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Olympus: dal 1930 al 2020, una storia di invenzioni originali

In oltre ottanta anni di attività e grazie ad una serie di piccole e grandi intuizioni geniali, Olympus si è conquistata ampie fette di mercato ed ha realizzato alcune fotocamere, a loro modo, rivoluzionarie.

Danilo Cecchi | 28 Giugno 2020

Olympus è un marchio presente sul mercato fotografico interno giapponese fino dalla metà degli anni Trenta, ma la fondazione della società Takachiho (dal nome di una montagna sacra), proprietaria del marchio, risale al 1919, ed il deposito del nome commerciale “Olympus” risale al 1921. Fino dall’inizio l’attività dell’azienda è rivolta verso il settore medico (microscopi e termometri), a cui si aggiunge poco più tardi il settore dell’ottica e della fotografia. In oltre ottanta anni di attività in questi ultimi settori, da oggi praticamente abbandonati, e grazie ad una serie di piccole e grandi intuizioni geniali, Olympus si è conquistata ampie fette di mercato ed ha realizzato alcune fotocamere, a loro modo rivoluzionarie.

Il primo obiettivo Zuiko 75mm f/4.5 con schema Tessar viene completato nel 1936 per equipaggiare la prima fotocamera Olympus, una tradizionale fotocamera a soffietto per il mezzo formato 6×4.5cm su pellicola in rotoli tipo 120, fornita di un otturatore tedesco Compur, sostituito nel 1937 da un otturatore Koho costruito interamente nelle officine Olympus. Alle Semi-Olympus 6×4.5cm si affianca nel 1940 il modello Olympus Six, ancora a soffietto ma per il formato 6x6cm. Le ambizioni della società Takachiko sono tuttavia ben più grandi. Alla fine degli anni Trenta viene realizzato il prototipo della Olympus Standard, una fotocamera a telemetro con otturatore a tendina ed un obiettivo intercambiabile, in grado di utilizzare la pellicola in rullo di tipo 127 per negativi di formato 4x5cm, quasi una sfida lanciata alle Leica ed alle prime Canon a telemetro. Le distruzioni belliche significano una pausa nella produzione Olympus, ma con il 1946 le attività riprendono con la costruzione di fotocamere, obiettivi e microscopi, e nel 1949 il nome Takachiho viene sostituito dal marchio Olympus Optical Company.

Accanto alle Olympus Six a soffietto inizia nel 1948 la costruzione delle fotocamere Olympus 35, di formato 24x32mm (japan size), portato già nel 1949 al tradizionale formato “Leica” 24x36mm, e nei primi anni ‘50 inizia la costruzione delle biottica Olympusflex 6x6cm. La gamma delle fotocamere 35mm di formato intero 24x36mm, con o senza telemetro, si sviluppa nel corso degli anni ’50 e ’60 in maniera ampia e diversificata, con proposte originali fra cui le Olympus Wide grandangolari, le Olympus Trip tascabili, le Olympus Ace con obiettivi intercambiabili e le Olympus Auto Eye con esposizione automatica.

Nel 1959, in base ad una intuizione geniale, inizia la produzione delle fotocamere di mezzo formato 18x24mm Olympus Pen. Alle ridotte dimensioni le Olympus Pen accoppiano prestazioni interessanti e l’impiego dei caricatori 35mm standard da 36 pose, per ottenere 72 pose. La serie delle Olympus Pen si articola nell’arco degli anni ’60 e ’70 in una ventina di modelli dalle caratteristiche diverse, compresi quelli con obiettivo grandangolare (PEN-W) e con obiettivo molto luminoso (PEN-D), oltre alla serie con l’esposizione automatica (PEN-EE), obbligando anche gli altri costruttori giapponesi a misurarsi con questa tipologia di fotocamere.

Gli anni ’60 sono caratterizzati dal successo del modello più originale ed interessante della famiglia Olympus Pen, la Olympus Pen F del 1963, dotata della visione reflex e di un intero sistema di obiettivi intercambiabili, nonostante le dimensioni ancora più che contenute della fotocamera. La Olympus Pen F, geniale nel suo genere, rimane l’unico esempio esistente di reflex di mezzo formato, ed il coronamento del sistema arriva nel 1966 con il modello Pen FT, equipaggiato con un esposimetro TTL incorporato.

Olympus Pen F (1963)

All’inizio degli anni Settanta vengono presentate le reflex 35mm Olympus di formato 24x36mm. Dopo un primo tentativo un poco goffo, nel 1973 arriva il successo con le Olympus OM-1, compatte, motorizzabili, dalle ambizioni professionali e corredate da una ampia gamma di obiettivi intercambiabili di ottima qualità. Anche in questo caso Olympus apre una strada, quella della miniaturizzazione delle reflex 35mm, costringendo le altre aziende del settore, da Pentax a Nikon, ad adeguarsi alla tendenza. Al modello OM-1 con otturatore meccanico si affianca nel 1972 il modello OM-2, analogo nelle prestazioni e nelle dimensioni, ma equipaggiato con un otturatore elettronico. Ambedue i modelli vengono rinnovati nel 1979 e vengono affiancati da una serie di reflex elettroniche dalle ambizioni più modeste, e finalmente, nel 1983 da due modelli altamente sofisticati, la OM-3 meccanica e la OM-4 elettronica, ambedue equipaggiati con un elaborato sistema di calcolo dell’esposizione, basato su misurazioni multiple su aree ristrette (spot) da confrontare fra di loro per effettuare la media, dando la prevalenza a volontà alle zone illuminate o alle ombre. Le fotocamere OM-3 ed OM-4 vengono realizzate nel corso degli anni ’80 e ’90 anche nelle versioni OM-3Ti ed OM-4Ti con parti della carrozzeria in titanio.

Nel 1979 fra le fotocamere compatte viene presentata il Olympus XA, con obiettivo grandangolare 35mm, telemetro, esposizione automatica ed una carrozzeria dal disegno accattivante (ovetto), replicata nei modelli semplificati XA-1 ed XA-2 e nei successivi modelli XA-3 ed XA-4, quest’ultima con obiettivo grandangolare 28mm. Il successo della serie Olympus XA porta alla realizzazione negli anni ’90 delle compatte della serie Olympus Mju, dalla carrozzeria altrettanto caratteristica e dalle prestazioni sofisticate, equipaggiate con obiettivi zoom e numerosi automatismi. Negli anni ’90 Olympus presenta una serie di fotocamere Olympus IS automatiche, dalle prestazioni intermedie fra le reflex con obiettivi intercambiabili e le compatte, proponendo una mezza dozzina di modelli diversi, ognuno dei quali disponibile nella versione “standard” o in quella con il datario al quarzo incorporato.

Con gli anni 2000 Olympus (dal 2003 Olympus Corporation) abbandona progressivamente il mondo delle fotocamere a pellicola per presentare, dopo le prime compatte e le prime “bridge” digitali, le sue vere reflex digitali della serie E, ma rinuncia all’impiego dei formati grandi, come “full frame” (24x36mm) ed APS, preferiti da Canon e Nikon, per adottare, insieme ad altre ditte come Fujifilm e Panasonic, il più piccolo formato standard “Quattro Terzi”. Le reflex della serie E vengono costruite nell’arco di una decina di anni in una quindicina di modelli, dai più “professionali” E-1, E-3 ed E-5, ai più economici, passando dagli iniziali 5 Mpxl fino a 12 Mpxl. Parallelamente alla serie E inizia nel 2009 la costruzione delle compatte digitali della serie EP, che si ispirano come concetto alla fortunata serie PEN, e che vengono realizzate nell’arco di un decennio in una quindicina di modelli diversi.

La produzione culmina nel 2016 con il modello “fuori serie” da 20 Mpxl ribattezzato con il glorioso nome Olympus PEN-F. Nel 2012 al posto delle reflex della serie E inizia la produzione delle fotocamere “mirrorless” senza specchio Olympus OM-D, intese a ripetere il successo della serie OM a pellicola. Le Olympus OM-D con obiettivi intercambiabili vengono costruite in una decina di modelli diversi, fra cui il modello “professionale” di punta OM-D E-M1X del 2019 da 20 Mpxl.

NOTA: Nel 2011 la struttura aziendale della Olympus viene messa a soqquadro dal licenziamento del suo nuovo amministratore delegato britannico (CEO) Michael Woodford, da 30 anni in Olympus, reo di avere indagato su pagamenti irregolari ed inspiegabili per centinaia di milioni di dollari USA. Dall’indagine emerge uno scandalo sulla corruzione aziendale, relativamente alle vendite di attrezzature mediche, con l’occultamento di fondi per un miliardo e mezzo di dollari, che porta alle dimissioni e poi all’arresto di molti degli amministratori ed alla fine alla nomina dello stesso Woodford a direttore generale.


Cover Photo by Markus Winkler on Unsplash

Danilo Cecchi
Danilo Cecchi è architetto di professione, ma grande appassionato di fotografia a cui si è avvicinato nel 1970. Collabora con il gruppo editoriale Rodolfo Namias Editore dal 1985 ed è Technical Editor di “Classic Camera”, rivista per la quale realizza articoli approfonditi sia sulle marche più note che su quelle meno conosciute ma storicamente significative. E’ anche autore di articoli e libri sulla storia della fotografia. Cura una rubrica settimanale di fotografia sulla rivista on-line “Cultura Commestibile”.
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