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Fotografia.it

Zoom TV: Giuseppe Ferraina presenta Adriano Altamira

Figura unica nel panorama italiano, ha saputo svolgere con autorevolezza sia il ruolo dell’artista sia quello di critico; importante è stato il suo contributo alla fotografia.

Redazione fotografia.it | 29 Ottobre 2026

Link al video

Abbiamo scelto questa intervista per inaugurare il nuovo canale video di www.zoom-net.com dedicato ad arte, mostre e eventi culturali

Pubblichiamo qui  l’articolo “Adriano Altamira e gli anni delle neo-avanguardie”

Adriano Altamira si forma in una Milano che negli anni Sessanta è il cuore pulsante delle neoavanguardie, si pensi a Piero Manzoni o Lucio Fontana.
Inizia come pittore, ma capisce presto che la pittura “tradizionale” non basta a spiegare la complessità del mondo moderno e si sposta quindi verso la fotografia e l’installazione, usandole come strumenti d’indagine.
Per decenni è stato una colonna portante dell’Accademia di Brera a Milano; non era il classico professore “polveroso”: le sue lezioni erano viaggi tra storia dell’arte, cinema e pubblicità. Ha formato generazioni di artisti insegnando loro che l’arte è prima di tutto un processo mentale, non solo manuale.

Iniziamo con una domanda semplice semplice: chi è Adriano Altamira?

E’ veramente impossibile rispondere a questa domanda; diciamo che da giovane ero cosi … e indica la sua opera caravaggesca Davide e Golia.

Colui che ha ucciso il proprio alter-ego?
Forse!

Anche se le definizioni non sono mai giuste, ti domando come ti definisci come artista.
Come artista potrei definirmi un nostalgico dell´avanguardia. Ora che mi ci fai pensare, credo di aver fatto tutto in questa ottica, con molta ammirazione verso Duchamp, Man Ray. Mi identificavo in loro, il che forse non era neanche un male.

Ammirazione provata anche da altri artisti in quel periodo
Si, tanto è vero che Piero Cavellini fece una mostra intitolata “I nipoti di Duchamp”. Quindi… eravamo un po’ tutti parte di quella famiglia.

Parlaci della febbrile ricerca degli anni Settanta in ambito artistico.
Esiste già una differenza tra gli inizi e la fine degli anni Settanta. Nei primi anni Settanta sbarcarono in Italia gli artisti americani; in patria facevano pochi soldi, mentre da noi avevano successo… siamo sempre stati esterofili! Li ospitava il collezionista Giuseppe Panza di Biumo, che faceva fare loro quello che volevano.
Per noi era più complicato, ma la situazione era vivace. In quel periodo avevo fatto un’intervista a Dennis Oppenheim per Nac; il primo articolo lo feci alla Galleria Lambert. Si viveva in un humus culturale in cui erano possibili scambi di informazione artistica a livello internazionale anche con persone di riferimento. In ambito artistico c´era una certa rigidità; se ti occupavi di concettuale, dovevi fare solo cose scritte, mentre se facevi fotografia era diverso, la fotografia era considerata al passo coi tempi.
Nel 1974 feci la mia prima mostra con Area di Coincidenza. Si poteva nutrire ambizioni; il mio amico Agnetti, che era sconosciuto, o meglio conosciuto solo perchè amico di Piero Manzoni, nel giro di tre o quattro anni diventò uno degli artisti più noti in Italia.
Insomma c´era tanta voglia di sperimentare e di cambiare il mondo. Poi piano piano a fine anni Settanta è scemato tutto.

Agnetti effettivamente è stato uno dei concettualisti più noti.
Era rigidissimo. Diceva: “Io faccio vera arte concettuale. Kosuth fa Pop Art!”. Era lo spirito dei tempi assumere queste posizioni cosi partigiane.

Davide e Golia
Davide e Golia

Perchè hai scelto la fotografia come forma espressiva?
Iniziai con la scultura, poi fui attratto dalle possibilità che mi poteva offrire la fotografia. Davide e Golia fu la prima, poi La Madonna del babbuino con la mia prima moglie come modella. Indossava abiti arabi e in braccio teneva un piccolo babbuino; in una foto è in posa, nelle altre il babbuino salta ovunque.
Poi iniziai il ciclo di lavori di Area di Coincidenza ela fotografia continuò a essere per me un costante stimolo alla ricerca artistica.

Chi dei tuoi colleghi hai stimato e continui a stimare?
Sicuramente Franco Vaccari, con cui ho fatto varie mostre. L´ho conosciuto dopo aver scritto giudizi positivi sulla sua opera presentata alla biennale del 1972.
Passò qualche mese e andai alla Galleria Blu per vedere la mostra di Emilio Isgrò, che conoscevo bene, e proprio a quella mostra trovai Vaccari: chiesi a Emilio di presentarmelo. Vaccari mi disse subito: “Ah è lei che ha scritto quelle buone cose sul mio conto!”. E da allora siamo diventati ottimi amici.
Tra gli altri artisti posso citare anche La Pietra e il belga Jacques Charles..

A quale opera artistica, o serie, sei più legato?
Sicuramente ad Area di coincidenza.

Quali sviluppi potrebbe avere questa tua opera alla luce dell’odierna tecnologia di intelligenza artificiale?
L’intelligenza artificiale potrebbe produrre tanto materiale grezzo, che poi dovrebbe sempre essere vagliato dall´intelligenza “naturale”.
La prassi analogica del ritaglio di giornale è quella più congeniale, altrimenti decade quell´elemento che la contraddistingue: la coincidenza, appunto. È la coincidenza a fare l´opera. In questo lavoro entrano in gioco anche il caso, la memoria e la valutazione finale. Cioè la critica.

Quale autore consideri icona dell´arte del secolo scorso?
Questa domanda mi fa venire in mente una conversazione che ebbi con Filiberto Menna e Silvana Sinisi, storica del teatro; si parlava appunto di quale autore rappresentasse meglio il Novecento ed io dissi Duchamp. La Sinisi ribattè “Picasso”, e in effetti, a rifletterci, aveva ragione perchè è dal collage che in qualche modo nasce il Ready Made di Marcel Duchamp: prelevare dal reale ha aperto le porte al Novecento.

Area di Coincidenza
Area di Coincidenza

Come si colloca la fotografia nell’attuale scenario dell´arte?
Oggi la fotografia, e i suoi derivati, sono molto vivi. Basti pensare a tutto quello che vediamo in Internet e sui social media. Importante è anche la Street Photography.
La fotografia è ovunque, anche se il mercato dell´arte continua a preferire la pittura.

Quando hai capito che la ricerca artistica delle neo-avanguardie era giunta al capolino?
E’ apparso chiaro negli anni Ottanta perchè quello che si vendeva prima, da quel momento non si vendeva più. Il mio errore, ma non penso di essere stato il solo, è stato di fermarmi a riflettere su quello che bisognava fare di fronte al cambiamento della domanda.
Non solo non si vendevano più le opere, ma non si frequentavano nemmeno le gallerie. Nei primi anni Ottanta c’era richiesta solo per la Transavanguardia e saltuariamente per le performance, un genere questo che non praticavo.
Ricordo che andavo spesso a trovare Vaccari e ne discutevamo molto; in una di quelle occasioni ci siamo resi conto che stavamo entrambi appuntando i nostri sogni in un quaderno: una coincidenza incredibile!
Sui sogni abbiamo scritto libro: cercavo di riprodurre gli oggetti che sognavo in modo ricorrente; fu una esperienza molto interessante.

Aveva a che fare col surrealismo?
Sì, ma più vicina al Ready Made.

E degli anni Novanta cosa puoi dirci?
Sono ritornato a esporre Area di Coincidenza. Furono anni in cui mi dedicai molto allo studio.
Poi nei primi del Duemila ho ripreso a esporre da Giorgio Marconi.

Vi rendevate conto che stavate scrivendo la storia dell´arte?
Volevamo diventare “qualcuno”, ma certamente non eravamo consapevoli di fare la storia dell´arte. Pensavo di stare facendo qualcosa di interessante, ma non avevo certezze, ero sempre in attesa di capire cosa mai potesse succedere.

Cosa hai provato quando ti sei visto pubblicato nei libri dell´arte?
Il mio il problema è sempre stato quello di non esserci abbastanza.

Cosa è per te la ricerca artistica?
È impossibile descriverla. Posso parlare per me… è la mia ricerca.
Comunque credo che sia un insieme di elementi che determinano cambiamenti nella cultura.

Perchè un giovane dovrebbe dedicarsi all´arte?
Non è obbligato! Scherzo. Certo che un giovane può dedicarsi all´arte. Se crede in ciò che fa ed è disposto a dare tutto se stesso all´arte, ne riceverà tanto. Ora più che mai abbiamo bisogno di validi artisti sperimentatori nella fotografia … cercasi fotografi artisti disperatamente!
Una volta Dennis Oppenheim mi disse che gli artisti svolgono il proprio lavoro con la cultura; ora l´artista può cambiare la cultura e ora più che mai ha una grande responsabilità.

Adriano Altamira, Filiberto Menna.
Adriano Altamira, Filiberto Menna.

Ti ritieni una persona soddisfatta?
Non completamente, ma abbastanza. Diciamo pure di sì. Quando mi guardo indietro mi dico “quanti errori ho fatto!”, ma se penso al perchè li ho commessi, rivedo tutte le circostanze che mi hanno indotto a farli e allora… rifarei tutto!

Prossimi impegni e progetti?
Una cosa importante che sto per fare è sistemare il mio archivio. Poi desidero continuare a portare in mostra le mie prime ricerche e quella più recente come i Visti per caso, nata negli anni Novanta e composta da una raccolta di oggetti trovati.
Restano sedimentati, in un cassetto, li rispolvero, li fotografo e li stampo in grande formato. Diventano altra cosa. Si aprono al mondo, all´osservazione. Anche questo ha a che fare con la casualità, con la sincronicità. Si lega a filo rosso con Area di Coincidenza.

Intervista a cura di Giuseppe Ferraina

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