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Fotografia.it

LaChapelle: la Ri-Nascita di Venere

La mostra “Portrait(s)” celebra quattro decenni di lavoro di David LaChapelle riunendo una selezione di opere sia iconiche che inedite

Paolo Namias | 19 Giugno 2026

Dietro la foto

David LaChapelle mostra “Portrait(s)”
Rebirth of Venus, Hawaii, 2009 © David LaChapelle

L’opera è una reinterpretazione pop-surrealista del capolavoro di Botticelli “La Nascita di Venere”. In “Rebirth of Venus”, la rinascita non è solo quella della dea, ma quella dell’artista stesso; LaChapelle “rinasce” come autore usando il suo talento per l’illuminazione e la composizione per denunciare la degenerazione del mondo moderno ma conservando sempre il suo amore per la bellezza.

L’origine di questa opera

L’ispirazione nacque nei primi anni 2000, quando LaChapelle quando vistò la National Gallery di Londra, ma la realizzazione è solo del 2009, tre anni dopo la sua scelta di abbandonare il mondo della moda e di trasferirsi in una fattoria biologica a Maui, nelle Hawaii.

La foto non è un frutto di fotomontaggio digitale, come molti potrebbero pensare; fedele alla forma d’arte dei “Tableaux Vivants”, LaChapelle fece costruire gran parte della scenografia e lo scatto è stato realizzato immergendo i modelli e le strutture in contesti reali, sfruttando la vegetazione delle Hawaii per creare un’atmosfera da “Eden tropicale”.

Zefiro e Aura, i due personaggi accanto a Venere, sono modelli dal fisico statuario a sottolineare l’ossessione contemporanea per il corpo perfetto e la moderna superficialità in contrasto con la sacralità del mito.

La composizione

In questa opera David LaChapelle trasforma un set naturale in una rappresentazione iper-reale e simbolica.

La composizione si caratterizza per simmetria e tridimensionalità; LaChapelle rispetta la struttura del capolavoro di Botticelli e la figura di Venere costituisce il fulcro dell’immagine, mentre i personaggi di Zefiro e Aura bilanciano la scena ai lati, garantendo una stabilità compositiva classica.

Questa simmetria serve a conferire sacralità a un’immagine che pure è carica di elementi profani, colori acidi e riferimenti alla cultura di massa.

La composizione è stratificata su più piani (le piante in primo piano, i soggetti al centro e il paesaggio sullo sfondo), secondo la tridimensionalità tipica dei set dell’artista.

L’uso della Luce

Nonostante la location esterna delle Hawaii, LaChapelle utilizza una luce “da studio” frontale e dura; è un’illuminazione satura e brillante, tipica della fotografia di moda e pubblicitaria. Questa luce esalta la brillantezza dei verdi smeraldo e dell’oro, rendendo i colori quasi “fluorescenti” e iper-saturi.

L’appiattimento dei volumi contribuisce a rendere la scena artificiale e onirica, sottolineando il confine tra realtà naturale e la costruzione artistica.

Il legame tra David LaChapelle e Andy Warhol e parallelismi artistici

Senza le intuizioni di Warhol, probabilmente non avremmo l’immaginario vibrante di queste fotografie. Agli inizi degli anni Ottanta un giovanissimo LaChapelle lavorava come cameriere allo Studio 54 e fu lì che incontrò Warhol, il quale rimase colpito dal suo portfolio, tanto che gli offrì il primo lavoro professionale come fotografo per la rivista Interview.

LaChapelle è spesso descritto come l’ultimo grande talento scoperto da Warhol prima della sua morte nel 1987; questa eredità ha permesso a David di ereditare l’ossessione di Warhol per i prodotti di consumo, una visione che ha ribaltato il concetto di “esclusività” dell’arte rendendola accessibile e seriale, proprio come i prodotti su uno scaffale del supermercato.

Sebbene lo stile di LaChapelle sia visivamente più complesso e tridimensionale rispetto alla piattezza della Pop Art classica, il DNA è lo stesso:

Warhol trasformò Marilyn Monroe in un’icona bizantina, LaChapelle fa lo stesso con Kim Kardashian (si veda Mary Magdalene Receives the Holy Spirit). La serie Death and Disaster di Warhol trova un’evoluzione nei set “catastrofici” di LaChapelle, nel taxi distrutti o il dito sanguinante.

Entrambi gli artisti utilizzano colori irrealmente saturi per distaccare la realtà dal contesto quotidiano.

Il consiglio di Warhol: “Make them look good”

Warhol era famoso per il suo approccio minimalista; il consiglio che diede a LaChapelle divenne il mantra di tutta la sua carriera: “Fa’ quello che vuoi, ma assicurati che tutti siano bellissimi.”

LaChapelle, fedele a questo consiglio, fa risaltare le sue muse anche in contesti caotici o drammatici e le rappresenta sempre di una perfezione iconica e glamour.

L’evoluzione del concetto di “Factory”

Mentre la Factory di Warhol era più di uno studio d’artista, era un vero e proprio esperimento artistico e industriale che ha cambiato il concetto di “creazione”; dove Warhol usava la ripetizione meccanica, LaChapelle esalta invece il ricorso al lavoro artigianale, ma entrambi mirano a celebrare (e a criticare) l’artificio della cultura americana.

La mostra
Vichy Culture presenta
David LaChapelle
“Portrait(s)”
Fino al 4 ottobre
www.opera-vichy.com

Paolo Namias
Direttore editoriale delle pubblicazioni di Rodolfo Namias Editore
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