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3 interviste per 3 autori: Fabio Moscatelli

3 interviste per 3 autori: “In tutti i progetti che Fabio presenta, in veste definitiva o in itinere, sul proprio sito personale www.fabiomoscatelli.com troviamo però il medesimo riscontro emotivo, umano, partecipativo che rende questi spaccati di vita coinvolgenti anche per noi che li leggiamo in differita.”

Eugenio Tursi | 5 Marzo 2021
Fabio-Moscatelli-Qui-Vive-Jeeg

Roberto era lo storico giostraio di Torbellamonaca; una vita tra le giostre ed il cinema, era infatti la controfigura di Roberto Benigni e stuntman nei film di Bud Spencer e Terence Hill. ('3 interviste per 3 autori').

Il lavoro di Fabio Moscatelli, con cui apriamo la serie ‘3 interviste per 3 autori‘, si snoda lungo una serie estremamente varia di vicende personali, le quali hanno a che vedere con l’autore per i motivi più differenti. Troviamo all’interno dei progetti del giovane fotografo (sarà giovane? Io ho avuto questa sensazione…) ricordi di un’infanzia vissuta coi nonni, eventi lieti e tragici della sua vita privata, scenari di periferia provenienti dal suo vissuto (‘Qui vive Jeeg’ o ‘The Right Place’) ma anche indagini sociali di incredibile impatto emotivo come le storie di ‘Fronte del Porto’, di ‘Gioele’, di ‘Arriving Somewhere Not Here’. In tutti i progetti che Fabio presenta, in veste definitiva o in itinere, sul proprio sito personale www.fabiomoscatelli.com troviamo però il medesimo riscontro emotivo, umano, partecipativo che rende questi spaccati di vita coinvolgenti anche per noi che li leggiamo in differita.

Fabio-Moscatelli-Fronte-del-Porto
Un bimbo nel suo appartamento all’interno dell’ex caserma militare di Via del Porto Fluviale; i vari locali sono stati riadattati ed oggi ospitano circa 80 famiglie provenienti da 4 diversi continenti. (‘3 interviste per 3 autori’).

Per Fabio l’approccio sembra sempre semplice a giudicare dalla prontezza con cui sa catturare luci, scene, tagli unici e occasioni legate ad un istante, ma leggendo tra le righe, anche a partire dalle sue proprie descrizioni, si comprende che il fatto di essere così addentro le vicende narrate non è sempre esente da subbuglio. Insomma: “se vuoi partecipare fallo, ma ti porti a casa anche un pezzetto delle nostre cure”.

Di Fabio Moscatelli ciò che mi ha colpito fin dal principio, sul fronte estetico, è stata la commistione tra luce ed ombra, tra un’illuminazione quasi sempre anomala e fonte di cromie uniche ed una generale tendenza verso l’ombra, lo scuro, la notte, che è foriera di un contrasto marcato. Contrasto che Fabio gestisce in modo sottile, lasciando sempre che ciò che si deve vedere si veda ma giungendo a quel limite oltre il quale, solo un passetto più in là, già sarebbe tutto perduto. Non è però un fotografo dark, anzi! Il suo è un approccio del tipo ‘tirare fuori dall’ombra’ più che usare l’ombra per dare tridimensionalità alla luce. Questioni di ‘sentire’. Buona lettura e, prima di essa, buona visione degli scatti.


Buongiorno Fabio, innanzitutto grazie per questa intervista.

Voglio esprimere una sensazione che ho avvertito nello sfogliare alla cieca il portfolio di progetti che pubblichi sul tuo sito www.fabiomoscatelli.com. Cliccando a caso, forse per sorte, ho iniziato a scorrere i lavori che hanno come filone portante tue vicende personali, affrontate con evidente partecipazione emotiva. Di primo acchito il visitatore penserebbe ad un corpus estremamente autoreferenziale. Si scopre al contrario, proseguendo nella lettura dei lavori, che riesci a trasporre la stessa partecipazione, lo stesso coinvolgimento, all’interno di opere aventi per soggetto le vite degli altri, le vicende di persone che non sono per forza di cose parte del tuo vissuto. O forse sì? Come trovi o scegli gli approdi da cui partire nei tuoi lavori? L’empatia che sembra permeare la narrazione nasce sempre, solo a volte o la storia stessa è funzione del fatto che ti senti mosso verso di essa per un qualche motivo interiore?

Molte della tematiche affrontate attraverso la fotografia fanno parte del mio vissuto, a volte si tratta letteralmente di esorcizzare fantasmi del passato.
Al di là di questo considero la fotografia un potentissimo mezzo espressivo e di scoperta; i miei progetti nascono spesso dalla curiosità di scoprire argomenti di cui sono totalmente a digiuno.
Il discorso empatico che si stabilisce con le storie ed i suoi protagonisti è un qualcosa che nasce in maniera estremamente spontanea, non nascondo che il mio carattere in questo gioca una parte fondamentale; non è questione di raccontare qualcosa di biografico o meno, l’empatia è caratterizzante di ogni mio progetto.

Fabio-Moscatelli-Qui-Vive-Jeeg
Armando, residente storico, si può dire che abbia vissuto tante vite in una; la sua casa è una sorta di museo dell’antiquariato. (‘3 interviste per 3 autori’).

Da quanto tempo fotografi? E come hai iniziato a utilizzare la fotografia come mezzo narrativo per raccontare la realtà che troviamo nelle tue storie? Uno stile del genere si confà più ad un certo tipo di maturazione emotiva che non ad un principiante…

Da quanto tempo fotografo è una domanda che si presta a molte risposte, perchè il mio concetto di fotografia è cambiato e maturato con gli anni; posso dire che sin da ragazzo utilizzavo macchine fotografiche, ma al tempo stesso posso dire di raccontare con la fotografia da circa dieci anni.
Prima la fotografia era l’immagine che mi portavo dietro da un viaggio, poi l’esigenza è notevolmente cambiata; mi ero reso conto di poter raccontare storie con le mie fotografie, di dare la mia visione rispetto ciò che mi circondava.
Come dici tu è stata una maturazione emotiva, ho iniziato guardare la realtà in maniera differente, mi interessava e mi sentivo parte di un tessuto sociale ben identificato che valeva la pena far emergere in qualche modo, anche nel mio piccolo.

Fabio-Moscatelli-Gioele
Il suo rapporto con l’acqua è straordinario, Gioele è un anfibio in senso totale ed è meraviglioso vederlo nel suo habitat naturale. (‘3 interviste per 3 autori’).

Al centro dei tuoi scatti mi pare che gli elementi fulcro siano ricorrenti: il luogo della vita (non chiamiamola casa, come si accenna in ‘The Right Place’), i momenti della vita, il legame che si crea tra persone e luoghi nel tempo. Ci puoi dire in termini più personali e forse più corretti delle mie interpretazioni che cosa ti interessa indagare?

Sono affascinato dalla fotografia del quotidiano e da quella realtà che definisco a kilometri 0; molte delle storie che ho raccontato e che sto ancora raccontando sono ambientate nello stesso municipio dove risiedo.
Ritengo che ogni luogo, anche quello apparentemente meno interessante, abbia storie nascoste che vadano prima scovate e poi portate alla luce; da questo punto di vista il fotografo è una sorta di cacciatore, fortunatamente senza armi pericolose.

Dal progetto di Fabio Moscatelli – The Right Place.

La periferia sembra molto presente nelle tue immagini. Tanto per citare un progetto che ne parla ampiamente: ‘Qui vive Jeeg’. Una sorta di serbatoio infinitamente ricco di spunti da cui attingere. In fin dei conti il nostro Paese è fatto di periferie più che di metropoli. E’ un ambiente che ti mette a tuo agio? Ci dai una tua definizione di questo ambiente? Se vuoi anche facendo riferimento esplicito ad alcuni tuoi scatti.

Amo profondamente la periferia in tutte le sue accezioni, perchè la periferia non è solo il territorio che abitiamo, ma le persone che lo vivono.
Pochi giorni fa mi è stato chiesto cosa vedo quando ho di fronte le iconiche torri di Torbellamonaca, la periferia romana teatro di ‘Qui Vive Jeeg’; ebbene io vedo degli enormi contenitori di storie.
Ho l’impressione che l’umanità sia sopravvissuta soprattutto in periferia dove la distanza tra individui si accorcia a differenza del centro della città, ma questa chiaramente è una mia impressione.
Negli scatti di ‘Qui Vive Jeeg’ ogni volto è una storia di vita;  un giorno vorrei trasformare questo lavoro in un contenitore come ‘Humans of New York’ , un sito che illustra tra immagini e parole, le vite di persone straordinariamente normali.

Dal progetto di Fabio Moscatelli – Qui Vive Jeeg.

Inutile negarlo: Gioele è un lavoro che colpisce parecchio. Ci dici qualche cosa in più di Gioele e di come lo hai incontrato, conosciuto, di come lo hai coinvolto nel progetto che lo ha come protagonista? Perché ha accettato secondo te? E che tipo di rapporto è sorto nel corso di quello che, mi pare di capire, resta un itinerario in divenire?

Gioele è innanzitutto un ragazzo che vive una straordinaria normalità oltre che autore insieme a me del progetto fotografico che lo vede protagonista.
Ci siamo conosciuti 7 anni fa, quando nacque in me il desiderio di approfondire l’autismo attraverso la fotografia; un approccio molto complicato il nostro, d’altronde non è semplice stabilire una relazione tra un bambino di 10 anni ed un adulto di 40.
La chiave di volta per sbloccarci è stata mia figlia Syria, con cui Gioele ha tuttora un rapporto fraterno; è uno degli aspetti più emozionanti di questa esperienza.

Oltre questa naturalmente le tante conquiste che abbiamo fatto insieme, soprattutto quelle sociali; oggi Gioele non ha paura di stare tra la gente, di interagire e vivere quindi pienamente.
La nostra collaborazione ha portato alla produzione di un dummy book, di una mostra e per questo 2021 è prevista l’uscita del libro che racconterà la nostra storia settennale.
Il libro sarà curato, come il precedente dummy, da Irene Alison, giornalista professionista e photo consultant dello studio DerLab.

Dal progetto di Fabio Moscatelli – Gioele.

Tanti anni fa ho letto un libro dal titolo “L’infinito istante”, un saggio facile facile e molto piacevole sulla fotografia di Geoff Dyer. Ebbene vi si dice, in sintesi assoluta, che alcuni soggetti ritornano (proprio loro!) negli scatti fotografici anche dopo decenni. Uno di questi è rappresentato dal ‘non vedente’. Mi è venuto in mente quando ho osservato il lavoro che parte, credo, dalla tua infanzia trascorsa con tuo nonno. Ci racconti qualcosa di coloro che hai incontrato durante lo svolgimento di The Blind Dream? Come si sente un fotografo di fronte a chi non potrà mai valutarlo per ciò che fa? Ce ne tracci in poche parole le linee guida (del progetto)? Perché la ripartizione in tre capitoli?

Uno dei saggi di fotografia più interessanti a mio avviso quello di Dyer.
Sono stato cresciuto da un nonno non vedente che mi ha fatto da padre e che mi ha trasmesso la passione e l’amore per la lettura; ricordo le giornate trascorse insieme a leggere giornali, libri e addirittura a compilare parole crociate.
Blind Dream è un omaggio alla sua straordinaria figura; si dipana in tre capitoli distinti.
Nel primo cerco di ‘restituire’ colore a mio nonno, poiché nel mio immaginario di bambino la cecità era soprattutto un buio inespugnabile; ad oggi ho ampliato questo concetto grazie a qualche approfondimento sul tema.

Il secondo cerca di rispondere ad una domanda che mi torna spesso in mente: ‘come sogna una persona non vedente?’.
Ho cercato di realizzare immagini sospese, permeate da un certo senso onirico, anche ripercorrendo i luoghi teatro dell’esistenza di mio nonno.
Il terzo è quello dal taglio maggiormente sociale; ho incontrato e fotografato gli ospiti dell’Istituto per Ciechi Sant’Alessio di Roma, ascoltando le loro storie e rivivendo qualcosa di già vissuto.
Non mi sono posto il problema della relazione tra le fotografie che io producevo e la loro impossibilità di poterle vedere; quel di cui avevamo bisogno era semplicemente creare empatia, mi sorprendo ancora quando mi riconoscevano semplicemente da un ‘ciao’ appena pronunciato, pur avendolo sentito una sola volta.
In fondo la storia insegna che ci sono stati fotografi ipovedenti o addirittura non vedenti come Eugen Bavcar.

Fabio-Moscatelli-The-Right-Place
Seppur sempre allegro e pronto alla battuta, la vita di Tommaso riserva dei momenti di disperazione e scoramento. (‘3 interviste per 3 autori’).

Ad un certo punto del tuo portfolio mi sono imbattuto in ‘Arriving Somewhere… not here’ e ‘Fronte Del Porto’, due lavori molto prossimi al reportage sociale (però lo definirei più ‘umano’) più puro. Toccare temi e vissuti complessi e dolorosi non è facile, occorre sensibilità. Tu come fai? Come svolgi questo tipo di indagine e, ancor più, come poi riesci a uscirne con serenità? I tuoi personaggi e le tue storie non sono propriamente ‘spensierati’. Ti rispecchiano in qualche maniera?

Hai citato due lavori che mi hanno valso tanto in termini professionali ma soprattutto umani; quasi tutte le persone protagoniste delle mie storie posso chiamarle ancora oggi amici.
Per affrontare certe situazioni bisogna innanzitutto avere rispetto e cercare di non esprimere giudizi, ne con le parole e ne soprattutto con le fotografie; troppo facile cadere nel cliché di produrre immagini drammatiche e permeate di pietismo, è un qualcosa che evito accuratamente.
Trovo molto più soddisfacente raccontare l’aspetto meno evidente che spesso si rileva il più interessante; è una sfida e se la vinci puoi dire di esser cresciuto.

Spesso la relazione così empatica si paga in termini umani; quando Tommaso, uno dei protagonisti di ‘The Right Place’ è venuto a mancare per me fu un colpo durissimo.
In qualche modo porto dentro di me ogni persona che ho fotografo e spero loro ne portino una di me, un vero scambio alla pari.

Dal progetto di Fabio Moscatelli – Fronte del Porto.

Vorrei anche chiederti, visto che la fotografia è enormemente legata allo strumento tecnico che la realizza, con che tipo di attrezzature ti muovi normalmente. Come affronti un lavoro di documentazione come quelli che mostri nel tuo sito Web? Pensi molto prima di scattare o raccogli grandi quantità di materiali da scegliere a posteriori? Come lavori in selezione dei fotogrammi? Cerchi di contenere l’estensione dei lavori che presenti?

Io lavoro da anni con pochissimo materiale, fondamentalmente digitale: una reflex ed una mirrorless entrambe con un obiettivo 28 mm. Poi per passione ho anche una Contax che utilizzo per l’analogico e mi diletto con una vecchia Polaroid.
Non sono un patito di attrezzatura, so esattamente cosa mi serve e non sto molto dietro al mercato delle macchine fotografiche.
Negli anni sono diventato molto selettivo, non scatto in quantità consistenti per i miei progetti, posso dire di andare abbastanza mirato; poi in fase di editing, per comporre la sequenza o meglio per scrivere il racconto con le immagini, mi affido spesso all’intuito di mia moglie, la mia prima critica e confidente.

Fabio-Moscatelli-Fronte-del-Porto
Questa è una delle primissime immagini che scattai per questo progetto; solo dopo mi resi conto del forte richiamo al celebre dipinto di Leonardo. (‘3 interviste per 3 autori’).

I tuoi scatti sono poi incredibilmente vari per luce, situazione, taglio, composizione. Dagli interni al campo lunghissimo, dal ritratto singolo ai gruppi di persone, dal close-up al controluce totale. Insomma sembra proprio che, da buon reporter, tu riesca ad adattarti molto alla situazione, qualunque essa sia, per fare tua la sensazione del momento indipendentemente da ciò che ti si presenta di fronte. Ti ci ritrovi in questo profilo? Oppure sei più propenso all’organizzazione ed a seguire una sorta di ‘storyboard’ (perdona il termine)?

A parte il processo iniziale di sviluppo dell’idea, in cui è necessario un minimo di ragionamento e riflessione, io lavoro molto d’istinto e come dici tu mi adatto alla situazione in cui mi ritrovo ‘sfruttando’ l’ambiente e tutto quello che è a questo legato, quindi situazioni di luci ed ombre, campo e controcampo, ma il tutto avviene assolutamente senza pensarci troppo.

Fabio-Moscatelli-Qui-Vive-Jeeg
Roberto, l’intellettuale della piazza, sempre pronto a discutere di libri e filosofia; personaggio che rappresenta la cultura del quartiere. (‘3 interviste per 3 autori’).

Se luci, situazioni, taglio e soggetti sono così differenti ciò che mi ha colpito dal punto di vista tecnico e da photo-editor è la coerenza stilistica e tutto sommato anche estetica che si rinviene all’interno di tue molto eterogenee per contenuto. Insomma ti si riconosce. Questo è importante e fondamentale dal lato del mio lavoro di selezione. Come ci riesci? E’ voluto? Ti viene spontaneo? Come affronti l’editing dei tuoi scatti? Nasce tutto spontaneamente in ripresa?

Questo è il complimento più bello che mi si possa fare, essere riconoscibile; è la mia ricerca  da quando ho iniziato a raccontare con la fotografia.
Personalmente non mi ritengo un esteta, nel senso che non è ciò che cerco nelle mie foto, anche se in molti mi dite che è un fattore ricorrente quindi devo crederci.
Sono più abituato al contenuto della foto, al suo messaggio, anche quando la foto è ‘sporca’.
Questo mi permette di mantenere sempre una certa coerenza senza sforzarmi troppo; il vero sforzo avviene in fase di editing e costruzione dove col tempo ho imparato anche a rinunciare a degli scatti se questi non risultavano funzionali all’interno del racconto; è stata una grande fatica, ma è un passo necessario per crescere anche questo.

Fabio-Moscatelli-Gioele
‘Tra poco ti porto in acqua ma mi raccomando devi fare il bravo’ questo il colloquio tra Gioele ed il suo amico delfino. (‘3 interviste per 3 autori’).

Ho notato solo in seguito un ulteriore aspetto del tuo stile: salvo casi eccezionali non fai praticamente mai uso del bianconero. Questo non è certo insolito ma in un contesto caratterizzato da un’indagine personale ed intima, oltre che nel reportage sociale, è forse più un’eccezione il fatto di non trovare nemmeno un progetto sviluppato o declinato in questa veste all’interno dei portfolio degli autori che se ne fanno portavoce. Non hai mai percorso le strade del monocromatico? Nemmeno in analogico? Da dove ti viene questo legame forte con il colore? Usato per altro in modo estremamente caratterizzante che si nota e che, mi permetto, mi piace parecchio.

E’ una scelta intima e personale quella di non utilizzare più il bianconero, avvenuta ormai più di 10 anni fa; ho dedicato l’ultimo progetto realizzato in monocromatico e in analogico a mio figlio.
Sono fotografie realizzate dopo la sua scomparsa che esternano il mio stato d’animo, il mio dolore e al tempo stesso il desiderio, quasi un dovere, di continuare a vivere nonostante tutto.
Lost, questo il titolo del progetto, è un omaggio alla memoria ed un tributo speciale, la fotografia mi ha salvato ed io gliene sarò sempre debitore.
Non mi pesa affatto scattare a colori, ormai è il mio linguaggio e forse una delle componenti che mi rende riconoscibile, come dicevamo poco fa.

Fabio-Moscatelli-Fronte-del-Porto
La nascita di una sorellina crea qualche piccola gelosia; dinamiche tipiche di qualsiasi famiglia. (‘3 interviste per 3 autori’).

Se i temi che hai a cuore sono più evidenti vorrei chiederti però se tu abbia delle situazioni o dei contesti che prediligi e nei quali ti trovi più a tuo agio e ti senti più libero di esprimerti. Mi pare, se posso azzardare, che tu ami molto inquadrature ‘cattive’ e spesso decentrate, con l’intrusione di elementi o oggetti fuori fuoco, giocando con luci che altri definirebbero senza timor di smentita ‘incasinate’… Inoltre il ‘dettaglio’, il ‘momento’, il ‘gesto’, la ‘postura’ ti sono molto cari mi pare. O sbaglio?

A me piace quella che molti definiscono fotografia ‘sporca’ , poi non disdegno la posa o la ricostruzione di una scena pre-visualizzata; è una fotografia che si adatta perfettamente alle storie che ricerco, spesso ai margini della nostra visione ed esistenza.
Qualche tempo fa qualcuno mi ha definito il  ‘fotografo degli ultimi’ , una definizione che mi porto dietro con estremo orgoglio.

Fabio-Moscatelli-The-Right-Place
Ogni spazio del camper è sfruttato alla perfezione, come qualsiasi dispensa o comodino di casa. (‘3 interviste per 3 autori’).

Ho visto che hai pubblicato da indipendente alcuni libri, per altri andati sold out. Ci dici qualche cosa in più di questa esperienza da auto-editore? Come si gestisce la pubblicazione e soprattutto la promozione di progetti così personali e dal taglio così intimo?

Quella del selfpublishing è un’esperienza incredibile; diventi imprenditore di te stesso e se credi nel tuo lavoro la soddisfazione che ne ricavi è impareggiabile.
Oltretutto oggi, con l’attuale crisi dell’editoria, per molti è l’unica soluzione per far conoscere il proprio lavoro; io ho esperienza con tre libri e due fanzine, pubblicazioni sold out da tempo con mia grande soddisfazione.
La sincerità nel proporre, la forza del proprio lavoro, non ci sono segreti per riuscire nell’impresa del self-publisging, solo una buona dose di coraggio e di intraprendenza, oltre che chiaramente un piccolo investimento economico.
Oltretutto quella dell’autoproduzione è un’esperienza che ritroviamo in molte altre forme espressive, oltre che nella fotografia; ad esempio in ambito musicale succede esattamente la stessa cosa.

Grazie mille per questa opportunità di conoscerti Fabio.

Introduzione: 3 interviste per 3 autori – Moscatelli, Takaaki, Feroce

Seconda parte: Takaaki Ishikura

Terza parte: Aldo Feroce


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Eugenio Tursi
Nato a Firenze nel 1974, ho fatto tutto al contrario. Dia prima, camera oscura dopo. Prima dell'Hasselblad avevo già la digitale. Ho imparato da Alpino, frequentando ed insegnando poi in scuole di fotografia milanesi. Scrivo dal 1999, mi laureo in Informatica e ricollego il tutto alla fotografia digitale. Faccio anche il fotografo freelance oltre a coordinare Progresso Fotografico che conobbi nel 1995. Mi hanno insegnato 'qualcosa’ Leonardo Brogioni, Roberto Signorini, Gerardo Bonomo.
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