
Il corpo umano non è mai soltanto una forma da ritrarre: è una “cartografia” di desideri, identità, battaglie culturali e trasformazioni tecnologiche. In questo numero di Progresso Fotografico approfondiamo ricerche artistiche tese a esplorare il corpo come territorio visivo da svelare e reinventare.
Con il termine “geografie del corpo” esploriamo quindi il tema del corpo umano non solo nella sua dimensione biologica, ma come entità spaziale e culturale e ci proponiamo di realizzare una “mappa” che parta da un’ampia ricerca storica dal novecento ad oggi, per poi considerare le opere di artisti come Marina Abramović, Piero Gemelli, Lady Tarin e Monica Mogi.

Un aspetto particolare della nostra ricerca riguarda il fenomeno del tatuaggio, che esploriamo attraverso il progetto visivo di Dario Bonazza, che lo indaga fondendo fotografia e body painting in una esplorazione ispirata all’antica tecnica giapponese Kintsugi di riparazione del vasellame con metalli preziosi: il tatuaggio permette di trasformare le fragilità del corpo in una sua riscrittura.
Il corpo è la nostra principale “dimensione spaziale”, lo strumento con cui occupiamo un luogo e interagiamo con esso, è il contenitore di tutte le esperienze che viviamo, lo strumento che elabora e conserva i ricordi, i vissuti emotivi e le tracce che definiscono la nostra identità; il corpo è il luogo che definisce anche la nostra dimensione sociale, culturale e politica attraverso le interazioni con gli individui e i gruppi sociali.

Articolo portante di questo numero è la ricerca dal primo Novecento agli ultimi decenni del secolo che vedono un radicale mutamento nella raffigurazione del corpo, non più oggetto di elaborazione artistica ma al contrario oggetto di critica, di dissacrazione; l’arte diventa concettuale e non ha più bisogno della figura umana come riferimento fisico, va verso una transizione in cui la geografia del corpo diventa qualcosa di diverso, va verso dimensioni differenti.

Interessante in questo senso è l’opera in Realtà Virtuale “In the Name of Body” dell’artista taiwanese Che-Kuang Chuang che affronta il rapporto fra corpo, tecnologia e intelligenza artificiale descrivendo il corpo come l’ultimo baluardo reale in un mondo di immagini sempre più facilmente manipolabili dall’intelligenza artificiale.
Dopo l’ampia panoramica storica sulla fotografia del corpo, dalle prime ricerche del Novecento fino alle provocazioni della body art e della ricerca contemporanea, passiamo quindi ai portfolio e alle interviste ad autori che ci permettono di affrontare temi diversi: Lady Tarin propone argomenti come l’intimità, la sensibilità erotica e lo sguardo senza filtri della femminilità.

Piero Gemelli propone invece il rigore scultoreo, l’architettura delle forme e l’eleganza senza tempo tra arte e alta moda, mentre con Monica Mogi scopriamo la freschezza pop, spontanea e sovversiva che ridefinisce l’estetica giovanile. Marina Abramović è un’artista che ha fatto della propria resistenza fisica e vulnerabilità il perno di un’intera carriera performativa in cui il corpo costituisce una presenza assoluta.

Arriviamo così al superamento della materia: nella sua opera digitale “In the Name of Body” Che-Kuang Chuang riflette sulla smaterializzazione della figura umana e sulle nuove geometrie negli spazi virtuali.

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