Mi conoscevano da quando avevo il blog sulla chitarra o da altri eventi e si erano semplicemente iscritti alla newsletter per rimanere aggiornati. Alcuni mi seguivano da prima ancora, a quando scrivevo radiodrammi e scattavo foto occasionali qua e là. La cosa interessante è che la maggior parte delle persone in quella lista non era particolarmente colpita dal mio lavoro per il New York Times. Però dimostravano un grande interesse per i miei lavori personali. Mi scrivevano: “Ancora di questo, per favore”. In altre parole, erano interessati a me come persona e volevano che facessi ciò che piaceva a me.

Per molto tempo è rimasto un gruppo molto piccolo, circa 100 o 150 persone. Poi è aumentato un po’. Non essendo molto attivo sui social media, la newsletter è stato a lungo il mio modo per condividere riflessioni sul processo creativo, sulla fotografia e sui progetti che mi piacevano.
Il formato e-book mi era sembrato il modo più semplice per concretizzare un’idea. Uno dei primi a rispondermi, però, mi aveva scritto: “Bello l’e-book, ma come pensi di dedicarmelo? Dovresti farne una versione stampata così puoi firmarla per noi”.

Per me, quello è stato uno di quei momenti nei quali ti rendi conto che forse stai guardando le cose da una prospettiva completamente diversa rispetto alla realtà. Ovunque si sente dire che la carta è morta e che non interessa a nessuno, ma io stavo ricevendo messaggi opposti da persone che conosco, di cui mi fido e a cui tengo. Mi sono adeguato.
Il libro I Dream of the Heights è una lettera d’amore a Washington Heights, che si trova nella parte più a nord di Manhattan, proprio vicino al Bronx. Molte persone si sono immedesimate, e questo ha generato un ottimo passaparola.

Il riscontro positivo ricevuto grazie a quel libro mi fece venire voglia di continuare su questa strada, ma l’idea di realizzare continuamente libri era un po’ scoraggiante. La mia compagna mi suggerì: “Ti è sempre piaciuto quello che facevi sul blog, che era un insieme di cose diverse – un cortometraggio, un brano musicale, narrativa, poesia. Perché non metti tutto in una zine?”. In quel momento è stato come se si fosse accesa una lampadina.
Un mese o due dopo, ho detto addio al blog e nell’agosto del 2024 ho pubblicato il primo numero della zine con lo stesso nome del blog: Emonome. Ho deciso fin da subito che sarebbe stata una pubblicazione mensile, perché le scadenze sono il mio superpotere. Quando ho una scadenza ravvicinata, tutto si incastra alla perfezione. Entro in una sorta di trance, i dubbi spariscono e riesco semplicemente a produrre.
Il primo numero è stato molto sperimentale: non avevo ancora veramente pensato una direzione precisa, volevo solo pubblicare qualcosa. La risposta del pubblico è stata ottima. Persone nuove che non conoscevo l’hanno acquistata grazie a un po’ di promozione sui social media – non troppa, ma abbastanza per farmi conoscere da un pubblico più ampio. Così mi sono detto: “Faccio il secondo numero”. Ora è appena uscito il numero 24.

Ci sono anche molte persone che non sono neppure iscritte alla mia newsletter e che periodicamente tornano per acquistare un intero pacchetto di numeri arretrati – magari si accorgono di aver perso cinque mesi e acquistano cinque numeri insieme.
La maggior parte del mio pubblico è composta da collezionisti e da altri fotografi che cercano ispirazione per il proprio lavoro. Con loro condivido il mio sguardo sul mondo ed è un impegno che prendo molto seriamente.
Non ho mai voluto che la zine fosse solo un passatempo. Fin dall’inizio il mio obiettivo è stato impegnarmi in una pubblicazione rigorosa con scadenze precise di cui sono l’unico autore e responsabile. Questo mi spinge a pensare costantemente al lavoro e a cercare di migliorarlo. Le persone possono notare la progressione numero dopo numero. Cerco di non ripetermi e di esplorare i temi in modo più approfondito. Al decimo numero non sono la stessa persona che ero al quarto; anche se affrontassi un tema simile, il mio punto di vista sarebbe molto diverso.
No, perché l’idea originale della zine era che dovesse riflettere ciò che ho in mente in quel momento. Se c’è un tema o un argomento che mi frulla per la testa, lo condivido nel numero e tutto converge lì.

Ho scoperto che se pianifico un numero con mesi di anticipo, finisco per pensarci troppo, e non funziona. Perdo la spontaneità e l’ispirazione di cui ho bisogno per andare avanti.
Da qualsiasi cosa. Può essere una notizia, un libro fotografico che sfoglio, un film che guardo, un album che ascolto, o una foto in cui mi imbatto nel mio archivio. Guardando su Lightroom mi capita di vedere una mia foto che ho già guardato molte volte senza farci caso, ma in quel momento salta fuori e mi dice: “C’è qualcosa qui”. Questo accende altre idee e il numero si sviluppa in modo molto organico.

A volte affronto un tema importante, come nel mio primo numero in bianco e nero, il numero undici. Non avevo mai pubblicato nulla in bianco e nero prima. Mi sono chiesto: “È un tema enorme. Cosa posso farci in una zine di 40 pagine?”. Così ho deciso che il numero avrebbe parlato del perché non avessi mai fotografato in bianco e nero.
Molti associano il bianco e nero a qualcosa di più crudo, più realistico e vicino alla realtà documentaria. Io non ho mai avuto questa idea; per me, il bianco e nero è fantasia. Questo punto di vista personale è stato il mio modo di entrare nel tema. Altre volte il tema è solo una singola parola, come “residui” o “vestigia”, e la esploro improvvisando.
È un insieme di tutto. Spesso, quando mi viene in mente un tema, ho già iniziato a raccogliere materiale inconsciamente nei giorni o nella settimana precedente. Guardo al passato per vedere cosa pensavo di quel particolare argomento. A volte trovo un testo – una poesia o un breve racconto scritto anni, settimane o mesi prima – che sembrava destinato proprio a quel numero speciale, e così le cose si fondono insieme.

Il mio archivio degli ultimi 15 o 16 anni è piuttosto corposo ed è alla base di molti numeri. Mi sono reso conto che esistono solo pochi temi fondamentali che passiamo la vita a esplorare; quindi, qualsiasi cosa io abbia fatto in passato affronterà quei temi in qualche modo, anche senza che io ne sia consapevole.
Attingo da lì, ma a volte uno scatto di ieri finisce nello stesso numero insieme a una foto del 2010 perché sembrano “separati alla nascita”. Scrivo l’introduzione alla fine – o talvolta prima – per definire il tema e inquadrarlo per il lettore, in modo che l’esperienza di lettura sia completa dall’inizio alla fine.
No, basta anche un solo numero. L’analogia migliore è l’ascolto di una canzone. Scopri un brano, ti piace e poi vai a esplorare gli altri lavori dell’artista, che potrebbero essere completamente diversi per argomento, genere o stile. Per me, ogni numero della zine è una canzone. È una lettura breve, di 40 pagine, vissuta nel momento.
La mia compagna è la mia editor. Ha curato tutti i miei lavori, quindi mi capisce benissimo ed è molto esperta del mondo dell’arte.

In genere io faccio una prima stesura, poi una seconda, e una volta scritta l’introduzione, lei capisce la direzione che sto prendendo. A quel punto iniziamo a spostare le cose qua e là. A volte il processo è rapidissimo perché il numero è già ben definito, altre volte devo scavare più a fondo ed esplorare ancora un po’. Un secondo paio di occhi che conosce bene il mio stile è fondamentale per farmi notare quello che non riesco a vedere da solo.
Direi intorno al numero sette o otto. Anche se, a dire il vero, non ho mai sbandierato la collaborazione con il New York Times come mia identità principale.

La zine era qualcosa che sentivo di dover fare per me stesso. La considero un’attività che devo svolgere ogni mese per migliorare nel mio mestiere, uscire dalla mia zona di comfort e connettermi con il mondo invece di adagiarmi sugli allori.
Ho sentito che stava diventando un successo quando ho iniziato a ricevere e-mail da persone che mi dicevano di essersi ispirate alle mie zine per lanciare il proprio progetto, o da persone che semplicemente amano la fotografia e rispondono positivamente al mio lavoro. È diventata una relazione di scambio che mi stimola a migliorare. Anche se non avesse avuto successo, credo che continuerei comunque.
Sono un freelance, quindi mi chiamano quando si presenta l’occasione. In passato succedeva spesso, ora meno. Come ogni giornale, attraversano cicli in cui lavorano intensamente con alcune persone per poi aprirsi a nuovi collaboratori.

Chiunque lavori come freelance nel fotogiornalismo sa che non si può fare affidamento su questo come fonte fissa di reddito. Per me la zine non è un hobby secondario, è un’attività imprenditoriale. Voglio che diventi la mia attività principale. E per far sì che lo sia, devo seguirla nei suoi alti e bassi e dedicarmi interamente ad essa.
Ogni numero che faccio uscire è un traguardo raggiunto e non è mai facile. Anzi, è sempre difficile e imprevedibile ed è questo che mi piace. Se fosse prevedibile si perderebbe tutto il divertimento e la fotografia deve sempre essere divertente.
All’inizio avevo pensato di stamparla da solo, ma mi sono reso conto che non sarei riuscito a gestire la crescita del progetto. Stampare una zine di 40 pagine e garantire una rilegatura di qualità è un lavoro enorme; preferisco passare il tempo a scattare e creare piuttosto che preoccuparmi della resa di stampa. Quindi, invio mensilmente la zine a uno stampatore professionista.
La sfida è che il processo resta imprevedibile. Quando passi dal profilo RGB a CMYK, devi rinunciare a certe sfumature di blu e di rosso. Quello che vedo sullo schermo non sarà mai esattamente identico sulla carta. A volte ho ricevuto lotti in cui nessuna copia era utilizzabile, finendo per usarle come fermaporta. Per questo motivo, c’è sempre una certa ansia quando arrivano le copie stampate e fa parte del gioco.
Però, per me, tutto ciò non è così importante rispetto al fatto che qualcuno là fuori ha interesse per la mia zine e rimarrà colpito o ispirato dalla loro lettura. Il fatto che la sfumatura di blu sia precisa o meno, non influisce sul loro interesse.
No, ho scelto una carta satinata perché ha un’ottima resa ed è piacevole al tatto. Mantengo i numeri rigorosamente a 40 pagine perché oltre quel limite la rilegatura a punto sella di una zine diventa complicata per gli stampatori. Inoltre, 40 pagine rappresentano il peso ideale per spedire la zine in una busta ovunque nel mondo. Se superi anche solo di una o due pagine, entri in un incubo di tariffe di spedizione completamente diverso. Io voglio concentrarmi a raccontare storie, quindi ho scelto un tipo di carta e di copertina e ho deciso di mantenere sempre quelli.
Ho la mia newsletter, Instagram e YouTube. Ma l’idea di dover avere un seguito enorme non è più così vera. Alcuni dei miei collezionisti più importanti non sono su Instagram e non si sono iscritti alla newsletter; trovano ciò che gli piace e tornano.
Molto avviene con il passaparola. A volte mi scoprono tramite YouTube o Reddit (il subreddit dedicato alle zine è ottimo, anche se è molto orientato alle zine fatte a mano). Ho anche scritto un articolo come ospite per Shadow & Light Magazine, una rivista di fotografia pubblicata nel sud-ovest degli Stati Uniti.
Le cose sono cambiate molto dopo che ho presentato la mia photo-zine all’ICP (International Center of Photography) Photo Book Festival un paio di mesi fa. Quello ha aperto le porte a un gruppo più ampio di persone perché il pubblico era estremamente focalizzato su libri fotografici e zine. Tornerei all’ICP in qualsiasi momento e spero di espandermi in futuro a fiere del libro internazionali perché la cultura dei libri fotografici e delle zine fuori dall’America è estremamente vivace.
Molte fanzine sono note per essere super economiche, ma le zine fotografiche di solito hanno prezzi più alti. Ho impostato un prezzo normale e accessibile, attento alla sostenibilità dell’attività.
È molto importante fare bene i calcoli. Ad esempio, l’anno scorso i costi di stampa sono triplicati. Se non calcoli bene i prezzi, non puoi sostenere l’attività. Tra l’altro, ho notato che molti creatori applicano prezzi troppo bassi al proprio lavoro perché non tengono conto del tempo impiegato per realizzarlo e non mi sembra giusto.
Se la mia qualità non fosse eccellente, non mi sognerei mai di chiedere questo prezzo. Inoltre, offro diversi tipi di zine. Oltre a Emonome, ci sono quelle fatte a mano, monografie di 16 pagine in edizione limitata su argomenti molto specifici. Sono diverse una dall’altra e hanno prezzi legati al singolo progetto. La zine mensile, invece, ha bisogno di un prezzo fisso e universale che risulti equo anche quando viene convertito in altre valute.
Il tema di fondo è prendere il controllo del proprio lavoro. Dal punto di vista creativo, molte persone si sentono scoraggiate a causa di tutto ciò che accade nel mondo – economia, politica globale e così via. L’idea di riappropriarsi del proprio lavoro attraverso l’autoproduzione è una via praticabile per andare avanti e costruire un’attività a tutti gli effetti.
Il messaggio è che non è mai troppo tardi per iniziare. Racconti la tua storia come vuoi tu e devi far parte di tutto il processo, perché la storia non finisce con la zine o con la promozione – continua fino a quando non entri in contatto con qualcuno. Ogni aspetto dell’attività, dal marketing alla vendita, fino alla spedizione e al confezionamento, è parte della narrazione.
L’obiettivo è dare un contributo al “fiume, non al lago”. Più mi osservo interiormente e rendo personali le mie storie, più diventano universali e capaci di connettersi con gli altri. L’imprenditorialità serve a dare una piattaforma alla creatività, creando una comunità in cui ci si ispira e ci si sostiene a vicenda. La ricompensa non è solo economica; sono le connessioni inaspettate e le relazioni che durano tutta la vita.
Perché condividiamo tutti le stesse fatiche umane: trovare la nostra voce e il nostro posto nel mondo. Quando racconto una storia profondamente personale, gli altri si riconoscono in quella stessa fatica.
Nella fotografia ci sono così tante regole esterne e restrittive su come dovresti scattare o raccontare storie. Più mi libero di queste idee preconcette su cosa debbano essere la fotografia e la narrazione, più questa onestà emerge sulla carta. A quel punto non c’è bisogno di spiegare nulla. Le immagini fanno tutto il lavoro narrativo al posto tuo.