
Elena Ceratti fotografata da sua madre Carla Cerati durante una vacanza ad Alicante in un appartamento della Manzanera di Ricardo Bofil, inizi anni novanta.
A cent’anni dalla nascita e a dieci anni dalla scomparsa della fotografa Carla Cerati, Palazzo Reale a Milano le dedica un’ampia antologica. Un percorso con oltre duecento opere curato anche da sua figlia Elena che, in questa intervista, ci racconta i retroscena e ci prepara alla visita.
A Milano, la bella mostra antologica “Plurale Femminile” celebra il lavoro di Carla Cerati con dieci sale di immagini straordinarie. Sono foto che hanno bisogno di essere osservate attentamente ripercorrendo l’evoluzione creativa di una delle figure più libere, indipendenti e poliedriche del Novecento italiano. Dalla Milano del boom economico e dei grandi cantieri urbani, ai ritratti degli intellettuali nelle librerie Einaudi e Feltrinelli; dalla storica e traumatica inchiesta sugli ospedali psichiatrici (Morire di classe), alle manifestazioni degli Anni di Piombo; dal ritratto di costume del “Mondo Cocktail”, ai paesaggi delle Langhe, fino alla ricerca formale sul nudo e alla serie inedita “Percorso di donne”.
Il prezioso patrimonio visivo in mostra è stato organizzato da una curatrice d’eccezione: Elena Ceratti, photo editor e figlia di Carla, che insieme alle storiche amiche e colleghe Giovanna Calvenzi e Maria Teresa Cerretelli ha riordinato l’archivio di famiglia per restituire memoria a una importante testimone della nostra storia recente.
In questa intervista esclusiva, ho chiesto a Elena Ceratti di svelarci la genesi della mostra, i retroscena familiari, l’impatto umano e professionale di crescere al fianco di una grande autrice e le sue personali riflessioni sul mestiere della fotografia tra ieri e oggi. Comincio, però, con una domanda che non ha nulla a che fare con la mostra. C’è un particolare che mi ha sempre incuriosito e non sapevo spiegarmi.
Elena, come mai il tuo cognome è Ceratti con due “t”, mentre il cognome di tua madre si scrive con una “t” sola?
È tutta la vita che mi ritrovo a dover spiegare questa differenza! C’è stato un problema all’anagrafe. I miei genitori si sono sempre firmati con una sola “t”. Poi uno zio puntiglioso, il fratello minore di mio padre, ha fatto delle ricerche in Comune e ha scoperto che in realtà all’anagrafe eravamo registrati come “Ceratti” con due “t”. I miei però erano già noti e affermati con una sola “t” e hanno preferito mantenerla.
Chi ha avuto l’idea di realizzare questa mostra a Palazzo Reale e come si è sviluppato il progetto?
L’idea è mia: ho voluto fortemente celebrare i cento anni dalla nascita e i dieci anni dalla scomparsa di mia madre Carla. Sentivo che dopo la sua morte era stata ricordata troppo poco come fotografa, soprattutto perché negli ultimi decenni si era dedicata con successo alla scrittura, pubblicando ben tredici romanzi. Lo trovavo ingiusto, perché Carla è stata una testimone fondamentale della società italiana dagli anni Sessanta in poi. Ne parlai nell’ottobre 2025 all’editore Fabio Achilli e poi presentammo la proposta al direttore di Palazzo Reale Domenico Piraina. Essendo mia madre iscritta al Famedio (il riconoscimento con cui una città celebra una persona illustre o benemerita che ha dato lustro al territorio n.d.r.) e con gli archivi in comodato al Castello Sforzesco, il progetto fu accolto subito, portando anche alla realizzazione del bellissimo catalogo con Stefano Piantini.

La mostra è stata curata da te insieme ad altre due importanti photoeditor: Giovanna Calvenzi e Maria Teresa Cerretelli. Com’è stato lavorare insieme?
Tra noi tre c’è stata una grande armonia e non vediamo l’ora di collaborare di nuovo per progetti futuri. Siamo amiche e colleghe da anni, legate da profonda stima reciproca. Abbiamo lavorato a lungo insieme all’interno del GRIN (Gruppo Redattori Iconografici Nazionali, ora confluito nella FIAF), occupandoci – tra le altre cose – della selezione per il Premio Ponchielli. Giovanna ha una grande esperienza nelle redazioni dei giornali, io con l’agenzia Grazia Neri e abbiamo anche collaborato al Festival fotografico di Casale Monferrato ideato da Maria Teresa. Ci conosciamo benissimo, per cui lavorare insieme è stato del tutto naturale e fluido.
Non ci sono mai stati momenti di disaccordo o visioni divergenti sull’impostazione della mostra?
Poteva capitare che Giovanna dicesse inizialmente “quella foto non mi convince”, per poi ricredersi vedendola allestita nello spazio e ammettere che funzionava benissimo. Abbiamo gestito tutto con grande sintonia. Le vere difficoltà hanno riguardato piuttosto gli aspetti logistici, gli sponsor o la gestione dell’allestimento, che abbiamo voluto essenziale, elegante e rispettoso delle opere.

L’allestimento si articola per nuclei tematici attraverso dieci sale. È stato difficile individuare e strutturare questi temi nella vasta produzione di tua madre?
I nuclei tematici ci sono stati chiari fin da subito. Avendo a disposizione uno spazio prestigioso e ampio come le dieci sale di Palazzo Reale, era giusto dedicare ciascuna stanza a un singolo corpo di lavoro, senza sovrapposizioni. Questi sono i temi:

Com’è stato crescere al fianco di una madre e artista così assorbita dal suo lavoro?
È stato un rapporto complesso e ho pagato quella situazione con dieci anni di anoressia. Non era tutta colpa sua, ovviamente: mio padre era costantemente impegnato a Torino per la casa editrice Einaudi (di cui fu presidente fino a novant’anni) che rappresentava la sua vera famiglia d’elezione. Mia madre, d’altra parte, desiderava soltanto uscire di casa e fotografare. Noi figli siamo rimasti un po’ spiazzati al centro di questo contesto.
Eppure, l’ho amata e stimata moltissimo. Mi ha trasmesso insegnamenti fondamentali: il senso di responsabilità in ogni azione e un’incrollabile indipendenza femminile, anzitutto economica. La mia scelta di non avere figli deriva anche dalla mia esperienza in quella dinamica: è stato impegnativo e non ho voluto replicare. Mio fratello, in quanto figlio maschio, la accompagnava spesso nelle sue uscite fotografiche sul campo durante le manifestazioni. Ma quando mia madre fu fermata dalla polizia durante una retata e rimase in carcere per una settimana, fui io ad occuparmi di portarle il cibo.

In che modo tu e tuo fratello vi siete avvicinati al mondo della cultura rispetto al percorso dei vostri genitori?
Io non ho mai voluto fare la fotografa e non l’ho vissuta come una rinuncia: preferivo occuparmi dell’altro lato della medaglia, ovvero la curatela di mostre e la gestione e vendita delle fotografie. Mio fratello si è occupato per anni di editoria e stampa alternativa, fondando e curando riviste di medicina psicosomatica. Purtroppo, è scomparso prematuramente in un incidente stradale. Dopo la sua morte, sono rimasta io ad occuparmi a tempo pieno dell’eredità artistica e dell’archivio di famiglia.
A tuo avviso, qual è il contributo più importante che Carla Cerati lascia alla storia della fotografia e della cultura?
Io individuo due aspetti principali:

C’è un aneddoto legato alle sue prime mostre che ti sembra particolarmente significativo?
Ricordo con piacere una recensione scritta dallo scrittore Umberto Simonetta in occasione di una mostra alla Galleria Il Diaframma di Lanfranco Colombo:
“Se qualche frettoloso – non è che ne manchino – la giudicherà maliziosa ironica birichina, Carla Cerati avrà tutto il diritto di insorgere e di pretendere aggettivi più compromettenti e lusinghieri. Come perfida feroce sadica. Queste sue rare virtù ce la rendono ovviamente cara dolcissima amabile.”
Mia madre amava molto questa definizione perché sintetizzava perfettamente il suo sguardo incisivo e privo di eufemismi.
Lavorando con i fotografi contemporanei, quali differenze noti rispetto all’epoca in cui fotografava tua madre?
La differenza principale sta nel mercato e nella libertà di approccio. Negli anni Sessanta si fotografava con molta più libertà: non c’erano le attuali barriere di privacy, autorizzazioni o uffici stampa. Carla poteva trovarsi di fronte a Roland Barthes o grandi architetti come Gregotti e Maldonado senza filtri, dialogare con loro e avviare scambi epistolari. Inoltre, il mercato editoriale delle agenzie era florido e commissionava grandi reportage. Oggi, per un fotografo giovane che non sia inserito nel mercato dell’arte, la professione è diventata infinitamente più complessa.
Qual è il modo migliore per approcciarsi alla mostra a Palazzo Reale?
Il mio consiglio è di prendersi tempo. Non è una mostra da fruire di corsa: ogni stanza è accompagnata da testi brevi ma precisi che inquadrano il contesto storico. Inoltre, nella sala proiezioni ci sono due splendidi documentari video che permettono di immergersi nella storia di un’artista d’avanguardia che ha ancora tantissimo da dire al nostro presente.
Carla Cerati. Plurale femminile.
Fotografia e scrittura, 1926-2026
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano
Fino al 10 gennaio 2027