
Dati di scatto: 1/800s - F1.5 - ISO 400
Nel panorama dei cameraphone di nuova generazione, Oppo Find X9 Ultra punta su un comparto fotografico estremamente articolato: zoom periscopico a cinque prismi, nuove soluzioni hardware e approccio più diretto alla gestione del file RAW.
Ci siamo, finalmente. Oggi aggiungiamo un altro pezzettino a quello che sarà il grande puzzle dei cameraphone: aspettando vivo X300 Ultra, a fianco di Xiaomi 17 Ultra si siede oggi anche Oppo Find X9 Ultra. Erano anni che aspettavo questo momento, anche memore di quanto Oppo abbia dato in termini di sviluppo al segmento imaging mobile. Non mi stancherò mai di ricordare che è a loro che dobbiamo la tecnologia periscopica che oggi è su praticamente ogni smartphone in commercio, una struttura che massimizza la luce e permette ingrandimenti senza perdita significativa di qualità. Difatti Pete Lau – Vicepresidente e responsabile marketing di Oppo, è proprio su questo che ha puntato per creare hype durante il mese che ne ha preceduto il lancio. “For years, a true 10× optical zoom in a phone meant compromise or a bulky design. We’ve changed that”.
Se è vero di che proprio di “zoom ottico 10x” non si tratta, è altrettanto vero che la qualità ottica invece è una realtà dimostrabile. Proprio riguardo a questo, se pensiamo che copre focali da 14mm a 230mm, che con il crop 2x diventano 460mm, possiamo dire che Oppo Find X9 Ultra è la prima fotocamera bridge tascabile. Ma la struttura periscopica 10x a cinque prismi non è l’unica innovazione che contraddistingue Oppo Find X9 Ultra, c’è di più: un rinnovato sensore spettrale ma soprattutto un file RAW comparabile a quello di una compatta, dato che è privo di interventi software computazionali. Insomma, è veramente grezzo rispetto a quello tipico degli smartphone di fascia alta, un elemento chiave per chi guarda alla fotografia mobile professionale.
Con questo modello, proseguendo sulla strada tracciata da Find X8 Ultra, Oppo vuole rendere più accessibile a tutti, e più semplice, la fotografia. Con un simile rapporto di ingrandimento infatti Find X9 Ultra amplia il suo raggio d’azione e diventa una scelta percorribile non solo per la street photography ma anche per la fotografia a distanza come i concerti, il paesaggio e la natura, rafforzando il suo posizionamento tra i migliori cameraphone del 2026.
Questo device è “camera-inspired” e trae diretta ispirazione da Hasselblad X2D 100C Earth Explorer, modello in edizione limitata di soli 1000 pezzi che vuole ricordare l’ecosistema resiliente della tundra nordica. Non è un semplice richiamo: condividono proprio i medesimi dettagli della colorazione e del grip, rendendo il design unico nel panorama degli smartphone fotografici.


Sul retro si staglia un Cosmos Ring completamente rivisitato: ora presenta un doppio rivestimento Dual Nano, interno ed esterno, che garantisce un elevato indice di rifrazione ed una bassa dispersione, migliorando resa e qualità visiva. Le quattro fotocamere restano simmetriche, ma la forma circolare interna introduce un nuovo dettaglio esagonale che richiama le lamelle del diaframma degli obiettivi fotografici professionali; infine, a circondare il modulo, troviamo una zigrinatura ottenuta tramite lavorazione CNC ad alta precisione, una texture tattile che richiama l’anello di messa a fuoco di un obiettivo tradizionale. Il classico arancione Hasselblad è invece dedicato a due dettagli distinti: l’accennato anello sotto al Cosmos Ring ed il Quick Button laterale, che consente di accedere alla fotocamera in soli 0.4 secondi. Con una singola pressione si può scattare una foto, con una pressione prolungata parte una raffica continua e, sfiorandolo verso destra o sinistra (grazie ad una sensibilità ai micro movimenti di 0.3mm), si accede allo zoom sia in foto che in video. La scocca è certificata IP68/IP69, risultando resistente a polvere e acqua anche in condizioni estreme.

Sul fronte troviamo un display QHD+ ProXDR OLED da 6.82″ (3186 x 1440 pixel) e 510 ppi rivestito in Corning Gorilla Glass Victus 2, che copre il 100% della gamma DCI-P3, con profondità colore 10-bit e raggiunge una luminosità massima di 3600 nits, ideale anche sotto la luce diretta del sole. La modulazione PWM ad alta frequenza da 2160 Hz riduce significativamente lo sfarfallio e l’affaticamento degli occhi, mentre la tecnologia di polarizzazione mantiene i colori stabili e garantisce una perfetta visibilità anche con occhiali da sole polarizzati.
Sul lato sinistro rimane la Snap Key, un tasto personalizzabile a cui assegnare diverse funzioni e scorciatoie: cambiare modalità audio, attivare rapidamente la fotocamera, accendere la torcia, catturare screenshot, avviare il traduttore o aggiungere memo clip all’assistente virtuale AI Mind Space.


Proprio come su Oppo Find X9 Pro, Mind Space è un vero e proprio assistente virtuale che permette di organizzare in un unico spazio le attività quotidiane: dagli articoli letti alle foto scattate, fino agli appuntamenti in calendario, catalogandoli in modo intelligente. Ma il prossimo aggiornamento della ColorOS introdurrà nuove funzionalità avanzate basate sull’intelligenza artificiale. La prima è AI Mind Pilot, un aggregatore di AI che integra servizi come Google Gemini, Perplexity AI e DeepSeek: dopo aver posto una domanda, l’utente può scegliere quale modello utilizzare oppure farli lavorare simultaneamente per confrontare le risposte. La seconda novità è AI Bill Manager che, partendo da una semplice foto o screenshot, genera una dashboard organizzata di tutte le transazioni, digitali e non, semplificando la gestione delle spese. La terza è AI Menu Translation che non si limita alla traduzione del testo: analizza il menu, identifica gli ingredienti dei piatti e mostra anche un’anteprima visiva della portata finale, migliorando l’esperienza nei ristoranti, soprattutto all’estero.

Il tutto alimentato da processore Qualcomm Snapdragon 8 Elite Gen 5 prodotto con processo a 3 nm e integra una CPU octa‑core basata su core Oryon di terza generazione con frequenze superiori (~4.61 GHz sul core principale e ~3.63 GHz sui performance core). Per garantire che le prestazioni di picco rimangano costanti, il dispositivo introduce poi la prima Unità Termica Incapsulata del settore, architettura che, assieme alla camera di vapore, garantisce una miglior dissipazione del calore.
Sul retro, sotto al Cosmos Ring, si trova la vera rivoluzione: quattro fotocamere e un sensore spettrale, il tutto racchiuso nel sistema Hasselblad Master Camera, in grado di coprire un range focale equivalente di 14-460mm. In pratica, è come avere una fotocamera bridge sempre in tasca.

La prima grande novità è la Ultra Sensing Main Camera, il sensore principale di nuova generazione, attualmente unico nel suo genere: un Sony LYT901 da 1/1.12″ con risoluzione da 200 Mpxl (16384 x 12288 pixel), abbinato a una focale equivalente 23mm F1.5 con stabilizzazione OIS e autofocus. L’elevata risoluzione consente inoltre un crop 2x, equivalente a 46mm, mantenendo una qualità da 50 Mpxl (8192 x 6144 pixel). Il sensore integra anche la tecnologia Real-Time Triple Exposure, che analizza in tempo reale tre esposizioni per ogni scatto, unendole per preservare luci, ombre e mezzi toni. Come si può facilmente notare questo sensore ha una risoluzione spaventosa che, se ben gestita, può dare un file enorme da lavorare in post produzione; la gestione del rumore è ottima, la grana non è mai presente perché la curva è estremamente costante dal valore minimo al valore massimo di 12800 ISO.

A supporto troviamo un sensore OmniVision OV52A da 1/1.28″ e 200 Mpxl, associato a un obiettivo periscopico 3x equivalente a 70mm F2.2 con stabilizzazione OIS e distanza minima di messa a fuoco di 15 cm. Anche in questo caso è possibile effettuare un crop 2x, ottenendo uno zoom 6x equivalente a 135mm con output da 50 Mpxl. La struttura periscopica, composta da 6 microlenti, introduce un prisma con lente convessa che migliora la trasmissione della luce fino al 136%. Stupisce l’ottimizzazione di questa fotocamera, evidentemente curata nei minimi dettagli per poter dare il massimo in modalità ritratto e che, grazie a questa nuova lente convessa, riesce a dare l’accoppiata risoluzione/rumore più costante mai rilevata su un top di gamma.

La vera innovazione è però rappresentata dal teleobiettivo 10x equivalente a 230mm F3.5, con struttura periscopica avanzata composta da 4 microlenti e ben 5 prismi, abbinata a un sensore Samsung da 1/2.75″ e 50 Mpxl. Guardando il grafico, il dato da considerare maggiormente è quello del rumore: anche qui è ridotto al minimo lungo tutto il valore ISO, un dato davvero incredibile se consideriamo che il fascio di luce non percorre una linea retta verso il sensore. La risoluzione, anche lei costante ad ogni step, non è invece elevatissima ma è del tutto normale considerando le dimensioni del sensore.

Oppo è riuscita a integrare un sistema simile al Teleconverter Kit direttamente nello smartphone, superando importanti sfide di ricerca e sviluppo: architettura, stabilizzazione e allineamento. Dal punto di vista architetturale debutta la Pristine Optical Path Architecture: il prisma è composto da tre elementi di precisione separati da un diaframma su scala nanometrica e da una speciale capsula d’aria. Questa soluzione riduce la luce parassita del 99.999%, garantendo un fascio luminoso estremamente puro sul sensore. Sul fronte della stabilizzazione, la complessità della struttura a cinque prismi ha reso impossibile l’utilizzo dei sistemi tradizionali. Oppo ha quindi adottato una stabilizzazione Sensor Shift a 3 assi con 3 stop di compensazione, permettendo di scattare a mano libera con tempi fino a 8 volte più lenti senza introdurre mosso. Infine, per garantire la massima qualità d’immagine, il modulo fotocamera viene sottoposto a un triplo processo di Active Optical Alignment durante l’assemblaggio. Lente, sensore e prisma vengono allineati in tempo reale grazie a camere ad alta precisione, assicurando prestazioni ottiche elevate e una nitidezza ottimale.


A chiudere il cerchio è infine la fotocamera ultrawide che, per la prima volta, vede un sensore di dimensioni più grandi del solito. Si tratta di un Sony Lyt600 da 1/1.95″ e 50 Mpxl di risoluzione dietro ad una focale equivalente ad un 14mm F2 con AF. Quasi mezzo pollice di superficie sensibile, rispetto al classico JN5 che siamo soliti vedere su ogni smartphone top di gamma, significa circa il 56% della luce in più.
Da analizzare separatamente è la True Color Camera, precedentemente chiamata True Chroma Camera e introdotta su Oppo Find X8 Ultra, oltre che posizionata anche su Oppo Find X9 Pro, che però segna un significativo passo avanti tecnologico. Il sensore ora è un BSI (Back Side Illuminated), ovvero retroilluminato: la luce arriva direttamente ai fotodiodi senza essere ostacolata dai cablaggi, migliorando così l’efficienza complessiva nella cattura della luce. Le specifiche fanno registrare un upgrade importante, passando da 2 Mpxl con campo visivo di 87° a 3.2 Mpxl con campo visivo di 95°, ampliando quindi sia la risoluzione che l’angolo di visione. Rimane invece invariata la sua architettura di base: il sistema divide la scena in una griglia 6×8, per un totale di 48 zone, nelle quali la temperatura colore viene analizzata singolarmente. Questa analisi zonale consente di preservare in modo preciso sia i toni caldi che quelli freddi, elaborando ogni area in maniera indipendente. Il risultato è una riproduzione della temperatura colore più accurata e fedele possibile su tutto il fotogramma (sia foto che video).

La modalità manuale Master Mode vede diversi aggiornamenti, sviluppati anche in collaborazione con Hasselblad, a partire dalla gestione del file Raw, che ora utilizza una pipeline dedicata separata da quella della modalità automatica. Prima di analizzare le novità introdotte, è utile chiarire cosa distingue un file Raw di una fotocamera tradizionale da quello di uno smartphone.
Un file Raw proveniente da una fotocamera contiene dati quasi completamente “grezzi”, acquisiti da sensori generalmente più grandi e caratterizzati da una maggiore gamma dinamica e profondità colore. Questo si traduce in una maggiore flessibilità in fase di post-produzione, in particolare per quanto riguarda esposizione, bilanciamento del bianco e recupero delle alte luci e delle ombre. Negli smartphone, invece, il Raw (spesso in formato DNG) include generalmente una certa quota di elaborazione computazionale come riduzione del rumore, fusione multi-frame, correzioni ottiche e maschere di contrasto. Inoltre, i sensori più piccoli limitano la quantità di informazioni raccolte per singolo scatto, compensata però dall’intervento di algoritmi avanzati generativi. In questo contesto, il Raw delle fotocamere privilegia la massima fedeltà e il controllo manuale, mentre quello degli smartphone rappresenta tradizionalmente un compromesso tra dati grezzi ed elaborazione automatica.
Con l’introduzione della pipeline dedicata in Master Mode, questa differenza viene però significativamente ridotta. Su Find X9 Ultra, il file acquisito in questa modalità non prevede interventi di AI generativa né operazioni di tone mapping artificiale: senza girarci troppo attorno, è un file Raw comparabile a quello di una fotocamera compatta.

Dal punto di vista della risoluzione, in linea con Find X9 Pro, anche Find X9 Ultra utilizza la risoluzione nativa dei sensori: 200 Mpxl per le fotocamere wide e 3x, e 50 Mpxl per ultrawide e 10x. Il pixel binning è presente, ma viene applicato solo quando necessario in fase di post-elaborazione, ad esempio in condizioni di luce complessa o quando la NPU rileva che lo scatto non soddisfa determinati standard di nitidezza e dettaglio. In questi casi, le informazioni di più pixel vengono combinate per generare un file a risoluzione inferiore, migliorando la qualità complessiva. Quando si utilizza la modalità Jpeg Max o Raw Max, il file viene invece prodotto a una risoluzione fissa di 50 Mpxl. Grazie alla tecnologia Real-Time Triple Exposure, è possibile ottenere una profondità colore a 16 bit utilizzando le sei focali principali disponibili: 14mm, 23mm, 47mm, 70mm, 140mm e 230mm. Questa scelta progettuale riflette l’obiettivo di avvicinare non solo l’estetica ma anche la resa finale a quella di una fotocamera come la Hasselblad X2D 100C, con particolare attenzione alla gamma dinamica e alla qualità complessiva dell’immagine.
Tutto ciò è reso possibile da LUMO Imaging Engine, un motore che, attraverso il parallel computing, va a ottimizzare la pipeline di analisi del file facendo lavorare sullo stesso binario, e non più sequenzialmente, ISP, NPU, GPU e CPU per velocizzarne il processo e dimezzare i consumi della CPU. A livello pratico, il sistema analizza la scena in tempo reale, valutando condizioni di illuminazione, distribuzione dei colori e presenza del soggetto. L’elaborazione non viene applicata in modo uniforme all’intera immagine, ma differenziata per aree, con interventi mirati su elementi come incarnati e sfondo. Questo approccio consente, almeno nelle intenzioni, di mantenere una maggiore coerenza cromatica rispetto a elaborazioni più aggressive. Le macro aree di intervento sono in tutto tre. La gestione della gamma dinamica si basa su una fusione multi-frame: vengono acquisiti più scatti in rapida sequenza e combinati per ottenere un’immagine finale con maggiore dettaglio sia nelle alte luci sia nelle ombre. Il risultato tende a privilegiare un equilibrio generale piuttosto che un contrasto marcato, con un impatto visivo meno enfatizzato ma più uniforme. Per quanto riguarda la profondità di campo, Lumo Engine utilizza algoritmi di segmentazione per distinguere il soggetto dallo sfondo, soprattutto nei ritratti. L’effetto sfocato (bokeh) risulta generalmente più controllato rispetto a soluzioni meno evolute, anche se la precisione può variare in base alla complessità della scena. Dal punto di vista cromatico, l’elaborazione punta a una resa più neutra. I colori appaiono meno saturi rispetto ad altri smartphone di fascia alta, con una tendenza a evitare dominanti evidenti.

In fase di scatto, grazie al lavoro svolto in collaborazione con Hasselblad, ciò si traduce anche in una serie di simulazioni utilizzabili sia in Foto (automatico) sia in Master Mode (manuale). In tutto sono dieci: Predefinito (Hasselblad X2D 100C con XCD 30mm F3.5), Primula (Portra Film), Vivace (Positive Film), Vintage (NC Film), Fresco (CC Film), Chiaro (NH Film), Neon (800T Film), Flash freddo (CCD), Flash caldo (CCD) e Bold BW (TX400 Film). Ognuna di esse è modificabile per incidenza della luce, tonalità, saturazione, temperatura, colore, nitidezza e vignettatura permettendo un controllo totale ma soprattutto di creare la propria simulazione personalizzata. Se a queste aggiungiamo la possibilità di scattare in modalità X-Pan 65:24, a conti fatti Oppo Find X9 Ultra diventa la Hasselblad più economica sul mercato.
Avevo grandi, anzi grandissime aspettative su questo device: Find X8 Ultra mi era già sembrato eccellente e il più compatto Find X9 Pro si era rivelato una vera sorpresa. Superarsi non era affatto scontato. Eppure, quando si parla di fotografia mobile, i limiti sono spesso più teorici che reali: basta un reparto ricerca e sviluppo capace di innovare davvero. In questo senso, la capacità di “vedere lontano” di questo smartphone è sorprendente se si guarda al risultato finale: lo scatto a 230mm è nitido, ben esposto e facilmente lavorabile, nonostante un ingrandimento così spinto.

Ma cosa cambia davvero rispetto ai 230mm ottenibili con l’Extender Kit di Find X9 Pro? In realtà si tratta di due approcci molto diversi alla fotografia. Sul Pro entra in gioco la fisica: il sensore da quasi 1″ e 200 Mpxl restituisce un file più grande, con uno schiacciamento dei piani tipico delle ottiche supertele. Ci sono però due limiti da considerare: l’assenza delle ottimizzazioni software e la natura stessa dell’accessorio, che difficilmente si porta sempre con sé. Su Find X9 Ultra, invece, la filosofia cambia: la risoluzione inferiore viene compensata da algoritmi avanzati di intelligenza artificiale e demosaicizzazione, offrendo file sempre pronti all’uso, anche in situazioni rapide. È una soluzione pensata per chi privilegia praticità, versatilità e condivisione immediata. Due visioni diverse, entrambe valide, senza una risposta assoluta su quale sia la migliore.

Proprio perché una focale così estrema resta un caso d’uso specifico su smartphone, mi sono trovato molto più spesso a utilizzare la fotocamera mediotele da 70mm. Come già emerso nei test di laboratorio, la gestione del rumore è tra le migliori mai viste su uno smartphone, mentre la risoluzione elevata consente di lavorare i file RAW con grande facilità e ottenere risultati di alto livello anche in post-produzione.

Non passa in secondo piano nemmeno la fotocamera principale. Il passaggio da 50 a 200 Mpxl potrebbe sembrare rischioso, ma grazie a un sistema di pixel binning adattivo – efficace in ogni scenario – si traduce in un vantaggio concreto. Avere sempre a disposizione file ad alta risoluzione, senza limitarsi ai classici 12 Mpxl ricampionati, rappresenta un plus importante sia per chi lavora in post-produzione sia per chi stampa le proprie fotografie.

L’esperienza d’uso è complessivamente molto piacevole. L’interfaccia della fotocamera è intuitiva e personalizzabile: si possono selezionare le modalità preferite da tenere in evidenza, lasciando le altre in secondo piano, e le simulazioni sono disponibili anche nella modalità manuale Master. Va però ricordato che le modifiche applicate ai file RAW restano gestibili solo da smartphone e non risultano compatibili con software come Lightroom. L’esposizione è quasi sempre precisa, con rarissimi casi in cui è necessario intervenire manualmente, e comunque mai oltre uno 0,3 stop. Il sensore spettrale continua a fare la differenza, offrendo un bilanciamento cromatico estremamente accurato.

Resta però una critica già mossa in passato: su un top di gamma di questo livello manca ancora la possibilità di scattare in RAW e JPEG simultaneamente. È una funzione fondamentale per molti fotografi e la sua assenza si fa sentire, soprattutto in un dispositivo che punta così in alto nel segmento della fotografia mobile.
La resa degli scatti è eccellente in ogni condizione: la fotocamera principale grandangolare garantisce un’esposizione sempre precisa e bilanciata, mentre l’obiettivo mediotele si distingue per un livello di dettaglio elevatissimo e una gestione del rumore che, ad oggi, risulta difficilmente eguagliabile nel panorama mobile. Ma la vera innovazione di Find X9 Ultra è rappresentata dalla nuova fotocamera con obiettivo supertele 10x. Questa soluzione segna un passo avanti decisivo, andando di fatto ad abbattere uno dei limiti storici degli smartphone: la fotografia a lunga distanza.