
Nel luglio 2020 la Regione Toscana procede alla costituzione della Fondazione Alinari per la Fotografia, per la gestione degli archivi fotografici della ditta Fratelli Alinari. Dopo la vendita nel 2019 dello storico palazzo di Via Nazionale tutto il materiale, negativi, stampe, biblioteca e attrezzature varie viene trasferito provvisoriamente in un magazzino per essere poi acquisito dalla Regione Toscana. L’archivio originario degli Alinari, cresciuto nel tempo con consistenti acquisti di altri importanti archivi durante la gestione Cini e poi della famiglia De Polo, è stato inventariato, restaurato e valorizzato, e in parte divulgato attraverso una serie di esposizioni e progetti di ricerca.
Oggi nasce il progetto di un nuovo “Museo della Fotografia Alinari”. Per raccogliere idee e stimoli per questa impegnativa realizzazione, la Fondazione ha organizzato un ciclo di incontri, fra ottobre e dicembre, con personaggi altamente qualificati e selezionati, con il fine di capire che cosa significa progettare oggi un Museo della Fotografia da costruire attorno ad un grande archivio fotografico e proiettato verso un futuro denso di incertezze.
Ne parliamo con Giorgio Van Straten, presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione.

In un momento storico in cui la fotografia, così come la abbiamo conosciuta nel Novecento, sembra essere stata sostituita da nuovi strumenti di documentazione e di espressione, completamente diversi dalla fotografia tradizionale, quale può essere il significato di un “Museo della Fotografia”? Una operazione di recupero storico, un poco nostalgico, rivolto al passato, con la semplice conservazione del materiale esistente, oppure una iniziativa rivolta ad interagire con un mondo in veloce cambiamento?
Siamo sicuri che la fotografia tradizionale stia scomparendo? Doveva essere uccisa dal cinema, poi da Photoshop, ora dall’intelligenza artificiale. Mi sembra la stessa discussione che si fa da decenni sulla morte del romanzo, e il romanzo è sempre lì.
Tanto più che nella fotografia storica c’è un elemento “materiale” che in questa epoca del virtuale può affascinare proprio le giovani generazioni. Questo non vuole dire costruire un museo vecchio stile, non vuol dire che non si debbano trovare strumenti di interazione con la contemporaneità, ma non può significare inseguire la realtà perdendo di vista l’identità costruita in un secolo e mezzo.

La domanda fondamentale: cosa significa oggi realizzare un Museo della Fotografia? Musei della Fotografia ne esistono molti in Europa, ma nessuno sembra essere un valido modello. Dopo il primo Museo Alinari aperto nel 1985 in Via della Vigna Nuova, e dopo l’esperienza de Museo Nazionale Alinari della Fotografia alle Leopoldine fra il 2006 ed il 2014, come si intende procedere? Queste due esperienze quanto peseranno sulla elaborazione del nuovo progetto? Quali sono gli obiettivi ideali di un Museo della Fotografia che possa corrispondere alla realtà attuale e alle esigenze culturali di oggi?
Quello che non mi convinceva nel MNAF (oltre all’uso di un acronimo, invece di puntare su Alinari, che è nome noto in tutto il mondo) era l’idea stessa di voler raccontare l’intero arco della storia della fotografia.
Il nostro sarà un museo che renderà immediatamente percepibile il fatto di essere figlio di un archivio e di una storia, quella dei fratelli Alinari. Non punteremo su una presunta e impossibile completezza, quanto sulla ricchezza e complessità degli oggetti che abbiamo e che, insieme alla biblioteca, in parte si vedranno prima di entrare nel vero e proprio museo.
Una parte significativa degli archivi Alinari è costituita da libri, libri sulla fotografia e libri di fotografie, alcuni dei quali molti rari o introvabili. La stessa Alinari ha svolto nel tempo un ruolo importante nella pubblicazione o ripubblicazione di libri. Che ruolo si può ipotizzare per un Biblioteca specializzata che raccolga questi libri e riviste, potrà costituire una parte integrante del Museo o vivere come una struttura indipendente?
La biblioteca sarà collocata negli stessi spazi del museo e sarà accessibile prima dell’area a bigliettazione. Noi vogliamo che lo spazio museo/archivio/ biblioteca sia uno spazio accessibile, permeabile dalla città, dalla comunità.
La biblioteca è senza dubbio uno strumento fondamentale di questo rapporto, ma non sarà l’unica parte liberamente frequentabile.
In un mondo profondamente cambiato rispetto a quanto vissuto nel Novecento, il progetto di trasformare l’archivio in un “luogo di conoscenza, ricerca e partecipazione” come si può prevedere l’impiego delle nuove tecnologie per agevolare la ricezione, la consultazione e la diffusione dei contenuti del Museo, magari anche a distanza?
Abbiamo lavorato molto sul nostro sito, dove già oggi sono consultabili oltre 250.000 immagini e presto potremo caricare anche le 80.000 lastre digitalizzate attraverso il PNRR. Abbiamo cercato di elaborare proposte che rendessero più accessibili i nostri materiali, attraverso per esempio i fotoracconti o le nostre “pillole” video su oggetti memorabili presenti in collezione.
Certamente anche negli spazi fisici di Santa Maria Novella troveranno collocazione i mezzi informatici che permetteranno di legare patrimonio fisico e patrimonio digitale, di conoscere anche quanto non sarà visibile nel museo.

Indipendentemente da quanto potrà emergere dalle cinque conversazioni con gli esperti dei diversi settori in cui queste sono articolate, quali sono le linee di massima del progetto? Si pensa di organizzare il Museo lungo un percorso cronologico articolato (da dagherrotipi alle tecniche dell’altro ieri), oppure si pensa di procedere per gruppi tematici o geografici, come sembra essere stato fatto con i recenti progetti, passando da “Fotografe!” a “Mapplethorp/Van Gloeden”, dall’archivio Wulz a “Michelangelo/Rodin” passando per Arezzo e Livorno fino a Roma/Parigi?
Gli incontri sono uno strumento fondamentale per elaborare il progetto museologico, anche perché alla parte pubblica affiancheremo degli incontri riservati dei relatori con il comitato esecutivo che redigerà il progetto.
In ogni caso, non credo che l’ordine cronologico possa essere il principale criterio di organizzazione e sicuramente non arriveremo al secondo Novecento. Penso piuttosto che si dovrà privilegiare il racconto della storia degli Alinari e di Firenze nei primi decenni della fotografia, poi la molteplicità degli oggetti fotografici che possediamo (compresi i negativi, gli apparecchi, ecc.) e lavorare su spazi destinati alle rotazioni tematiche per offrire ai visitatori sempre nuove proposte (come avviene ormai in tutti i musei di recente istituzione).
Calendario degli incontri sull’dea di un museo della fotografia
Gli incontri si svolgono a Villa Fabbricotti, via Vittorio Emanuele II, 64, Firenze alle 17.30.
La partecipazione è gratuita e aperta a tutti. I prossimi saranno in novembre e dicembre
– Sugli archivi fotografici: materialità, memoria, relazioni (8 ottobre 2026)
– Ripensare i musei: spazi, tecnologie, esperienze (28 ottobre 2926)
Giovedì 19 novembre 2026 (ore 17:30)
Esporre la fotografia nei musei
Temi: Scelte curatoriali, sfide conservative ed espositive per la fotografia nelle grandi collezioni internazionali.
Relatori: Martin Barnes (Senior Curator, Victoria and Albert Museum di Londra), Marie Robert (Musée d’Orsay di Parigi) e Nicoletta Leonardi (presidente del Comitato Scientifico FAF).
Giovedì 3 dicembre 2026 (ore 17:30)
Santa Maria Novella: uno spazio per più musei
Temi: Il progetto architettonico e museologico per la nuova sede del Museo Alinari all’interno del complesso del Museo di Santa Maria Novella.
Relatori: Giuseppe Antonelli (Università di Pavia e responsabile scientifico del MUNDI) e Giorgio Caselli (Servizio Belle Arti e Fabbrica di Palazzo Vecchio).
Lunedì 14 dicembre 2026 (ore 17:30)
Musei e Comunità
Temi: Il rapporto tra istituzione museale, territorio, partecipazione e comunità di riferimento.
Relatori: Christian Greco (direttore del Museo Egizio di Torino), Kathrin Schönegg (Münchner Stadtmuseum) e Claudia Baroncini (direttrice della Fondazione Alinari per la Fotografia).