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Fotografia.it

“LIBERE! Le conquiste delle donne”

Immagini storiche che testimoniano l’evoluzione della società italiana attraverso battaglie civili, riforme legislative e cambiamenti culturali. Le fotografie sono della Publifoto, la prima agenzia fotogiornalistica indipendente in Italia, fondata nel 1937 da Vincenzo Carrese e imponente memoria visiva della storia italiana del Novecento.

Paolo Namias | 25 Ottobre 2026
Publifoto
8 marzo 1969: corteo in occasione della Festa della Donna a Milano. Fotografia Publifoto. Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo

Il percorso della mostra prende avvio dal 2 giugno 1946, quando quasi tredici milioni di italiane parteciparono per la prima volta a una consultazione politica nazionale; a quella conquista seguì il lavoro delle ventuno “madri costituenti”, che contribuirono a sancire nella Costituzione il principio dell’uguaglianza tra donne e uomini.

Da questa consapevolezza nasce LIBERE!, una mostra che racconta come, negli ottant’anni successivi le donne abbiano trasformato profondamente la società italiana attraverso battaglie civili, riforme legislative e cambiamenti culturali.

Le fotografie provengono dall’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo, dall’archivio dell’agenzia Contrasto e da quello di Paola Agosti, e il percorso espositivo intreccia immagini, documenti e testimonianze che restituiscono la memoria collettiva del Paese.

La mostra è stata ideata e curata da Renata Ferri, un progetto espositivo promosso da iO Donna in collaborazione con Gallerie d’Italia – Milano

GUIDA ALL’IMMAGINE

Publifoto
Elezioni amministrative del 17 marzo 1946 a Massalengo, Lodi. Fotografia Publifoto Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo

Il primo voto delle donne nel 1946 non fu per il referendum

Questa fotografia dell’Archivio Storico Publifoto testimonia un momento importante della storia italiana: il primo voto delle donne nel 1946.

Sul manifesto affisso alla parete dello sfondo si legge chiaramente la data: “Comune di Massalengo – Elezioni Comunali – Liste dei Candidati – Domenica 17 Marzo 1946”.

Sebbene nell’immaginario collettivo il suffragio femminile in Italia sia legato al referendum Monarchia-Repubblica del 2 giugno 1946, in realtà le italiane votarono per la prima volta pochi mesi prima, per le elezioni amministrative della primavera del 1946. Le votazioni si svolsero a scaglioni in diverse domeniche a partire dal 10 marzo: il 17 marzo 1946 fu la seconda tornata e il piccolo comune di Massalengo (in provincia di Lodi) fu uno dei centri in cui le donne varcarono per la prima volta la soglia di un seggio.

Nella foto si notano, a sinistra e a destra, un carabiniere e un militare armato di fucile; la presenza delle forze dell’ordine all’ingresso dei seggi era la prassi nel dopoguerra per garantire la regolarità delle consultazioni e prevenire disordini in un momento politico estremamente delicato e sentito.

Sul manifesto appeso al muro sono visibili i simboli delle liste elettorali: la croce (Democrazia Cristiana), la stella (Fronte Democratico / partiti di sinistra) e i simboli delle liste civiche.

Il primo voto: storie e aneddoti

> Il divieto del rossetto
Nei giorni precedenti il voto, i giornali e le associazione femminili dell’epoca (come l’UDI e il CIF) diffusero dettagliati vademecum su come comportarsi al seggio per non invalidare la scheda. Tra questi suggerimenti vi era la raccomandazione di non mettersi il rossetto prima di andare a votare, o comunque di non leccare la scheda per sigillarla: l’eventuale traccia di rossetto avrebbe infatti reso il voto riconoscibile, portando all’annullamento della scheda.

> Il certificato elettorale come conquista
Nella fotografia si nota chiaramente la donna in primo piano, con il fazzoletto sul capo, che stringe tra le mani il certificato elettorale e il documento d’identità. Per molte donne dell’epoca, abituate a non avere un ruolo pubblico, il certificato rappresentava una vera e propria “conquista personale” da custodire con cura durante l’attesa in fila.

> Il contrasto generazionale
Si può notare come da un lato ci siano le donne anziane, con il tradizionale scialle o fazzoletto nero, mentre sull’altro le donne più giovani portino il cappotto dal colletto di pelliccia.
Tutte sono pronte ad affacciarsi al nuovo dopoguerra.

> Vinto lo scetticismo dei politici
Molti politici dell’epoca temevano che le donne non si sarebbero presentate ai seggi per disinteresse o timidezza, ma i fatti smentirono ogni scetticismo: la partecipazione femminile nel 1946 superò l’89%, a dimostrazione della loro maturità e della voglia di partecipazione civica.

GUIDA ALL’IMMAGINE

Publifoto
Un’anziana viene accompagnata al seggio elettorale in via delle Forze Armate a Milano, 1948. Fotografia di Tino Petrelli – Publifoto Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo

La guerra dei manifesti nel 1948

Siamo all’apice della campagna elettorale per le elezioni politiche del 18 aprile 1948, le prime consultazioni parlamentari della storia della Repubblica Italiana e le più infuocate del Novecento: la facciata dell’edificio è letteralmente ricoperta da centinaia di manifesti elettorali incollati uno sull’altro senza lasciare un centimetro di intonaco scoperto.

Nel 1948 non esisteva una disciplina che regolasse le affissioni, né la televisione; la propaganda si combatteva “strada per strada” a colpi di manifesti: gli attacchini dei vari partiti uscivano di notte muniti di secchi con colla fatta in casa (acqua e farina) e ingaggiavano vere e proprie battaglie per ricoprire i manifesti della fazione avversaria.

Sui muri si legge la mappa ideologica di quelle storiche consultazioni: spiccano i manifesti con la stella a cinque punte e il volto di Giuseppe Garibaldi, simbolo dell’alleanza tra il Partito Comunista e il Partito Socialista. Lo slogan portante recitava “Pane, Libertà, Lavoro”.  

Su diversi manifesti si legge la scritta “Terza Guerra”: sono manifesti promossi dalla Democrazia Cristiana e dai Comitati Civici di Luigi Gedda che agitavano lo spettro di un imminente terzo conflitto mondiale, o l’assoggettamento all’Unione Sovietica in caso di vittoria delle sinistre.

All’epoca la propaganda usava toni fortemente drammatici e satirici: famoso lo slogan della Democrazia Cristiana “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”.

La “Topolino” e i comizi itineranti

Parcheggiata ai piedi della scalinata si vede una Fiat 500 “Topolino” con la portiera aperta. Nel 1948 le automobili erano un bene per pochissimi e i partiti politici allestivano vetture come la Topolino con altoparlanti fissati sul tetto per mettere in scena “comizi mobili”: giravano per le campagne, i paesi rurali e le periferie trasmettendo inni di partito, messaggi registrati e inviti al voto per la popolazione che non aveva accesso ai giornali o alla radio.
La folla radunata sulle scale con uomini in giacca, donne, ragazzini e biciclette a terra, racconta il clima di mobilitazione che attraversava l’Italia.

Il 18 aprile 1948 l’affluenza alle urne raggiunse la percentuale record del 92,2% degli aventi diritto e il risultato decretò la vittoria schiacciante della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi (che ottenne il 48,5% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi, facendo rientrare stabilmente l’Italia nel blocco occidentale durante la Guerra Fredda.

La mostra
Fino a 7 febbraio 2027
Gallerie d’Italia – Milano

Paolo Namias
Direttore editoriale delle pubblicazioni di Rodolfo Namias Editore
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