X
Entra
Accedi
Ho dimenticato la password
X
Se il tuo indirizzo è presente nel nostro database riceverai una mail con le istruzioni per recuperare la tua password

Chiudi
Reset password
Inserisci il tuo indirizzo email nella casella sottostante e ti invieremo la procedura per resettare la password
Invia
X
Grazie per esserti registrato!

Accedi ora
Registrati
Registrati
Ho dimenticato la password
Fotografia.it
Elena-Ceratti-fotografata-da-Carla-Cerati

Elena Ceratti fotografata da sua madre Carla Cerati durante una vacanza ad Alicante in un appartamento della Manzanera di Ricardo Bofil, inizi anni novanta.

Lo sguardo di Carla Cerati raccontato da sua figlia Elena

A cent’anni dalla nascita e a dieci anni dalla scomparsa della fotografa Carla Cerati, Palazzo Reale a Milano le dedica un’ampia antologica. Un percorso con oltre duecento opere curato anche da sua figlia Elena che, in questa intervista, ci racconta i retroscena e ci prepara alla visita.

Enzo Dal Verme | 15 Ottobre 2026

A Milano, la bella mostra antologica “Plurale Femminile” celebra il lavoro di Carla Cerati con dieci sale di immagini straordinarie. Sono foto che hanno bisogno di essere osservate attentamente ripercorrendo l’evoluzione creativa di una delle figure più libere, indipendenti e poliedriche del Novecento italiano. Dalla Milano del boom economico e dei grandi cantieri urbani, ai ritratti degli intellettuali nelle librerie Einaudi e Feltrinelli; dalla storica e traumatica inchiesta sugli ospedali psichiatrici (Morire di classe), alle manifestazioni degli Anni di Piombo; dal ritratto di costume del “Mondo Cocktail”, ai paesaggi delle Langhe, fino alla ricerca formale sul nudo e alla serie inedita “Percorso di donne”.

Il prezioso patrimonio visivo in mostra è stato organizzato da una curatrice d’eccezione: Elena Ceratti, photo editor e figlia di Carla, che insieme alle storiche amiche e colleghe Giovanna Calvenzi e Maria Teresa Cerretelli ha riordinato l’archivio di famiglia per restituire memoria a una importante testimone della nostra storia recente.

In questa intervista esclusiva, ho chiesto a Elena Ceratti di svelarci la genesi della mostra, i retroscena familiari, l’impatto umano e professionale di crescere al fianco di una grande autrice e le sue personali riflessioni sul mestiere della fotografia tra ieri e oggi. Comincio, però, con una domanda che non ha nulla a che fare con la mostra. C’è un particolare che mi ha sempre incuriosito e non sapevo spiegarmi.


Elena, come mai il tuo cognome è Ceratti con due “t”, mentre il cognome di tua madre si scrive con una “t” sola? 

È tutta la vita che mi ritrovo a dover spiegare questa differenza! C’è stato un problema all’anagrafe. I miei genitori si sono sempre firmati con una sola “t”. Poi uno zio puntiglioso, il fratello minore di mio padre, ha fatto delle ricerche in Comune e ha scoperto che in realtà all’anagrafe eravamo registrati come “Ceratti” con due “t”. I miei però erano già noti e affermati con una sola “t” e hanno preferito mantenerla. 

Chi ha avuto l’idea di realizzare questa mostra a Palazzo Reale e come si è sviluppato il progetto?

L’idea è mia: ho voluto fortemente celebrare i cento anni dalla nascita e i dieci anni dalla scomparsa di mia madre Carla. Sentivo che dopo la sua morte era stata ricordata troppo poco come fotografa, soprattutto perché negli ultimi decenni si era dedicata con successo alla scrittura, pubblicando ben tredici romanzi. Lo trovavo ingiusto, perché Carla è stata una testimone fondamentale della società italiana dagli anni Sessanta in poi. Ne parlai nell’ottobre 2025 all’editore Fabio Achilli e poi presentammo la proposta al direttore di Palazzo Reale Domenico Piraina. Essendo mia madre iscritta al Famedio (il riconoscimento con cui una città celebra una persona illustre o benemerita che ha dato lustro al territorio n.d.r.) e con gli archivi in comodato al Castello Sforzesco, il progetto fu accolto subito, portando anche alla realizzazione del bellissimo catalogo con Stefano Piantini.

MIL_002_PR_023_FTDG_004a_risultato
Milano, quartiere sperimentale La Spezia in costruzione, dalla serie Milano Metamorfosi, 1964

La mostra è stata curata da te insieme ad altre due importanti photoeditor: Giovanna Calvenzi e Maria Teresa Cerretelli. Com’è stato lavorare insieme?

Tra noi tre c’è stata una grande armonia e non vediamo l’ora di collaborare di nuovo per progetti futuri. Siamo amiche e colleghe da anni, legate da profonda stima reciproca. Abbiamo lavorato a lungo insieme all’interno del GRIN (Gruppo Redattori Iconografici Nazionali, ora confluito nella FIAF), occupandoci – tra le altre cose – della selezione per il Premio Ponchielli. Giovanna ha una grande esperienza nelle redazioni dei giornali, io con l’agenzia Grazia Neri e abbiamo anche collaborato al Festival fotografico di Casale Monferrato ideato da Maria Teresa. Ci conosciamo benissimo, per cui lavorare insieme è stato del tutto naturale e fluido.

Non ci sono mai stati momenti di disaccordo o visioni divergenti sull’impostazione della mostra?

Poteva capitare che Giovanna dicesse inizialmente “quella foto non mi convince”, per poi ricredersi vedendola allestita nello spazio e ammettere che funzionava benissimo. Abbiamo gestito tutto con grande sintonia. Le vere difficoltà hanno riguardato piuttosto gli aspetti logistici, gli sponsor o la gestione dell’allestimento, che abbiamo voluto essenziale, elegante e rispettoso delle opere.

II_001_PR_008_FTDG_039a_risultato
Elio Vittorini alla Libreria Einaudi di via Manzoni, Milano 1964

L’allestimento si articola per nuclei tematici attraverso dieci sale. È stato difficile individuare e strutturare questi temi nella vasta produzione di tua madre? 

I nuclei tematici ci sono stati chiari fin da subito. Avendo a disposizione uno spazio prestigioso e ampio come le dieci sale di Palazzo Reale, era giusto dedicare ciascuna stanza a un singolo corpo di lavoro, senza sovrapposizioni. Questi sono i temi:

  • I Ritratti: La sezione fortemente voluta da Giovanna Calvenzi, dedicata ai protagonisti del mondo della cultura (artisti, designer, registi, scrittori), ritratti sia nel loro ambiente domestico/studio sia nel loro contesto di lavoro.
  • I Manicomi (Morire di classe): Un lavoro storico su cui ci tenevo a fare chiarezza. Spesso si attribuisce il progetto al solo Gianni Berengo Gardin, ma fu Carla a coinvolgerlo dopo aver conosciuto Franco e Franca Basaglia tramite mio padre. Fu un’esperienza traumatica: dopo il reportage nell’ospedale di Firenze erano così sotto shock da prendere per errore un treno per Roma anziché tornare a Milano.
  • Milano e la trasformazione urbana: Il racconto della città dagli anni Sessanta in poi — il boom economico, la costruzione della linea M1 della metropolitana e del Palazzo della Regione, i ragazzi dell’istituto Beccaria.
  • La Politica e gli Anni di Piombo: Carla iniziò a documentare la politica seguendo mio fratello, militante nel Movimento Studentesco. Ha fotografato manifestazioni, magistrati, i processi a Calabresi e Camilla Cederna, la sede di Lotta Continua, la vedova Pinelli, fino alla stagione degli anni di piombo e la tensione sociale dell’epoca.
  • Il “Mondo Cocktail”: Una sezione dedicata al lato festoso che ha preceduto la “Milano da bere”, dove le inaugurazioni e le feste diventavano punto d’incontro tra cultura, moda e vari personaggi offrendo uno spaccato della società dell’epoca.
  • I Paesaggi: Dalle ricerche geometriche sulle colline delle Langhe (vicina allo stile di Giacomelli) ai paesaggi marini, legati al suo profondo amore per l’acqua.
  • Il Nudo femminile: sono figure astratte e scultoree. L’intento di Carla era spogliare l’immagine da ogni ammiccamento erotico, lavorando sulla forma e sulla rarefazione 
  • “Percorso di donne”: Nella sala proiezioni, c’è un lavoro inedito e ironico che prende spunto dalle frasi fatte e dagli stereotipi della cultura popolare degli anni Cinquanta e Sessanta sulle donne. La protagonista di quasi tutte le immagini è l’amica d’infanzia di mia madre Alberta (per me “zia Alberta”) conosciuta durante lo sfollamento in Piemonte. Si trattava originariamente di grandi collage andati poi perduti che siamo riuscite a far ristampare partendo dai file digitali e da alcune stampe conservate a Parma.
MC_001_PR_013_FTDG_036_risultato
Fotomodella tra cui Isa Stoppi, Milano, Torre Velasca,anni ’70 -Cocktail dell’editore Mondadori , dalla serie Mondo Cocktail

Com’è stato crescere al fianco di una madre e artista così assorbita dal suo lavoro?

È stato un rapporto complesso e ho pagato quella situazione con dieci anni di anoressia. Non era tutta colpa sua, ovviamente: mio padre era costantemente impegnato a Torino per la casa editrice Einaudi (di cui fu presidente fino a novant’anni) che rappresentava la sua vera famiglia d’elezione. Mia madre, d’altra parte, desiderava soltanto uscire di casa e fotografare. Noi figli siamo rimasti un po’ spiazzati al centro di questo contesto.

Eppure, l’ho amata e stimata moltissimo. Mi ha trasmesso insegnamenti fondamentali: il senso di responsabilità in ogni azione e un’incrollabile indipendenza femminile, anzitutto economica. La mia scelta di non avere figli deriva anche dalla mia esperienza in quella dinamica: è stato impegnativo e non ho voluto replicare. Mio fratello, in quanto figlio maschio, la accompagnava spesso nelle sue uscite fotografiche sul campo durante le manifestazioni. Ma quando mia madre fu fermata dalla polizia durante una retata e rimase in carcere per una settimana, fui io ad occuparmi di portarle il cibo.

MIL_002_PR_041_FTDG_008a_risultato
Milano, sciopero generale, 1975

In che modo tu e tuo fratello vi siete avvicinati al mondo della cultura rispetto al percorso dei vostri genitori?

Io non ho mai voluto fare la fotografa e non l’ho vissuta come una rinuncia: preferivo occuparmi dell’altro lato della medaglia, ovvero la curatela di mostre e la gestione e vendita delle fotografie. Mio fratello si è occupato per anni di editoria e stampa alternativa, fondando e curando riviste di medicina psicosomatica. Purtroppo, è scomparso prematuramente in un incidente stradale. Dopo la sua morte, sono rimasta io ad occuparmi a tempo pieno dell’eredità artistica e dell’archivio di famiglia. 

A tuo avviso, qual è il contributo più importante che Carla Cerati lascia alla storia della fotografia e della cultura?

Io individuo due aspetti principali:

  • La creatività eclettica e “plurale”: Aspetto che si riflette nel titolo della mostra, Plurale Femminile. Mia madre ha iniziato come sarta di alto livello, ha studiato scultura a Brera, si è affermata come grande fotografa e ha scritto tredici romanzi. Aveva un’energia creativa ad ampio spettro davvero rara.
  • I grandi reportage di documentazione culturale e sociale: I ritratti scattati negli anni Sessanta nelle librerie Einaudi e Feltrinelli di via Manzoni a Milano — dove passavano intellettuali come Umberto Eco e Roland Barthes — e la fondamentale inchiesta sugli ospedali psichiatrici legata al movimento di Franco Basaglia.
MAN_001_PR_017_FTDG_013a_risultato
Ospedale Psichiatrico di Firenze, 1968 dalla serie Morire di Classe a cura di Franco e Franca Basaglia

C’è un aneddoto legato alle sue prime mostre che ti sembra particolarmente significativo?

Ricordo con piacere una recensione scritta dallo scrittore Umberto Simonetta in occasione di una mostra alla Galleria Il Diaframma di Lanfranco Colombo:

“Se qualche frettoloso – non è che ne manchino – la giudicherà maliziosa ironica birichina, Carla Cerati avrà tutto il diritto di insorgere e di pretendere aggettivi più compromettenti e lusinghieri. Come perfida feroce sadica. Queste sue rare virtù ce la rendono ovviamente cara dolcissima amabile.”

Mia madre amava molto questa definizione perché sintetizzava perfettamente il suo sguardo incisivo e privo di eufemismi.

Lavorando con i fotografi contemporanei, quali differenze noti rispetto all’epoca in cui fotografava tua madre?

La differenza principale sta nel mercato e nella libertà di approccio. Negli anni Sessanta si fotografava con molta più libertà: non c’erano le attuali barriere di privacy, autorizzazioni o uffici stampa. Carla poteva trovarsi di fronte a Roland Barthes o grandi architetti come Gregotti e Maldonado senza filtri, dialogare con loro e avviare scambi epistolari. Inoltre, il mercato editoriale delle agenzie era florido e commissionava grandi reportage. Oggi, per un fotografo giovane che non sia inserito nel mercato dell’arte, la professione è diventata infinitamente più complessa.

Qual è il modo migliore per approcciarsi alla mostra a Palazzo Reale?

Il mio consiglio è di prendersi tempo. Non è una mostra da fruire di corsa: ogni stanza è accompagnata da testi brevi ma precisi che inquadrano il contesto storico. Inoltre, nella sala proiezioni ci sono due splendidi documentari video che permettono di immergersi nella storia di un’artista d’avanguardia che ha ancora tantissimo da dire al nostro presente.


Carla Cerati. Plurale femminile.
Fotografia e scrittura, 1926-2026

Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano
Fino al 10 gennaio 2027

Enzo Dal Verme
Enzo Dal Verme è un fotografo conosciuto per avere ritratto celebrità come Donatella Versace, Laetitia Casta, Marina Abramovic, Bianca Jagger, Wim Wenders. Le sue immagini sono state pubblicate da Vanity Fair, l'Uomo Vogue, The Times, Marie Claire, GQ e tante altre riviste. I reportage scattati da lui sono spesso legati ad iniziative sociali, come la serie di ritratti di Eroi Urbani realizzati in Asia, Europa, America, Africa e Medio Oriente. Prima di dedicarsi a tempo pieno alla fotografia ha diretto la sua agenzia di comunicazione. Ha poi insegnato comunicazione all’Istituto Marangoni di Milano e Londra, allo IED di Milano, all’Ateneo Impresa di Roma e al Sole 24 Business School di Milano. Dal 2011 insegna i suoi fortunati workshop di ritratto nel corso dei quali gli studenti allenano la propria sensibilità ed esplorano il rapporto tra fotografo e soggetto. Collabora con la società olandese Science Of The Times per le ricerche sulle evoluzioni delle mentalità finalizzate all’innovazione nella comunicazione. Alla sua attività di fotografo commerciale, affianca una programmazione di mostre con i suoi lavori più personali. Enzo ha esposto in diverse gallerie in Italia e all’estero e in alcuni festival tra cui Alrles. Ha pubblicato negli Stati Uniti il libro Storytelling For Photojournalists e in Italia Marketing Per Fotografi. Pubblica regolarmente su Tutti Fotografi degli articoli di approfondimento sulla professione del fotografo. Ama il tofu ?
  • Cerca

  •  

  • Ultime News