Werner Bischof ha saputo distinguersi per il approccio profondamente umanistico al fotogiornalismo, capace di coniugare rigore documentario e intensità poetica

Dalla rigida geometria degli studi grafici al profondo rispetto per l’essere umano. Ritratto del fotografo Magnum che rifiutò il sensazionalismo delle guerre per cercare la bellezza e la poesia anche nei luoghi più tormentati.
Questa mostra al Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano offre, a 110 anni dalla sua nascita, un’ampia panoramica sulla vita e sull’opera del fotografo svizzero, tra i più importanti fotoreporter del XX secolo. Membro dell’agenzia Magnum Photos dal 1949, Bischof ha saputo distinguersi per un approccio profondamente umanistico al fotogiornalismo, capace di coniugare rigore documentario e intensità poetica.
Prima della guerra, Werner Bischof si occupava di fotografia pubblicitaria e di studio; formatosi alla Kunstgewerbeschule di Zurigo sotto la guida di Hans Finsler, il suo mondo era fatto di composizioni geometriche, giochi di luce, conchiglie, foglie e forme astratte. Viveva in quella che lui stesso definiva una “torre d’avorio”.
Nel maggio del 1945, alla fine del conflitto, Werner prese una bicicletta e partì per esplorare l’Europa distrutta. Fu uno shock: vedere la sofferenza della popolazione in Germania, Francia, Grecia e Ungheria spezzò per sempre il suo “|isolamento estetico”|.
“Sentivo che non potevo più rimanere chiuso in studio a creare immagini perfette e patinate mentre fuori c’era un mondo che soffriva e cercava di ricostruirsi.”
Da quel momento Werner abbandonò la ricerca formale pura per mettere la sua fotocamera al servizio delle persone, senza rinunciare però alla cura per la composizione.
Il bambino dell’orfanotrofio
Questo ritratto è stato scattato da Werner Bischof nel 1947 in Ungheria durante il suo viaggio attraverso l’Europa devastata: è un ritratto che racchiude l’essenza della sua fotografia, caratterizzata da un’intensa empatia unita a un rigore formale impeccabile.
Werner Bischof non è stato solo uno dei grandi maestri di Magnum Photos, era soprattutto una persona sensibile e tormentata. L’immagine fa parte del reportage che Werner realizzò per la Schweizer Spende, un’organizzazione di solidarietà e soccorso umanitario promossa dalla Svizzera tra il 1944 e il 1948 con l’obiettivo di inviare aiuti materiali, alimentari e sanitari alle popolazioni europee devastate dalla Seconda Guerra mondiale.
Questo reportage fu pubblicato su riviste come Du per documentare la condizione dei bambini rimasti orfani nei villaggi dell’Ungheria orientale.
Il rigore compositivo
La foto dimostra la capacità di Werner Bischof di unire empatia a rigore compositivo. Werner esclude qualsiasi elemento dell’ambiente e sceglie un’inquadratura strettissima sul volto; questa scelta ha la funzione di idealizzare il bambino, che smette di essere un orfano ungherese in una stanza per diventare simbolo del trauma infantile causato dalla guerra.
L’inquadrature inoltre crea un forte impatto emotivo: la forza di questo volto non lascia vie di scampo all’osservatore. Le due lacrime che scendono dagli occhi e il filo di saliva che pende dal labbro come fosse un’altra lacrima, sono punti di attrazione molto forti
La scelta della luce
Werner sfrutta una luce naturale laterale, probabilmente proveniente da una finestra dell’orfanotrofio.
La luce è dura e direzionale: colpisce il volto da destra “scavando” gli occhi e lasciando in leggera ombra la parte sinistra del volto.
Si nota anche il punto luminoso sulle pupille che anima e dà profondità allo sguardo.
La cura della stampa in camera oscura
Come i maestri della fotografia dell’epoca, Werner Bischop curava con grande attenzione la stampa per ottenere una gamma di grigi ricchissima, dai neri profondi dei capelli alla texture del colletto della maglietta, alla lucentezza delle lacrime.
L’immagine è estremamente nitida, come si può vedere sugli occhi e la bocca, mentre il colletto della maglietta sfuma leggermente, focalizzando l’attenzione sulla zona centrale del volto.

Nel 1953 Werner Bischof intraprese un lungo viaggio attraverso il Nord e il Sud America: questa famosa foto venne scattata nel maggio del 1954 mentre Werner percorreva le strade sterrate delle Ande peruviane.
Pochi giorni dopo l’incontro con il flautista, il 16 maggio 1954, il fuoristrada su cui Werner Bischof viaggiava precipitò in un burrone nelle Ande peruviane: Werner aveva solo 38 anni.
Tragicamente, appena nove giorni dopo, il 25 maggio 1954, il suo amico e fondatore di Magnum Robert Capa, moriva saltando su una mina in Indocina.
In un solo mese, il mondo della fotografia aveva perso due delle sue voci più forti.
Questa immagine è forse l’opera più celebre di Werner Bischof e fu scattata lungo la strada che conduce dall’antica capitale inca di Cuzco verso la Valle Sacra (nei pressi di Písac). Mentre attraversava le Ande peruviane a oltre 3.000 metri a bordo di un fuoristrada, Werner notò questo giovanissimo pastore Quechua che camminava a passo svelto lungo la pista sterrata; il ragazzo indossava abiti tradizionali, un poncho, calzoni corti, sandali leggeri (ojotas) e un cappello di feltro, con una pesante sacca sulle spalle.
Ciò che colpì Werner non fu solo la figura, ma il fatto che il ragazzino camminasse completamente assorto nel suo mondo, suonando una quena, il flauto di canna tradizionale andino.
Werner fece rallentare il fuoristrada, scese e iniziò a camminare accanto al ragazzo, che non si fermò ma non si oppose a una fotografia: continuò semplicemente a camminare al ritmo della propria musica, del tutto indifferente alla presenza del fotografo.
Werner scattò pochi fotogrammi e colse il momento in cui gamba e il flauto erano allineati.
La tragedia del 16 maggio 1954
Werner viaggiava sulla cordigliera delle Ande insieme al geologo Ali de Szepessy e all’autista: il loro fuoristrada precipitò in un burrone profondo oltre 200 metri vicino a San Mateo. Tutti gli occupanti morirono sul colpo.
Quando i rullini del viaggio peruviano arrivarono a Zurigo e alla sede di Magnum a Parigi, questo negativo commosse profondamente amici, colleghi e la moglie Rosellina Mandel (poi Rosellina Burri): quel bambino che camminava leggero verso l’orizzonte suonando la sua musica fu interpretata da tutti come testamento spirituale di Werner.
“Non ha cercato la miseria, né la folla, ma la grazia pura di un momento di pace in mezzo al nulla.” John Morris (Magnum Photos)
Una composizione rigorosa
Werner era estremamente rigoroso nella composizione dell’immagine e questo scatto, pur nella sua improvvisazione, lo conferma: Werner sfrutta la geometria del formato quadrato della sua Rolleiflex 6×6 mettendo al centro il ragazzo a rompere la monotonia del paesaggio.
Alle sue spalle non c’è uno sfondo vuoto, ma la maestosità della valle andina con i suoi tipici terrazzamenti agricoli incaici (andenes). La profondità di campo mantiene leggibile la trama del terreno senza distogliere l’attenzione dal soggetto principale.
La diagonale del sentiero, l’inclinazione del flauto, la piega del poncho e lo slancio della gamba creano una sensazione di dinamismo e armonia.
La forte luce solare delle Ande crea contrasti decisi, ma Werner riesce a conservare la ricchezza dei dettagli della trama del poncho e della polvere del sentiero.
L’eredità culturale
L’immagine del Flautista delle Ande è diventata negli anni un’icona, pubblicata su centinaia di copertine, libri di storia della fotografia e mostre internazionali.
Rappresenta il punto d’arrivo della ricerca di Werner Bischof: mostra la sua capacità di raccontare la dignità delle culture tradizionali senza cadere nel folklore superficiale, o nel pietismo.

Questa celebre fotografia fu realizzata da Werner Bischof in una tappa nell’allora colonia britannica nell’autunno del 1952, nell’ambito del suo viaggio in Estremo Oriente.
Anche in questo caso, pur di fronte al caos politico e sociale dell’epoca, Werner Bischof sa trasformare un paesaggio marino in un’opera di poesia visiva che sembra attingere dalla pittura tradizionale cinese.
La ricerca della quiete nel caos di Hong Kong
Nel 1952 Hong Kong era un calderone di fermenti coloniali e di tensioni geopolitiche, invasa da centinaia di migliaia di profughi in fuga dalla Cina dopo la vittoria della rivoluzione comunista di Mao.
La maggior parte dei fotoreporter cercava la cronaca nelle baraccopoli improvvisate o nella folla stipata nei quartieri di Kowloon. Werner Bischof invece, rifuggendo il sensazionalismo, si fece invece affascinare dalla comunità dei Tanka (popolazione nomade della Cina meridionale che per secoli ha vissuto quasi esclusivamente sull’acqua, su imbarcazioni tradizionali o su palafitte) e dalle tradizionali giunche in legno che popolavano la baia di Aberdeen, a sud dell’isola di Hong Kong.
Per raggiungere questo punto di ripresa elevato, Werner Bischof camminò lungo i pendii e i promontori della costa: guardava la flotta che prendeva il largo e nel suo diario descriveva la sensazione di trovarsi di fronte a un mondo antico che scivolava sull’acqua con eleganza, del tutto indifferente al caos della modernità e della politica.
Ciò che colpisce in questa immagine è la sua qualità pittorica: le vele scure delle giunche, viste dall’alto, non sembrano semplici imbarcazioni, ma sono vere e proprie pennellate di china tracciate su un foglio di carta di riso.
Bischof sfrutta qui la forte luce solare che si riflette sulla superficie dell’acqua, accentuando la silhouette delle vele orientali.
La Rolleiflex e il formato 6×6
Per i suoi reportage Werner Bischof utilizzava prevalentemente una Rolleiflex 6×6; inquadrando nel mirino a pozzetto e tenendo la fotocamera all’altezza del petto, Werner riusciva a tenere il contatto visivo e umano con il soggetto senza coprirne il volto
L’ampia superficie del negativo 6×6 garantiva una resa dei dettagli nettamente superiore al formato Leica, con una perfetta resa delle sfumature tonali. Come pellicola, nel 1952 Werner usava la Kodak Super XX, introdotta nel 1938, e pellicola di riferimento per i reporter nei primi anni Cinquanta; questa pellicola rimase in produzione fino alla metà degli anni Cinquanta (1954-1956), quando venne sostituita dalla Kodak Tri-X. La Super-XX aveva una sensibilità nominale intorno ai 100 ASA, equivalenti a circa 80-100 ISO.
La Kodak Plus-X (50 ASA) offriva una grana estremamente fine e un contrasto maggiore.
Ilford HP3 / FP3: Hong Kong nel 1952 era una colonia britannica e le pellicole inglesi Ilford (in particolare la FP3 a media sensibilità) erano ampiamente distribuite nei negozi fotografici locali, una risorsa quindi per Bischof.
Werner non sviluppava quasi mai i rullini sul campo durante i reportage; i rulli formato 120 venivano impacchettati in contenitori ermetici (per proteggerli dall’umidità tropicale del mare della Cina) e spediti via posta aerea alla moglie Rosellina a Zurigo o agli uffici Magnum di Parigi, dove venivano sviluppati con rivelatori classici a grana fine e ad alta acutanza come il Kodak D-76.

Questa fotografia, scattata in Cambogia nel 1952, esprime ciò che Werner Bischof intendeva per fotogiornalismo.
Nel 1951-1952 Werner Bischof venne inviato in Asia dalla rivista Life e da Magnum per documentare la drammatica situazione geopolitica del dopoguerra e la prima guerra d’Indocina.
Mentre la maggior parte dei fotoreporter di guerra cercava il conflitto, i carri armati e le battaglie al fronte, Bischof rifiutava visceralmente l’esaltazione del dolore. Infastidito dalla logica delle grandi riviste americane dell’epoca, che cercavano il sensazionalismo, si staccava spesso dalle truppe per inoltrarsi nelle campagne. Cercava l’umanità, la dignità del lavoro quotidiano e l’armonia tra uomo e natura. Questa foto nasce proprio da quelle “fughe”.
Analisi della composizione
> Il punto di ripresa dal basso
Per questo scatto Werner Bischof si è accucciato nell’erba ed è questo punto di ripresa che rende imponenti la figura del contadino e delle sue mucche.
> Il gioco geometrico
Le foglie a raggiera dell’ombrello trovano corrispondenza nella sagoma delle palme da zucchero che svettano all’orizzonte, creando un rimando grafico dal primo piano allo sfondo. L’ombrello di palma che l’uomo tiene in mano è un tipico esempio dell’ingegno contadino cambogiano: è stato realizzato con una sola foglia essiccata, intagliata e montata su un bastone.
La palma ha un grande valore in Cambogia, è considerata l’albero nazionale.
Il controllo della luce
In questa immagine Werner Bischof si spinge al limite il contro-luce: si veda come il disco del sole è coperto dall’ombrellino di foglie.
Il controluce ha trasformato lo sfondo in un “fondale” bianco neutro, mentre la lieve sottoesposizione preserva i dettagli. Eliminando altri elementi del paesaggio, l’uomo e gli animali risaltano scuri sullo sfondo bianco.
Paolo Namias
L’articolo sarà pubblicato in Tutti Fotografi
La mostra
Werner Bischof. Point of View Point of View
A cura di Marco Bischof, Andréa Holzherr e Tania Kuhn
L’esposizione presenta 200 fotografie vintage originali, affiancate da una serie di provini a contatto e da un documentario che raccontano la storia con empatia, attenzione e profondo rispetto per la dignità umana.
La mostra è realizzata dal Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano in collaborazione con Magnum Photos e Werner Bischof Estate. Main sponsor Dils azienda leader nel Real Estate, con il sostegno di Fondazione Banca Popolare di Milano e Mapei; travel partner Trenord.
Catalogo Dario Cimorelli Editore.
Museo Diocesano Carlo Maria Martini (piazza Sant’Eustorgio 3)
Fino al 18 ottobre 2026.
www.chiostrisanteustorgio.it