
© Christian Coigny
Inaugura oggi la quindicesima edizione del MIA Photo Fair al Superstudio Più a Milano, un’edizione dedicata alla Metamorfosi intesa sia come evoluzione dell’immagine fotografica che come trasformazione culturale e sociale dei nostri tempi.
C’è una cosa che salta subito all’occhio visitando questa bella edizione del Mia: la fotografia ha voglia di allargare i propri confini. Non solo stampe fotografiche, ma tanti interventi pittorici e materici su scatti resi quasi irriconoscibili, collage che mischiano diverse immagini per crearne di nuove, stampe su superfici inconsuete.
Sarà l’impatto della intelligenza artificiale a stimolare gli autori in questa espansione e ricerca creativa di forme e materiali? Intendiamoci, non sono tutte novità. Le contaminazioni tra fotografia e altri medium c’è sempre stata. Ma quest’anno si nota particolarmente, i curatori hanno selezionato opere che riflettono la metamorfosi in tante, tantissime sfaccettature.
Appena entrati, lo stand della galleria di Ginevra Espace Diorama propone le immagini di Christian Coigny. Lui, che al Superstudio negli anni ’90 ha scattato tanta moda, propone delle ricerche personali. Dunque non le sue campagne per Hermès e neppure i suoi ritratti di Grace Jones, Issey Miyake o Laurie Anderson, ma still-life di oggetti e materie diverse che – nella luce che ha creato – diventano figure quasi metafisiche. Oppure ritratti di modelle anonime, immagini intense che il fotografo vuole ritrarre per una sua ricerca estetica, non per raccontare chi sono i soggetti. “Ricordo tutto di chi ho fotografato”, mi spiega, “ma non voglio documentare qualcosa di quelle persone o del nostro rapporto. Una volta scattata, l’immagine per me si trasforma e desidero che viva di vita propria, avulsa dalla sua storia. Ogni spettatore, poi, vedrà ciò che vorrà vedere”.

Diverso è l’approccio di Rohn Meijer (galleria Tallulah Studio Art) e dei suoi Metamorphic Dreams, ritratti che ci invitano ad apprezzare l’impermanenza delle immagini fotografiche e l’intervento della casualità. Sono i volti delle donne più belle della moda trasformati dal passaggio del tempo e da processi di deterioramento provocati dal fotografo stesso con prodotti chimici. La perfezione delle top model è ora corrosa e rivela qualcosa di nuovo e imprevedibile.

Della decomposizione di immagini si è occupato più recentemente anche lo studioso spagnolo Joan Fontcuberta, quando ha selezionato le immagini più deteriorate delle collezioni storiche dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione di Roma e le ha utilizzate per una mostra. Le fotografie esposte non erano più documentazione di un istante passato, ma testimonianza dell’impermanenza della materia. Il pubblico era invitato a riflettere sulla temporaneità delle immagini e ad apprezzare proprio il fatto che si tratta di tracce provvisorie e mutanti. Alcune di queste foto sono state portate al MIA dalla galleria Cartacea di Bergamo che propone anche le immagini di Giulia Parlato. Sono istantanee che documentano il passaggio del tempo sulle statue di gesso dell’Accademia Di Belle Arti di Brera, con i loro graffiti, bollini, etichette, polvere e impronte.


Hannah Schemel, presentata dalla Galerija Fotografija di Ljubljana, lavora con una macchina analogica di grande formato per immortalare la natura della Foresta Nera e del mare di Quiberon con lentezza quasi cerimoniale. Poi prepara la carta fatta a mano apposta per lei spalmando l’emulsione solo in alcuni punti. Le stampe al platino-palladio che ne derivano, non riveleranno che piccole porzioni di ciò che era stato originariamente catturato dall’obiettivo.

La galleria Building di Milano porta, tra le altre cose, dei polaroid di Roger Ballen sui quali l’autore è intervenuto così tanto da non lasciare più vedere che cosa era stato fotografato. È ancora fotografia quella? È la metamorfosi di uno scatto fotografico.

Niccolò Quirico stampa su grandi collage di pagine di libri d’epoca sui quali è stata spalmata l’emulsione fotografica (galleria Federico Rui). Il risultato è un’integrazione tra l’immagine bidimensionale e la leggera tridimensionalità dell’alternarsi dei fogli stratificati che hanno anche dominanti cromatiche diverse.
Patrizia Mussa (galleria Paola Sosio) fotografa architetture spettacolari e interviene sulle grandi stampe con pastelli e acquerelli. Osservando le sue opere non si capisce subito che tipo di processo sia stato utilizzato perché le pennellate e i tratti dei colori sono perfettamente integrati con l’immagine fotografica, dando origine a scenografie di grande suggestione.

Anche le foto trovate, il cui autore è sconosciuto, sono presenti in questa edizione del MIA. Marco Lanza, per esempio, ama acquistare un grande numero di stampe fotografiche vernacolari per poi le esaminarle usando una maschera con un foro quadrato. Quando l’inquadratura all’interno dell’inquadratura originale lo soddisfa, taglia le immagini ricavandone nuove opere. In pratica trasformando sia la parte scelta sia il residuo apparentemente scartato (galleria The Pool NYC).

Roberto Rinella taglia e abbina tante immagini in una intersezione analogica di stampe fotografiche, creando scroci di architetture inesistenti grazie a pezzi di architetture reali. L’effetto è surreale perché solo osservando da vicino e con attenzione le sue immagini si capisce che non si tratta di uno scatto unico, ma di un mosaico (Ticinese Art Gallery).

Diverso è l’impatto delle opere di Laurent Chéhère (Camilla Prini Gallery) che dal 2012 trasforma vecchi edifici parigini in case volanti. I suoi photo-collage utilizzano elementi del reale per costruire abitazioni oniriche strappate dal loro contesto urbano. Le sue case – magicamente – non solo si trovano fra le nuvole, ma sono anche popolate da zebre e pavoni.

Al MIA non manca qualche immagine storica, come Federico Fellini e Marcello Mastroianni immortalati da Tazio Secchiaroli durante una pausa di 8 ½, a Cinecittà (galleria Admira), oppure gli iconici scatti di Bert Stein, conosciuti come The Last Sittin, nei quali Marylin Monroe nel 1962 tracciò dei segni rossi per segnare le immagini che non approvava o che desiderava scartare (Paci Contemporary Gallery).


Le proposte sono davvero tantissime e il visitatore è continuamente stimolato da immagini che riflettono i nostri tempi, la nostra storia o la fantasia degli autori. Non mancano i momenti di approfondimento. Ogni giorno alle 17 viene proposto un incontro per capire meglio la fotografia e il collezionismo. Giovedì si parte dalla storia del collezionismo, venerdì si considera l’arte di selezionare le immagini da acquistare e sabato si esplora il futuro del collezionismo con le nuove generazioni ipotizzando investimenti in immagini d’autore e anche anonime.
Vale una visita.
Da giovedì 19 marzo a domenica 22 marzo 2026
Giovedì – venerdì: ore 11.00 – 21.00
Sabato – domenica: ore 11.00 – 20.00
Superstudio Più, via Tortona 27, Milano