
foto di archivio A.N.I.
A Milano c’è una grande collezione di fanzine che può essere consultata in biblioteca. La curatrice è Valeria Foschetti, che dal 2014 raccoglie e cataloga gli esemplari più rari e significativi: le photozine occupano un posto particolare e stanno vivendo un vero e proprio momento di gloria.
Negli anni ’80 le fanzine erano dei libretti autoprodotti, per lo più fotocopiati o ciclostilati con grafiche spesso un po’ punk. Si riferivano principalmente al mondo della musica ed erano i fan dei gruppi musicali a crearle. Per questo motivo si chiamano fan-zine (zine è l’abbreviazione di magazine, cioè rivista). Per la verità, sembra che il termine risalga ad alcuni decenni prima e che sia stato coniato dagli appassionati di fantascienza che si scambiavano libretti amatoriali. In ogni caso, le zine sono inequivocabilmente legate alla scena underground e alternativa, sia come contenuti che come estetica.
Ultimamente si è tornato a parlare di loro e tanti fotografi si stanno interessando alle photozine perché permettono di condividere le proprie ricerche fotografiche impaginate in un oggetto fisico. Particolare non da poco perché, se un’immagine pubblicata su Instagram svanisce scrollando velocemente, un libretto stampato rimane.
Nel corso degli anni, le zine si sono evolute, ma rimangono il medium prescelto da tanti per esprimersi in un formato editoriale libero che non deve passare dai meccanismi delle case editrici. A Milano, c’è una biblioteca dove è conservato un archivio di 2600 fanzine. Ho voluto intervistare la sua curatrice, Valeria Foschetti, che l’ha creato e segue ogni suo aspetto.
Com’è nata la Fanzinoteca?
L’idea mi è venuta nel 2014. Prima portavo in giro le zine nei vari market dove andavo come artigiana: esponevo le mie cose e portavo con me anche queste pubblicazioni. Lo facevo con la curiosità di vedere che impatto avevano sulle persone. Le zine hanno sempre fatto parte dei miei acquisti personali e negli anni, ho messo insieme una vera e propria collezione. Partendo proprio dalla mia raccolta, nel 2014 ho formalizzato un’associazione. Nel frattempo, avevo preso in affitto un laboratorio e lì è nata la prima fanzinoteca: la Pipette Noir.


Cosa è successo dopo l’apertura di quel primo spazio?
Quel laboratorio era in via Grossi, a Milano. Avere uno spazio fisico ha aiutato molto: sono cominciate ad arrivare donazioni e c’erano un sacco di persone interessate. È stato un momento entusiasmante perché, pian piano, si stava creando una piccola rete di appassionati. Nel frattempo, per esperienza da utente, avevo già visto in giro per il mondo ed Europa biblioteche che avevano al loro interno un archivio di fanzine. Questi luoghi erano spesso gestiti dai bibliotecari o a volte da volontari che, come nel mio caso, fanno parte di associazioni esterne e portano la loro collezione all’interno degli spazi pubblici. Mi sono messa in contatto col sistema bibliotecario — non facilmente, insistendo con e-mail e aggiornamenti su quello che facevamo — finché sono stata messa in contatto con Emma Catiri, che ai tempi era la referente della biblioteca Zara.
Emma ora si trova in un’altra sede, corretto?
Sì, adesso lei è la referente della Biblioteca Calvairate, ed è la ragione per la quale ho scelto di trasferirmi a Calvairate. Nel 2016 abbiamo iniziato questa avventura con lei, o meglio, lei ha accettato di intraprendere questa avventura all’interno della biblioteca di cui era responsabile. Da lì sono iniziati i laboratori, la prima occupazione della teca, i primi mobili, le prime esposizioni. Negli anni, si è creato un evento una volta al mese e queste attività hanno permesso di formare una rete di persone appassionate. Ma non solo: essendo all’interno della biblioteca di Calvairate, con tutte le zine che si vedono esposte, abbiamo avuto un sacco di partecipazione da parte di utenti che magari non sapevano neanche che cosa fossero le fanzine, ma le hanno scoperte attratte dall’estetica delle copertine. È, più o meno, la stessa cosa che accade in libreria, dove spesso è la copertina che ti fa avvicinare o ti fa comprare il libro. In ogni caso, l’attenzione del pubblico è continuata a crescere e la quantità degli esemplari conservati anche.
Come mai il nome Pipette Noir e come mai scritto così, con un errore?
Il nome della fanzinoteca è scritto volutamente con un errore. È lo stesso nome delle caramelle di liquirizie a forma di pipa vintage tipiche del Nord Europa, che si trovavano anche in Italia. Non so neanche se le fanno ancora, dovrei aggiornarmi. È un mio ricordo d’infanzia, le mangiavo da piccola e sulla scatola era proprio un ‘noir’ scritto senza la “e”.
Quando ho iniziato questo progetto ho voluto collegarlo a qualcosa che per me è sempre stato un luogo sicuro, con le persone che fanno parte di quei ricordi. Ho voluto partire col cuore. Il progetto ha ovviamente l’obiettivo di diffondere cultura, di essere presente, attivo e in costante formazione. Per questo non mi definisco un’esperta: imparo letteralmente ogni giorno qualcosa. Le zine sono fatte dalle persone e le persone fanno parte del contesto di oggi che esprimono nelle pubblicazioni il presente, spesso insieme a memorie passate. Essendo uno strumento così trasversale e democratico, è veramente complesso definirsi esperti. Ma la bellezza è proprio questa. E il ricordo di quelle caramelle mi è sembrato il nome più adatto.
Tu sei la curatrice della fanzinoteca come volontaria, che lavoro fai invece nella vita di tutti i giorni?
Lavoro per una cooperativa e mi occupo completamente di altro. Oltre a quello, ho delle piccole produzioni artigianali che vendo e curo dei libri d’artista. Ma il mio lavoro principale è quello in cooperativa, di cui sono particolarmente grata e che mi paga il mutuo. Prima lavoravo come commessa, ho lavorato nei bar, ho sempre fatto qualunque lavoro per pagarmi le spese. Non venendo da una famiglia con grandi possibilità economiche, mi sono sempre arrangiata da sola, anche studiando. Lavoro e studio da quando ero ragazzina, quindi sono abituata alla ‘doppia vita’.


Dunque l’archivio è aperto solo su appuntamento? Se qualcuno vuole consultarlo deve scriverti?
Sì, esatto.
E questa gestione ti fa impazzire o funziona?
In effetti, è un grande dilemma. Ci sono state tante persone che mi hanno dato una mano negli anni con il loro supporto. Ad esempio Chiara Predebon, una fotografa di professione che è stata l’ultima persona ad aiutarmi attivamente in fanzinoteca: ha fatto un lavoro pazzesco con le scansioni delle copertine, cosa che a dirsi sembra semplice ma è stata enorme. Purtroppo l’archivio è un costante ‘work in progress’. Siamo arrivati a circa 2600 fanzine catalogate, ma ne abbiamo altre centinaia da inserire. In breve: la gestione mi fa un po’ impazzire, ma funziona.
Immagino che sia difficile incastrare tutto con il tuo lavoro.
È molto difficile. Facendo un lavoro di manovalanza, come lo definisco io. Ho delle restrizioni di tempo rispetto ad altre attività, come i laboratori, le collaborazioni o i lavori su commissione. È complesso perché sono da sola a gestire tutto. Anche se parlo al plurale e anche se ogni tanto ho degli aiuti, alla fine sono quasi sempre solo io a occuparmene: mi carico della catalogazione, dell’organizzazione degli eventi e delle consultazioni. L’obiettivo primario di un archivio, al di là della conservazione, è proprio la consultazione, ma far coincidere gli impegni è una sfida.
Sono stato in biblioteca ed era tutto chiuso, e ho pensato che dovere scrivere per prendere appuntamento renda la consultazione un po’ complicata. Come funziona l’accordo con la biblioteca pubblica?
Sì, purtroppo c’è questa complicazione. L’impianto e l’archivio sono di proprietà dell’associazione, non della biblioteca. Siamo ospitati in collaborazione con il sistema bibliotecario, ma io sono l’unica responsabile legale del patrimonio. L’accordo stabilisce che io (o un delegato dell’associazione) debba essere presente per aprire la teca. Se dovesse succedere qualcosa, ad esempio se sparissero delle fanzine perché a presidiare c’è qualcun altro, mi si spezzerebbe il cuore. Ci sono pezzi unici, libri d’artista donati in copia singola o stampati in due o tre copie. Se sparissero, non ci sarebbe modo di recuperarli o di continuare a condividerli, il che distruggerebbe il senso stesso del patrimonio dell’archivio. La biblioteca garantisce la sicurezza delle persone all’interno degli spazi fisici, ma non risponde dell’impianto delle fanzine.
Chi frequenta l’archivio? Ci sono veri e propri studiosi di fanzine?
Ci sono moltissimi studenti e studentesse. Al di là degli organizzatori di festival dedicati che vengono a consultare i materiali per farsi un’idea o che mi invitano ai loro eventi —in fanzinoteca vengono persone che ci hanno scoperto online e desiderano approfondire e toccare con mano le opere. La maggior parte degli utenti sono studenti di scuole come Brera o lo IUAV. Si tratta di istituti che trattano argomenti artistici e di comunicazione, dove la fanzine viene studiata proprio come strumento di comunicazione alternativa.
Vengono per analizzare il linguaggio e i formati fisici?
Sì, vengono a capire il linguaggio, a studiare il formato e a vederne il funzionamento. Essendo prodotti cartacei in cui la materia ha un ruolo centrale, il contenuto si esprime attraverso linguaggi diversi. C’è la categoria dell’illustrazione che comunica anche con il testo e la categoria del racconto in cui il testo è prevalente rispetto alle immagini. Nel nostro archivio abbiamo diverse sezioni e dentro ognuna ci sono argomenti identificati tramite un lungo lavoro di ricerca. Abbiamo unito il sistema bibliotecario standard Dewey a quello sviluppato da un grandissimo gruppo internazionale di librerie indipendenti che condivide un manuale di classificazione specifico. La differenza è che io ho tradotto e adattato tutto questo impianto in italiano.
Com’è organizzata la consultazione pratica in archivio?
La catalogazione è in italiano ed è stata strutturata insieme a Emma, che mi ha dato ottimi suggerimenti. Per me l’importante è che la fruizione sia il più semplice possibile. Non volevo un archivio freddo con centomila codici complessi. È un sistema piramidale molto intuitivo: si parte da una grande categoria che poi si sviluppa in vari argomenti, ma l’approccio resta trasversale. Chiunque, da un bambino di dieci anni a una persona di novanta, può comprenderlo facilmente. Non ci sono scatole sigillate che posso aprire solo io: i materiali sono in ordine alfabetico, divisi per categorie e accessibili direttamente. I ragazzi possono prendere le scatole e sfogliarle liberamente, ovviamente nel rispetto delle pubblicazioni.

È vero che non fate usare i guanti per sfogliare i materiali?
Sì, è vero, non usiamo guanti. È una scelta sicuramente opinabile e so che alcuni archivisti potrebbero gridare all’orrore. Io però credo che chi realizza una zine abbia come obiettivo primario quello di condividere un messaggio, di far circolare la propria opera, non di vederla musealizzata o conservata sotto una campana di vetro. Non parliamo di libri antichi o d’arte storici che richiedono una conservazione rigidissima, che comunque rispetto molto. Io credo nel valore tattile delle pubblicazioni. Preferisco vivere l’esperienza della zine con meno dramma e più semplicità, accettando i piccoli rischi fisici che questo comporta pur di mantenere viva l’interazione diretta con il lettore.
Esiste una rete tra i vari archivi di fanzine in Italia?
Siamo in qualche modo collegati. Quando ho aperto lo spazio in via Grossi, Gianluca Umiliacchi — fondatore della fanzinoteca di Forlì, la prima e la più grande d’Italia — è stato incredibilmente generoso: mi ha subito spedito e donato molte zine per aiutarmi a iniziare. È una persona estremamente gentile e seria. Il suo è un vero e proprio centro di ricerca: tiene molto al fatto che ci sia un riscontro di studio, che le persone vadano lì per fare tesi o progetti di ricerca strutturati. Anche se, ovviamente, accoglie anche i curiosi.
Quindi l’approccio di Forlì è più istituzionale rispetto al tuo?
Sì, esiste da decenni ed è molto più simile a un’istituzione. Ha un approccio formale, meno da ‘scappati di casa’ come definisco scherzosamente il mio. Lo stesso vale per Giulia Vallicelli [Compulsive Archive] a Milano: loro sono una realtà super seria, con un team strutturato e un focus rigoroso sulla conservazione e sulla memoria storica. Io sono decisamente la più informale del gruppo! La nostra fanzinoteca ha un taglio più pop e accessibile, rivolgendosi direttamente al pubblico generico all’interno di una biblioteca di quartiere dove entra chiunque.
Questo cambia anche il tipo di pubblico con cui ti relazioni?
Assolutamente, hai a che fare con chiunque entri in biblioteca. Oltre alle ovvie accortezze di non rovinare i materiali o tenere lontani cibo e acqua, l’incontro con l’archivio deve rimanere un momento leggero. Molte delle nostre zine trattano temi intimi, politici e di attivismo forti: si parla di soprusi, stigma, drammi personali vissuti dagli autori. Sono testi scritti in maniera diretta, senza i filtri commerciali o ideologici di una casa editrice, e questo le rende straordinariamente potenti. Proprio per questa fragilità di contenuti io cerco di mantenere un’atmosfera accogliente e leggera, che permetta alle persone di respirare e accogliere meglio queste pubblicazioni così complesse nella loro semplicità. In Italia abbiamo una ricca cultura di editoria underground e alternativa, di ‘cultura altra’: oggi usiamo il termine fanzine e dobbiamo essere capaci di darle la giusta collocazione.
Come spieghi il grande ritorno d’interesse per le fanzine in questo momento storico, in particolare per quelle legate alla fotografia?
Nel campo della fotografia vedo due attitudini diverse. Da un lato c’è chi fa foto oggi e vuole fare una zine partendo proprio dall’idea dell’autoproduzione. Vede lo strumento attraverso i festival e decide di crearlo perché vuole divulgare il proprio lavoro fotografico in modo puro, senza alcuna ingerenza o filtro esterno sul prodotto finale. Dall’altro lato, c’è chi usa la zine come un mero sostituto economico del libro di fotografia, perché non può permettersi i costi elevati di una pubblicazione editoriale classica.

È una distinzione legata proprio all’attitudine mentale con cui si affronta il progetto?
Sì, è una questione di attitudine. Se realizzi una pubblicazione con uno spirito ‘do it yourself’ o ‘do it together’ (che è la dimensione collettiva in cui mi riconosco maggiormente), lo fai perché hai l’urgenza interiore di comunicare qualcosa, un’idea che si unisce a degli strumenti visivi per essere espressa a modo tuo. È un approccio molto diverso dal dire semplicemente ‘non ho soldi, allora faccio una zine’. La qualità del risultato può essere eccellente in entrambi i casi, ma l’urgenza di comunicare la senti dentro quando sfogli le pagine. Anche di fronte a immagini imperfette o sfocate, se c’è la giusta spinta, quell’emozione ti arriva dritta al cuore.
In un’epoca così satura di stimoli digitali e immagini, la carta mantiene ancora un suo potere unico?
Viviamo in un mondo schiacciato da miliardi di immagini digitali ogni giorno, non avremmo teoricamente alcun bisogno di altra carta o di altre foto. Eppure, quando hai in mano una zine fatta con passione, ti sembra meravigliosa, uno strappo di poesia nel quotidiano. Ti chiedi: ‘Come ho fatto a non accorgermi di questo lavoro fino ad ora?’. Per me questo rappresenta la vera azione fotografica: una spinta che senti dentro e che si traduce nel rispetto per chi ha qualcosa da dire con un’attitudine autentica.
E cosa ne pensi delle fanzine fotografiche che hanno dietro una casa editrice indipendente, con prezzi decisamente più alti?
Lì si apre un discorso parallelo. Se parliamo di una piccola casa editrice che produce fanzine di mestiere, è chiaro che mette in campo un know-how, un’expertise e un lavoro di curatela che innalzano inevitabilmente la qualità estetica e tecnica del prodotto. Quella non è sottocultura, ha la dignità di essere una cultura parallela all’editoria tradizionale. Certo, sono pubblicazioni che possono costare anche 30 o 40 euro: prezzi molto alti per una fanzine, che per sua natura teorica dovrebbe nascere come urgenza democratica e accessibile a tutti, anziché elitaria. Ma quel costo è giustificato dal lavoro di professionisti: la scelta di carte pregiate, la cura della rilegatura manuale, il lavoro dei grafici. Spesso le case editrici non ci guadagnano quasi nulla, è puro amore per il prodotto cartaceo.
Ci sono collaborazioni particolari legate alla stampa che trovi interessanti?
Sì, specialmente nell’ambito delle zine artistiche o illustrative. Spesso nascono bellissime collaborazioni tra artisti e collettivi che gestiscono laboratori di stampa, ad esempio con la tecnologia Risograph. Si creano prodotti splendidi a prezzi accessibili, che è poi il miracolo della zine. La risografia è una tecnica bellissima ma complessa: io ho alcune fanzine fotografiche in bianco e nero stampate così. Il nero in risografia è molto difficile da gestire perché si asciuga lentamente e rischia di lasciare segni se non si calibra la carta giusta. In questo tipo di progetti è fondamentale lavorare a stretto contatto con stampatori esperti che sanno esattamente come trattare i materiali anche quando si lavora con budget ridotti.
Quali sono le tendenze di contenuto o di stile che vedi crescere maggiormente oggi?
Una tendenza fortissima a livello di comunicazione visiva è il collage. Si vedono moltissime pubblicazioni basate sul collage, spesso realizzate all’interno di collettivi di lavoro nati proprio con l’idea di produrre insieme. Ma a livello di contenuto, le zine che in questo momento storico stanno avendo il successo maggiore e che sono prodotte meglio sono le ‘perzines’ (personal zines): pubblicazioni intime, quasi dei diari personali, poesie o racconti del proprio vissuto. In una società caratterizzata da una bulimia di immagini, il testo scritto sta riconquistando una centralità enorme, con la parte visiva che funge da prezioso corredo.
E per quanto riguarda l’attivismo sociale?
La dimensione intima si fonde strettamente con l’attivismo. Vediamo tantissimi collettivi e associazioni giovanili che utilizzano la fanzine vecchia scuola come strumento di protesta sociale per accendere i riflettori su tematiche specifiche di emarginazione o diritti. Un esempio interessante a Milano è il lavoro di Nino Romeo, che realizza fanzine destinate esclusivamente all’affissione abusiva per le strade, attaccandole con il nastro adesivo da imbianchino. È una modalità singolare: per me in archivio non sono semplici fanzine da sfogliare, ma veri e propri volantini o manifesti, catalogati per la loro forma e modalità d’uso.
Ci sono altri esempi internazionali di questo tipo di distribuzione spontanea?
Sì, in archivio abbiamo ad esempio il progetto ‘You’ di un autore di Melbourne. Distribuiva gratuitamente in strada delle lettere poetiche fotocopiate; chi le raccoglieva le leggeva come lettere personali indirizzate a sé stesso da uno sconosciuto. È un’idea poetica straordinaria.
Una delle tue ultime fatiche è stato un libro sulle fanzine…
Sì, il libro della fanzinoteca, intitolato ‘Infinite Fanzine’. È un progetto a cui tengo moltissimo perché non volevamo assolutamente un’opera autocelebrativa sulla nostra storia. Odio l’autocelebrazione: un libro d’archivio deve servire alla comunità, non a sé stessi. Lo abbiamo strutturato come un vero e proprio ‘dispositivo laboratoriale’.

In cosa consiste questo ‘dispositivo laboratoriale’?
È un libro composto da fogli stampati in sedicesimi che si aprono e possono essere ritagliati e usati per comporre una propria fanzine ex novo. Contiene anche una pubblicazione interna vuota, pronta per essere riempita dal lettore con testi e immagini, e la copertina stessa in cartoncino si trasforma in una tovaglietta da lavoro con grafiche a forma di righello per facilitare il taglio. All’interno c’è un testo che racconta la storia della stampa in relazione alla nascita delle pubblicazioni autoprodotte, mostrando come la zine sia stata storicamente lo strumento democratico d’elezione per dare voce a chi era emarginato o ridotto al silenzio. Abbiamo voluto fare una narrazione storica estremamente semplice ed inclusiva.

Quindi, il libro stesso incoraggia la fotocopia e la riproduzione libera?
Esattamente. Tutto il contenuto è fotocopiabile. Il titolo ‘Infinite Fanzine’ nasce proprio da questo: l’utente può fotocopiare l’intero volume fronte-retro senza problemi. Tutte le immagini che abbiamo selezionato e inserito all’interno sono d’archivio e rigorosamente prive di copyright. È un progetto basato sulla filosofia del ‘copyleft’: la totale condivisione e riproducibilità libera dei contenuti, un concetto che mi colpì molto anni fa durante un’intervista con un autore tedesco. Il libro è stato curato da me e Allegra Baggio Corradi, responsabile della cooperativa Shibboleth, una bellissima realtà editoriale sociale che ha reso possibile il progetto.
Cosa significa il nome della cooperativa, ‘Shibboleth’?
È una parola di origine ebraica che anticamente fungeva da lasciapassare alle frontiere. A seconda di come la pronunciavi, le guardie capivano la tua provenienza geografica e quindi se eri amico o nemico. Quando eravamo in biblioteca a parlarne con Petra, una collaboratrice di Shibboleth, era presente anche il nostro bibliotecario Ivano, che è dottore in lingua araba e conosceva bene la parola e la sua affascinante storia di confine.
Dove si terranno i prossimi laboratori pratici per sperimentare questo libro?
Presto proporremo un laboratorio speciale dedicato interamente alle fotozine, rivolto a fotografi e appassionati di arti visive. La data è ancora da definire, ma chi è interessato può seguirci su Instagram o scriverci direttamente lì per rimanere aggiornato su tutte le nostre attività.