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Fotografia.it

Cinque strade: omaggio a Lisetta Carmi

Vivere l’esistenza con intensità, senza mezze misure, né compromessi.

Paolo Namias | 20 Agosto 2026
Ezra Pound, 1966
Ezra Pound, 1966

Il titolo della mostra “Cinque Strade”, curata da Alessandra Mauro, riecheggia le cinque diverse vite professionali vissute da Lisetta Carmi, dall’improvviso abbandono della musica alla scelta della fotografia come mezzo espressivo; al suo abbandono per votarsi alla spiritualità.
Sono stati diciotto intensi anni in cui Lisetta Carmi è riuscita a toccare argomenti d’attualità con uno sguardo nuovo, un approccio che colpisce e appassiona. Personaggio unico nel panorama artistico italiano, Lisetta Carmi è stata una pianista di talento, una fotografa innovativa, una donna votata alla spiritualità e una persona pronta a vivere in modo profondo la realtà del suo tempo.
Il progetto Camera  Oscura ripercorre i diciotto intensi anni nei quali Lisetta Carmi si è dedicata alla fotografia,

Guida all’immagine

L’ascolto dell’anima di Ezra Pound

Questa immagine di Ezra Pound, scattata l’11 maggio 1966 a Sant’Ambrogio di Zoagli è considerato uno dei migliori esempi di fotografia di ritratto: in soli quattro minuti e dodici fotogrammi, Lisetta Carmi riuscì a cogliere la solitudine e il tormento interiore di uno dei più grandi e controversi poeti del secolo.

La salita lungo la creuza
Nel 1966 Ezra Pound aveva 80 anni. Dopo la reclusione nell’ospedale psichiatrico giudiziario di St. Elizabeths negli Stati Uniti e il ritorno in Italia, il poeta si era chiuso in un silenzio quasi totale e ostinato (“il grande silenzio”), schiacciato dal peso del proprio passato politico e dalle disillusioni della vita.
Lisetta Carmi non aveva un appuntamento, né una commissione da parte di una rivista; spinta da un puro impulso personale prese il treno da Genova, scese a Zoagli e salì a piedi lungo la ripida creuza (il sentiero ligure) che portava alla casa di Sant’Ambrogio, dove Ezra Pound viveva con la compagna Olga Rudge.

L’incontro: quattro minuti e dodici scatti
A rispondere al campanello fu Olga Rudge e Lisetta, con disarmante naturalezza, spiegò di voler fotografare il poeta. Ezra Pound comparve sulla soglia come una figura spettrale: per tutta la durata dell’incontro non disse una sola parola, ma quattro minuti bastarono a Lisetta per scattare 12 fotogrammi.

Lisetta Carmi descrisse più volte quell’incontro come un’esperienza “spaventosa e metafisica”: “Ezra Pound era come un fantasma, un uomo intrappolato nel suo inferno personale. Apparve sulla porta tremante, con la sua chioma bianca: sembrava un Re Lear sconfitto. Io non volevo rubargli nulla, volevo solo ascoltare la sua anima attraverso l’obiettivo.”

La luce e la maschera
La forza dello scatto risiede nella perfetta sintesi compositiva e nell’uso della luce: Lisetta non usò luci artificiali, sfruttò solo la luce ambiente che entrava di lato, lasciando che l’interno della casa rimanesse immersa in un buio profondo: lo sfondo scuro fa risaltare la figura di Ezra Pound, come emergesse dal nulla.
La capigliatura bianca forma un’aureola e gli occhi, spalancati e fissi, non guardano la fotocamera né la fotografa: sembrano fissare il vuoto, carichi di una disperazione muta, ma lucida.

Il Premio Niépce e la consacrazione di Umberto Eco
Quando Lisetta sviluppò i rullini nel suo laboratorio capì immediatamente di aver catturato qualcosa di irripetibile e inviò la serie al Premio Niépce per la fotografia italiana, aggiudicandosi il primo premio all’unanimità. La giuria rimase colpita dalla forza psicologica delle immagini.

Vedendo questi ritratti, Umberto Eco espresse un giudizio rimasto celebre:
“Il ritratto di Lisetta Carmi dice della sua tragedia, della sua complessità e del suo dolore più di quanto sia mai stato scritto in interi volumi di critica letteraria.”

Ancora oggi, questo scatto rimane la testimonianza visiva più intensa di Ezra Pound e un esempio di come l’empatia e l’istinto fotografico possano cogliere l’essenza di una persona.

LisettaCarmi i travestiti. 1965-1971
LisettaCarmi i travestiti. 1965-1971 ©-Martini Ronchetti courtesy archivio Lisetta Carmi

Cabiria: un nome che è espressione di riscatto

Cabiria è senz’altro uno dei volti più poetici ed emblematici di tutto il lavoro “I travestiti” (1965–1971); Lisetta l’ha ritratta mentre si applica con cura le ciglia finte davanti a uno specchio.
Dietro questa figura si intrecciano aneddoti sulla vita nei vicoli di Genova e sulla relazione di profonda fiducia nata tra Cabiria e Lisetta.

Il nome d’arte è un tributo a Fellini
Il nome “Cabiria” non era casuale, fu scelto come un omaggio alla protagonista del film di Federico Fellini Le notti di Cabiria (1957), interpretata da Giulietta Masina.
In quel personaggio cinematografico – una donna emarginata, vulnerabile, costantemente ferita dalla vita, ma dotata di un’incrollabile dignità e speranza – la Cabiria di Via del Campo e molte altre compagne della comunità vedevano il riflesso della propria condizione. Assumere quel nome era un modo per riscattare la propria marginalità attraverso la poesia e l’ironia.

La storia di questo scatto
Per Cabiria truccarsi non era un semplice “mascheramento” per compiacere i clienti, ma un vero e proprio rituale di affermazione della propria femminilità.
Lisetta scelse questa inquadratura per cogliere il doppio piano: a sinistra la nuca e la mano sfocata di Cabiria, a destra il riflesso nitido del viso incorniciato dallo specchio ovale; lo sguardo non è rivolto alla fotocamera, ma è totalmente assorbito nel gesto di sistemare le ciglia.
Cabiria non sta posando. La confidenza tra le due donne era ormai tale che la presenza della fotocamera veniva del tutto dimenticata: Lisetta  poteva catturare un momento d’intimità pura, non filtrata.

L’intimità della stanza
Negli anni Sessanta la strada per le persone era un luogo di perenne pericolo: retate della polizia, insulti dei passanti, violenze e fermi nei commissariati. La stanza di Cabiria nei vicoli del centro storico rappresentava uno spazio capace di proteggerla: aprire le porte di quel luogo a Lisetta Carmi fu un atto di fede.

“Cabiria e le altre mi hanno aperto la loro casa – racconta Lisetta Carmi – perché avevano capito che non cercavo il pettegolezzo o lo scandalo. Cercavo l’umanità e nelle loro stanze si respirava una verità che fuori, nella società ‘perbene’, era completamente bandita.”

In quella camera Lisetta raccontò di aver passato ore a bere caffè con Cabiria ascoltando le sue storie d’infanzia, le sue delusioni d’amore e i suoi sogni, prima ancora di tirare fuori la macchina fotografica.

Una dimensione domestica e personale
Oltre al celebre scatto dello specchio, la serie mostra Cabiria in diversi momenti della sua quotidianità domestica, mentre rifà il letto con lenzuola ricamate, mentre sceglie gli abiti dall’armadio o si pettina i lunghi capelli scuri avvolta in vestaglie di seta.
Questa scelta stilistica di Lisetta restituì a Cabiria e alle sue compagne la dimensione della normalità domestica, strappandole allo stereotipo che le voleva riprese esclusivamente di notte, nei vicoli oscuri o in situazioni degrado.

Da Via del Campo ai musei internazionali
Oggi il ritratto di Cabiria allo specchio è oggetto di studio nelle scuole di fotografia ed è esposto nelle collezioni di arte contemporanea internazionali (dal Centre Pompidou alle Gallerie d’Italia): è considerato un capolavoro di empatia visiva, un’immagine capace di trasformare un gesto intimo e quotidiano in un’opera senza tempo.

Lisetta Carmi, Calangianus, Fabbrica di sughero.1964.
Lisetta Carmi, Calangianus, Fabbrica di sughero.1964. © Martini Ronchetti, courtesy Archivio Lisetta Carmi

L’occhio della pianista: l’ossessione per le mani

Questa fotografia appartiene a uno dei capitoli meno conosciuti della produzione di Lisetta Carmi: la sua lunga e profonda indagine sociale e umana condotta in Sardegna tra il 1962 e il 1964.

Per comprenderla bisogna ricordare che Lisetta Carmi è stata una pianista prima di diventare fotografa; quando nel 1960 abbandonò la carriera concertistica, il suo sguardo non perse la sensibilità per la musica, la trasferì semplicemente negli occhi.

In questo scatto la fotografa sceglie di tagliare completamente i volti delle operaie per concentrarsi sulle loro mani: le dita sfiorano, selezionano, ruotano e smistano i tappi di sughero sul disco di legno in una sincronia e una delicatezza che ricordano l’esecuzione di uno spartito a quattro mani su una tastiera.

Calangianus: la capitale del sughero e la Sardegna in trasformazione

Nel 1964 la Sardegna stava vivendo una profonda ed emotiva transizione tra il mondo agro-pastorale e la prima industrializzazione con il cosiddetto Piano di Rinascita.

Calangianus, nel cuore della Gallura, era, ed è tuttora considerata, la “capitale del sughero”; Lisetta si addentrò nei laboratori e nelle fabbriche per documentare la lavorazione del sughero estratto dalle foreste di querce da sughero e rimase affascinata dalla straordinaria abilità manuale richiesta dalla lavorazione e la cernita dei tappi destinati alle bottiglie più pregiate.

Il lavoro femminile e la dignità quotidiana
Come per il reportage sui lavoratori del porto di Genova (i Camalli), Lisetta rivolse la sua attenzione alle condizioni di lavoro, e in particolare delle donne.

Nelle fabbriche di sughero della Gallura la cernita manuale era un compito quasi esclusivamente femminile perché richiedeva un’attenzione visiva particolare per individuare imperfezioni, pori e spaccature nel legno.

Se si osserva l’inquadratura, si notano sulle dita delle operaie piccoli anelli di fidanzamento o fedi nuziali; Lisetta Carmi include questi dettagli per ricordare che dietro al lavoro ripetitivo della fabbrica ci sono storie personali, affetti e identità che resistono all’alienazione industriale.

Composizione e luce naturale
La foto si distingue per la texture delle centinaia di tappi sparsi in contrasto con la morbidezza della pelle delle mani.

Ancora una volta Lisetta ha rifiutato il flash: la luce radente che entra dalle finestre del laboratorio mette in risalto le venature del legno e le forme dei tappi, creando un gioco di ombre e volumi di grande forza plastica.

Un patrimonio visivo riscoperto
I reportage sardi di Lisetta Carmi, che comprendono anche scatti a Orgosolo, Nuoro, Bitti e la festa di San Efisio a Cagliari, sono stati per anni oscurati dal successo de “I travestiti” e dai ritratti di Ezra Pound.

Lisetta Carmi, Babaji a Herakhan. 1977
Lisetta Carmi, Babaji a Herakhan. 1977 © Martini Ronchetti, courtesy archivio Lisetta Carmi.

Lisetta Carmi abbandona la fotografia

Questa fotografia, scattata nel 1977 a Herakhan (nello stato indiano dell’Uttarakhand, ai piedi dell’Himalaya), coglie il momento di svolta, intimo e radicale, della vita di Lisetta Carmi: l’incontro con il maestro spirituale Haidakhan Babaji, noto ai devoti anche come Bhole Baba.

Se gli scatti ai portuali di Genova, a Ezra Pound e ai travestiti di Via del Campo avevano raccontato l’umanità degli emarginati e del poeta, questa immagine a colori segna il momento in cui Lisetta decide di dedicarsi alla ricerca interiore.

L’arrivo nella valle isolata

Herakhan era un luogo di difficile accesso, situato nella valle attraversata dal fiume Gautama Ganga; per raggiungerlo non vi erano strade asfaltate, occorreva percorrere ore di cammino guadando più volte il fiume tra le pietre e la vegetazione.
Questo lungo pellegrinaggio è testimoniato da un dettaglio: le scarpe da ginnastica che Lisetta indossa con la tunica bianca e il turbante arancione, scarpe che contrastano con i sandali tradizionali di Babaji.

Lisetta Carmi è in ginocchio sulla terra nuda, con le mani giunte in grembo e lo sguardo rivolto al maestro pieno di fiducia. Il maestro Babaji è avvolto in un semplice scialle chiaro sopra una tunica lilla, con il segno del tilak di sandalo sulla fronte e la guarda con una presenza serena e solenne.

Lisetta raccontò che al cospetto di Babaji sentì improvvisamente crollare tutte le sovrastrutture della cultura occidentale, le sue ambizioni artistiche e i condizionamenti sociali.

L’addio definitivo alla fotografia, 1976–1977
Questa fotografia a colori è una delle pochissime realizzate da Lisetta in India; poco dopo Lisetta compì una scelta definitiva e sconcertante: smise del tutto di fotografare.

A soli 53 anni, nel momento in cui la critica internazionale cominciava a riconoscerne il valore, ripose la macchina fotografica: “Ho capito che la fotografia era stata uno strumento straordinario per conoscere il mondo e me stessa, ma che ormai si frapponeva come un diaframma tra me e la realtà. Non avevo più bisogno di fotografare la vita: dovevo semplicemente viverla.”

La missione per l’Italia e l’Ashram di Cisternino
Babaji non le chiese di rimanere in India, ma le affidò una missione: portare in Italia i principi del suo insegnamento, riassunti nei pilastri di Verità, Semplicità e Amore (Satya, Sambhashana, Prema) e nella pratica del Karma Yoga, il servizio disinteressato agli altri.

Tornata in Italia, Lisetta cercò un luogo che potesse risuonare dell’energia spirituale della valle di Herakhan e lo individuò nella Valle d’Itria, a Cisternino, in Puglia, dove nel 1979 fondò l’Ashram Bhole Baba.
Per oltre quarant’anni, l’Ashram di Cisternino è stato un centro aperto alle persone di qualsiasi fede o provenienza dove Lisetta Carmi ha accolto migliaia di visitatori, insegnando a coltivare la pace, la meditazione e il lavoro comunitario, fino alla sua scomparsa nel luglio 2022.

LIsetta Carmi
Ritratto di Guido Harari nel 2017

Il ritratto di Harari

Questo ritratto di Lisetta Carmi è stato scattato da Guido Harari nel 2017. Harari andò a trovarla a Cisternino, in Puglia, quando Lisetta aveva 93 anni

“Quando sono andato a Cisternino, ho trovato una donna senza età, totalmente libera dal superfluo. Lisetta non ti guardava soltanto: ti accoglieva dentro di sé.”
Guido Harari

Lisetta si sporge dalla porta scura con un’espressione di accoglienza e serenità, portandosi la mano al petto in un gesto di accoglienza.
Sul maglione chiaro spicca la collana di grani in legno (Mala), simbolo della sua devozione a Babaji e dei quarant’anni dedicati alla ricerca spirituale e alla meditazione.

Suonate forte
Il piccolo foglietto bianco scritto a mano con il pennarello rosso e fissato con due puntine sulla porta d’ingresso in legno verde è il dettaglio forte  di questa foto che cattura l’attenzione.
Nella tranquillità della campagna pugliese, dentro la grande casa/Ashram, Lisetta non sempre sentiva subito il campanello, da qui l’invito a ospiti e amici di “suonare forte”.

Al collo Lisetta indossa uno scialle con motivi geometrici firmato da Victor Vasarely (il cui nome è visibile in basso a destra sul tessuto), a testimonianza del suo perenne legame con l’arte contemporanea e l’armonia delle forme.

Paolo Namias
L’articolo sarà pubblicato su Tutti Fotografi

La mostra
cura di Alessandra Mauro. Galleria Nazionale dell’Umbria, Camera  Oscura
Perugia, corso Pietro Vannucci, 19
www.gallerianazionaledellumbria.it
gan-umb@cultura.gov.it
Fino al 27 settembre 2026

Paolo Namias
Direttore editoriale delle pubblicazioni di Rodolfo Namias Editore
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