Immagini storiche che testimoniano l’evoluzione della società italiana attraverso battaglie civili, riforme legislative e cambiamenti culturali. Le fotografie sono della Publifoto, la prima agenzia fotogiornalistica indipendente in Italia, fondata nel 1937 da Vincenzo Carrese e imponente memoria visiva della storia italiana del Novecento.

Il percorso della mostra prende avvio dal 2 giugno 1946, quando quasi tredici milioni di italiane parteciparono per la prima volta a una consultazione politica nazionale; a quella conquista seguì il lavoro delle ventuno “madri costituenti”, che contribuirono a sancire nella Costituzione il principio dell’uguaglianza tra donne e uomini.
Da questa consapevolezza nasce LIBERE!, una mostra che racconta come, negli ottant’anni successivi le donne abbiano trasformato profondamente la società italiana attraverso battaglie civili, riforme legislative e cambiamenti culturali.
Le fotografie provengono dall’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo, dall’archivio dell’agenzia Contrasto e da quello di Paola Agosti, e il percorso espositivo intreccia immagini, documenti e testimonianze che restituiscono la memoria collettiva del Paese.
La mostra è stata ideata e curata da Renata Ferri, un progetto espositivo promosso da iO Donna in collaborazione con Gallerie d’Italia – Milano
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Questa fotografia dell’Archivio Storico Publifoto testimonia un momento importante della storia italiana: il primo voto delle donne nel 1946.
Sul manifesto affisso alla parete dello sfondo si legge chiaramente la data: “Comune di Massalengo – Elezioni Comunali – Liste dei Candidati – Domenica 17 Marzo 1946”.
Sebbene nell’immaginario collettivo il suffragio femminile in Italia sia legato al referendum Monarchia-Repubblica del 2 giugno 1946, in realtà le italiane votarono per la prima volta pochi mesi prima, per le elezioni amministrative della primavera del 1946. Le votazioni si svolsero a scaglioni in diverse domeniche a partire dal 10 marzo: il 17 marzo 1946 fu la seconda tornata e il piccolo comune di Massalengo (in provincia di Lodi) fu uno dei centri in cui le donne varcarono per la prima volta la soglia di un seggio.
Nella foto si notano, a sinistra e a destra, un carabiniere e un militare armato di fucile; la presenza delle forze dell’ordine all’ingresso dei seggi era la prassi nel dopoguerra per garantire la regolarità delle consultazioni e prevenire disordini in un momento politico estremamente delicato e sentito.
Sul manifesto appeso al muro sono visibili i simboli delle liste elettorali: la croce (Democrazia Cristiana), la stella (Fronte Democratico / partiti di sinistra) e i simboli delle liste civiche.
Il primo voto: storie e aneddoti
> Il divieto del rossetto
Nei giorni precedenti il voto, i giornali e le associazione femminili
dell’epoca (come l’UDI e il CIF) diffusero dettagliati vademecum su come
comportarsi al seggio per non invalidare la scheda. Tra questi suggerimenti vi
era la raccomandazione di non mettersi il rossetto prima di andare a votare, o
comunque di non leccare la scheda per sigillarla: l’eventuale traccia di
rossetto avrebbe infatti reso il voto riconoscibile, portando all’annullamento
della scheda.
> Il certificato elettorale come conquista
Nella fotografia si nota chiaramente la donna in primo piano, con il fazzoletto sul capo, che stringe tra le mani il certificato elettorale e il documento d’identità. Per molte donne dell’epoca, abituate a non avere un ruolo pubblico, il certificato rappresentava una vera e propria “conquista personale” da custodire con cura durante l’attesa in fila.
> Il contrasto generazionale
Si può notare come da un lato ci siano le donne anziane, con il tradizionale scialle o fazzoletto nero, mentre sull’altro le donne più giovani portino il cappotto dal colletto di pelliccia.
Tutte sono pronte ad affacciarsi al nuovo dopoguerra.
> Vinto lo scetticismo dei politici
Molti politici dell’epoca temevano che le donne non si sarebbero presentate ai seggi per disinteresse o timidezza, ma i fatti smentirono ogni scetticismo: la partecipazione femminile nel 1946 superò l’89%, a dimostrazione della loro maturità e della voglia di partecipazione civica.
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Siamo all’apice della campagna elettorale per le elezioni politiche del 18 aprile 1948, le prime consultazioni parlamentari della storia della Repubblica Italiana e le più infuocate del Novecento: la facciata dell’edificio è letteralmente ricoperta da centinaia di manifesti elettorali incollati uno sull’altro senza lasciare un centimetro di intonaco scoperto.
Nel 1948 non esisteva una disciplina che regolasse le affissioni, né la televisione; la propaganda si combatteva “strada per strada” a colpi di manifesti: gli attacchini dei vari partiti uscivano di notte muniti di secchi con colla fatta in casa (acqua e farina) e ingaggiavano vere e proprie battaglie per ricoprire i manifesti della fazione avversaria.
Sui muri si legge la mappa ideologica di quelle storiche consultazioni: spiccano i manifesti con la stella a cinque punte e il volto di Giuseppe Garibaldi, simbolo dell’alleanza tra il Partito Comunista e il Partito Socialista. Lo slogan portante recitava “Pane, Libertà, Lavoro”.
Su diversi manifesti si legge la scritta “Terza Guerra”: sono manifesti promossi dalla Democrazia Cristiana e dai Comitati Civici di Luigi Gedda che agitavano lo spettro di un imminente terzo conflitto mondiale, o l’assoggettamento all’Unione Sovietica in caso di vittoria delle sinistre.
All’epoca la propaganda usava toni fortemente drammatici e satirici: famoso lo slogan della Democrazia Cristiana “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”.
La “Topolino” e i comizi itineranti
Parcheggiata ai piedi della scalinata si vede una Fiat 500 “Topolino” con la portiera aperta. Nel 1948 le automobili erano un bene per pochissimi e i partiti politici allestivano vetture come la Topolino con altoparlanti fissati sul tetto per mettere in scena “comizi mobili”: giravano per le campagne, i paesi rurali e le periferie trasmettendo inni di partito, messaggi registrati e inviti al voto per la popolazione che non aveva accesso ai giornali o alla radio.
La folla radunata sulle scale con uomini in giacca, donne, ragazzini e biciclette a terra, racconta il clima di mobilitazione che attraversava l’Italia.
Il 18 aprile 1948 l’affluenza alle urne raggiunse la percentuale record del 92,2% degli aventi diritto e il risultato decretò la vittoria schiacciante della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi (che ottenne il 48,5% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi, facendo rientrare stabilmente l’Italia nel blocco occidentale durante la Guerra Fredda.
La mostra
Fino a 7 febbraio 2027
Gallerie d’Italia – Milano